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La massiccia strada a due corsie continuava in linea retta per otto chilometri fino al cancello degli automezzi dell’impianto di riciclaggio. Un centinaio di metri prima di arrivarvi una strada non segnalata si diramava a sinistra e puntava dritta in mezzo alla vegetazione bassa: il tratto occidentale dell’unica carrozzabile che attraversava Despair. Reacher la riconobbe facilmente: la bombatura irregolare, il rivestimento economico, la ghiaia e i ciottoli. Si fermò per lasciar passare un semiarticolato carico di lucenti barre d’acciaio, attese ancora che passasse un camion con un container diretto in Canada, dopodiché svoltò a sinistra, sobbalzò sulla superficie sconnessa e continuò vedendo le stesse cose che aveva visto il giorno prima ma nell’ordine contrario: il lungo muro in fondo dell’impianto, la vernice bianca lucida, le scintille e il fumo prodotti dalle attività all’interno, le gru in movimento. Allungò il braccio nella cabina, abbassò il finestrino del passeggero, udì il clangore dei martelli e sentì l’odore acre dei composti chimici.

Arrivò agli acri di terra destinati a parcheggio accanto al cancello del personale e vide il Tahoe della sorveglianza che faceva il giro orario sobbalzare lontano alla sua destra, in mezzo alla vegetazione. Quello del giro antiorario era molto più vicino: si trovava proprio lì nel posteggio, andava a trenta all’ora con i suoi anonimi finestrini fumé. Sopraggiungeva lento, in attesa di attraversare la strada. Reacher accelerò, il Tahoe rallentò e attraversò proprio dietro di lui. Reacher continuò; poco dopo l’impianto fu alle sue spalle e il centro di Despair si delineò a una cinquantina di chilometri, sulla destra. I cubi bassi di mattoni apparivano cupi nella luce pomeridiana. La strada era sgombra. Saliva, si abbassava, piegava dolcemente a destra e a sinistra evitando le formazioni geologiche più grandi di un frigorifero. Era frutto di un’ingegneria di basso profilo, non era mai stata livellata o raddrizzata dalle origini, quand’era una pista per carri.

Un chilometro e mezzo più in là un’auto della polizia uscì da una laterale.

Era inconfondibile. Una Crown Vic bianca e oro con grossa barra paraurti anteriore, una serie di luci sul tetto e antenne sul bagagliaio. Si sporse con il muso, si fermò un istante e girò a sinistra.

Verso ovest.

Dritta verso Reacher.

Lui controllò la velocità. Andava a ottanta, la massima velocità possibile per viaggiare comodo. Non aveva idea del limite del luogo. La ridusse a settanta e proseguì. Il poliziotto era a meno di un chilometro e mezzo di distanza, stava arrivando veloce. Velocità di avvicinamento, più di centocinquanta all’ora. Tempo di contatto, approssimativamente trentacinque secondi.

Reacher proseguì.

Il sole era alle sue spalle e quindi negli occhi del poliziotto, il che era un bene. Il vecchio Chevy aveva un parabrezza normale, non fumé, il che era un male. Dieci secondi prima del contatto Reacher tolse la sinistra dal volante e se la portò alla fronte, come se si massaggiasse la tempia per un mal di testa. Mantenne la velocità costante e fissò dritto davanti a sé.

L’auto della polizia gli sfrecciò accanto.

Reacher rimise la mano sul volante e guardò nel retrovisore.

Il poliziotto stava frenando bruscamente.

Reacher tenne un occhio sullo specchietto e fece un rapido calcolo. Aveva forse venticinque chilometri da percorrere prima di raggiungere la linea di confine della cittadina di Hope e il vecchio, artritico Chevy avrebbe fatto al massimo i centodieci, il che equivaleva a tredici minuti di viaggio. La Crown Vic non era un’auto molto potente ma grazie al pacchetto opzionale Police Interceptor possedeva un rapporto corto al ponte per accelerare rapidamente e tubi di scarico gemelli per una maggiore areazione. Avrebbe fatto comodamente i centoquaranta, perciò lo avrebbe raggiunto nel giro di tre minuti, pressoché all’altezza del motel abbandonato, all’inizio dei diciannove chilometri di strada deserta.

Non andava bene.

Alle sue spalle la Crown Vic stava facendo veloce un’inversione a U.

Perché?

Despair era una città in mano a un’unica azienda, ma la sua strada era per forza pubblica. Qualsiasi residente di Hope la usava per tornare a casa quando arrivava dall’interstatale, come del resto alcuni residenti del Kansas. A Despair i veicoli sconosciuti non potevano essere una rarità.

Reacher controllò di nuovo nel retrovisore. La Crown Vic stava accelerando alle sue spalle con il muso sollevato e la coda molto bassa.

