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Reacher passò a sud del perimetro meridionale dell’impianto e continuò finché il muro di sassi del comprensorio residenziale non gli si profilò davanti. Era difficile vedere al buio, ma scavalcarlo sarebbe stato facile. Nei giunti privi di malta c’erano parecchi appoggi per i piedi. Percorse metà del muro e parcheggiò il furgone dalla parte opposta al punto in cui supponeva si trovasse il gigantesco capannone. Spense il motore, scese silenzioso e meno di dieci secondi dopo aveva già scavalcato il muro. La pista era proprio davanti a lui: larga circa diciotto metri, lunga forse novecento, appiattita, livellata con cura, ben mantenuta. A ogni estremità c’era una protuberanza bassa, un alloggiamento di cemento per un riflettore destinato a illuminare orizzontalmente la pista nel senso della lunghezza. Al di là e proprio davanti c’era un ampio tratto di vegetazione, costellato qua e là di zone coltivate. Le piante erano tutte con foglie acuminate, che sotto il cielo notturno parevano argentee, native e adattate al deserto. Piante xeriche o xerofile, resistenti alla siccità, dal prefisso greco xero- cioè secco. Di qui Xerox, per copiare senza sostanze chimiche liquide. Zenone di Cizio sarebbe rimasto sconcertato dalle xerocopie, ma avrebbe approvato gli xerogiardini. Credeva nella necessità di seguire la corrente. Nell’accettazione passiva del destino. Credeva nel piacere di crogiolarsi al sole e mangiare fichi verdi anziché impiegare tempo ed energie per cercare di cambiare la natura con l’irrigazione.
Reacher attraversò la pista. Di fronte a lui, dietro l’ultima area coltivata, c’era l’immenso capannone. Puntò dritto verso di esso. Era un edificio con tre lati, aperto davanti, largo forse una quindicina di metri, alto sei, profondo nove, interamente occupato da un aereo bianco: un Piper Cherokee parcheggiato con il muso verso l’esterno, appoggiato sul carrello a tre ruote, immobile e in letargo, coperto di rugiada per il freddo. Erano quasi le dieci di sera; sarebbe stato più o meno a metà del consueto piano di volo notturno, ma quella notte era ancora a terra. Non si era mai alzato in volo.
Perché?
Reacher entrò deciso nel capannone e girò attorno alla punta dell’ala destra. Si avvicinò alla fusoliera, trovò il gradino, salì sull’ala e sbirciò dal finestrino. Aveva passato un po’ di tempo sui piccoli aerei, quando l’esercito aveva voluto raggiungesse qualche luogo più rapidamente di quanto una jeep o un treno non consentissero. Non gli erano piaciuti molto: li trovava minuscoli, banali, quasi frivoli. Erano delle automobili volanti. Si era detto che erano costruiti meglio delle autovetture, ma non aveva trovato molte prove concrete. Metallo sottile sagomato, piegato e rivettato, graffe e cavi inconsistenti, motori sputacchianti. Il Cherokee di Thurman non sembrava migliore degli altri. Era un cavallo da lavoro, semplice, a quattro posti, sporco e consunto. Aveva portelli di latta, il parabrezza diviso inpiù parti e un cruscotto più semplice di quello delle moderne berline. Un finestrino aveva una sottile crepa. I sedili sembravano sfondati, le cinture aggrovigliate e consumate.
Nella cabina non c’erano carte: niente rotte, niente mappe. La capacità di carico non poteva in verità essere definita tale: c’erano solo un paio di vani liberi e tre posti disponibili. La gente non fa giri di piacere di notte, aveva detto Lucy Anderson. Non c’è niente da vedere. Perciò Thurman portava qualcosa da qualche parte, in città o fuori dalla città. Oppure andava a trovare un amico o l’amante. Forse questo significava predicatore laico: predicavi e scopavi.
Reacher scese dall’ala e uscì dal capannone. Girovagò al buio e diede un’occhiata agli altri fabbricati. C’era un garage a tre posti al termine di un viale d’accesso dritto di quattrocento metri che conduceva a un cancello di ferro tutto lavorato inserito nel muro. C’era un altro capannone più piccolo che ospitava forse arnesi da giardino. La casa era splendida, tutta di assi lucidate che rilucevano di una tonalità a metà tra il biondo e il marrone. Aveva numerosi timpani a punta, come uno chalet di montagna. Alcune finestre erano alte due piani. All’interno la pannellatura aveva una tinta scura. I soffitti ricordavano quelli di una cattedrale. C’erano particolari di pietra, sontuosi tappeti, esclusivi divani e poltrone di pelle. Era il tipico rifugio da ricco signore che odorava sempre di fumo di sigaro. Reacher sentiva ancora in bocca il gusto della sigaretta fumata solo in parte. Girò tutt’intorno alla casa pensando alle Camel, ai cammelli e alla cruna degli aghi. Si avviò di nuovo al grosso capannone e diede un’ultima occhiata all’aeroplano. Poi tornò indietro in mezzo alle piante, attraversò la pista e raggiunse il muro. Dieci secondi dopo era nel furgone rubato.
Fece inversione a U sulla sabbia e puntò verso il muro metallico
dell’impianto per seguirlo in senso antiorario. Il muro di sassi
era facile da scavalcare, quello metallico impossibile da valicare.
Era una superficie verticale liscia, alta più di quattro metri con
in cima un cilindro orizzontale di quasi due metri di diametro. Una
specie di gigantesco rotolo di carta igienica in bilico su un libro
spesso. Una struttura nata dalle ricerche effettuate sulle carceri.
Reacher conosceva la teoria. Ai tempi, per ragioni professionali si
era interessato alle carceri. I muri di pietra o di mattoni e i
recinti di filo metallico potevano essere scavalcati. I frammenti
di vetro collocati in cima potevano essere coperti o rivestiti. I
rotoli di filo spinato potevano essere schiacciati o tagliati, ma i
cilindri di quasi due metri di diametro erano insuperabili.
Rispetto alla lunghezza di un braccio o all’estensione di una mano,
avevano una superficie liscia, piatta, che non offriva alcun
appiglio. Superarne uno era come cercare di camminare sul
soffitto.
Perciò Reacher continuò a guidare lungo gli acri deserti adibiti a posteggio sperando contro ogni aspettativa di trovare aperto il cancello del personale. In caso contrario, lo avrebbe aperto una delle chiavi dell’ausiliario. Il cancello tuttavia non lo era e nessuna delle chiavi entrava perché non aveva una toppa; al suo posto c’era una scatola di metallo grigio inserita nel muro a destra, a una certa distanza, là dove la traiettoria di apertura del cancello non l’avrebbe nascosta. Era il genere di scatola che di solito conteneva una presa elettrica da esterno e aveva una chiusura a molla. Dentro c’era una tastiera a dieci numeri. Una combinazione. Da uno a nove, più lo zero, come quella di un telefono. C’erano 3.628.800 varianti. Ci sarebbero voluti sette mesi per provarle tutte. Un dattilografo veloce forse ce l’avrebbe fatta in sei.
Reacher continuò a guidare, svoltò a sinistra, seguì il muro settentrionale lungo la pista tracciata dai Tahoe sperando che il cancello degli automezzi fosse aperto. Si sentiva vagamente ottimista. I Tahoe erano partiti in fretta, insieme all’ambulanza e forse a un’autopompa. E chi va di fretta non mette sempre a posto le cose.
Rallentò sino a procedere a passo d’uomo e svoltò di nuovo a sinistra.
Il cancello degli automezzi era aperto.
Era simile a una porta a due ante. Ogni battente si inclinava verso l’esterno e ruotava di cento gradi lungo una rotaia. Entrambe le ante erano spalancate. Insieme formavano una bocca, uno scivolo, un imbuto, una V invitante che conduceva direttamente a un’apertura di dodici metri nel muro e nel buio.
Reacher parcheggiò il furgone dell’ausiliario con il muso verso l’esterno lungo la rotaia, per bloccare il movimento del cancello e portò le chiavi con sé. Immaginò che potesse essere automatico o azionato da un timer e, qualunque cosa fosse successa, voleva che restasse aperto. Non voleva che si chiudesse mentre lui si trovava dalla parte sbagliata. Uscire scalando il muro sarebbe stato impossibile quanto entrare.
Si addentrò per una trentina di metri nell’impianto, sentì sotto i piedi il terreno familiare, fangoso, appiccicoso per il grasso e l’olio. Scricchiolava a causa dei frammenti metallici. Rimase immobile e percepì davanti a sé varie sagome gigantesche: i motori, le fornaci, le gru. Guardò a destra e vide la linea degli uffici e dei serbatoi. Al di là di essi, a quasi un chilometro e mezzo di distanza, invisibile nella notte, c’era il comprensorio segreto. Si voltò e fece mezzo passo nella sua direzione.
Al che le luci si accesero.
Si udì un netto whoomp mentre l’elettricità si riversava nei cavi spessi più di un polso. In una frazione di secondo l’intero luogo si illuminò, azzurro e più chiaro del giorno. Fu una sensazione eccezionale, fisica in termini di intensità. Reacher chiuse gli occhi con forza, si cinse la testa con le braccia e cercò in tutti i modi di non cadere in ginocchio.