Forse l’addetto alla sorveglianza del Tahoe che faceva il giro antiorario aveva chiamato, forse aveva visto la faccia di Reacher e lo aveva riconosciuto. Forse gli ausiliari del ristorante di Despair svolgevano a turno la funzione di addetti alla sorveglianza.

Reacher proseguì e raggiunse il primo isolato del centro.

Una seconda Crown Vic spuntò dieci isolati più avanti.

E si fermò proprio in mezzo alla strada.

Reacher inchiodò, sterzò e svoltò rapido a destra nella rete di strade del centro. Una mossa da disperato. Era il peggior pilota del mondo quando si trattava di inseguimenti in macchina. Non era un abile guidatore. Quando era alla Scuola ufficiali della Polizia militare a Fort Rucker, aveva seguito un corso di guida veloce, ma non aveva stupito nessuno: era riuscito a ottenere un punteggio tale da superarlo, ma soprattutto per pietà. Un anno dopo la Scuola si era trasferita a Fort Leonard Wood e il corso di guida si era fatto più difficile. Lui sapeva che non lo avrebbe più passato. Tempo e occasione: a volte aiutano una persona.

A volte la lasciano impreparata.

Reacher si imbatté in tre incroci di fila e svoltò a sinistra, a destra, a sinistra senza fermarsi né pensare. Le strade erano spoglie, strette, circondate da tetri edifici di mattoni, ma il suo senso della direzione era migliore della sua guida e sapeva di essere diretto di nuovo a est, parallelo alla Main Street, due isolati più a sud.

Il traffico del centro era lieve. Fu rallentato da una donna che guidava piano su una vecchia Pontiac, ma gli isolati erano brevi e risolse il problema svoltando a destra e ancora a sinistra, superandola un isolato più in là.

L’auto che lo inseguiva non si fece vedere. Le statistiche erano dalla sua parte. Suppose che la zona del centro fosse un quadrato di circa dodici isolati, il che significava che esistevano circa 288 tratti di strada in cui era possibile svoltare, il che significava che se avesse continuato a muoversi le probabilità di un incontro diretto erano piuttosto basse.

Ma anche le probabilità di uscire dal labirinto lo erano. Fintantoché il secondo poliziotto avesse bloccato la Main Street all’estremità orientale, Hope restava una meta irraggiungibile e presumibilmente i Tahoe dell’impianto di riciclaggio erano operativi a ovest. E presumibilmente Despair era piena di cittadini servizievoli con SUV a quattro ruote motrici, che sullo sterrato sarebbero stati molto più veloci del vecchio Chevy di Vaughan.

Reacher girò a caso a sinistra solo per continuare a muoversi. L’auto che lo inseguiva comparve rapida all’incrocio davanti a lui. Passò da sinistra a destra e scomparve. Reacher svoltò a sinistra nella stessa strada e la vide nel retrovisore mentre si allontanava da lui. Adesso era diretto a ovest. Aveva più di un quarto di serbatoio di benzina. All’incrocio successivo svoltò a destra e andò a nord per due isolati, verso la Main Street. Lì girò verso est e diede un’occhiata davanti a sé.

La seconda Crown Vic era ancora parcheggiata in mezzo alla strada e bloccava entrambe le corsie dieci metri a est dell’ultimo isolato, poco oltre l’emporio di tessuti. La luce lampeggiava rossa, a mo’ di avvertimento per il traffico in arrivo. Era lunga quasi cinque metri e mezzo, una delle ultime grosse berline americane. Un’auto lunga, ma da una parte lasciava uno spazio di circa un metro e venti tra il cofano e il cordolo, dall’altra uno di circa novanta centimetri tra il bagagliaio e il cordolo opposto.

Non andava bene. Il Chevy di Vaughan era largo più di un metro e ottanta.

A Fort Rucker gli assi del corso di guida avevano un mantra: Tieni la morte lontana dalla strada: guida sul marciapiede. Cosa che Reacher poteva fare. Poteva superare il poliziotto con due ruote sul cordolo ma poi? Si sarebbe cacciato in un inseguimento ad alta velocità per diciannove chilometri con un veicolo lento.

Non andava bene.

Svoltò ancora a destra e tornò nel dedalo del centro. Vide la prima Crown Vic comparire di nuovo rapida, stavolta da est a ovest, a tre isolati di distanza. Girò a sinistra e si allontanò da essa. Rallentò e cominciò a cercare rivenditori di auto usate. Nei film ti parcheggiavi in fondo a una fila di veicoli del genere e la polizia ti sfrecciava vicino senza vederti.

Non trovò nessun rivenditore di auto usate.

In realtà, non trovò un bel niente. Di certo non trovò niente di utile. Vide due volte la stazione di polizia, la drogheria, il barbiere, il bar, l’affittacamere e il vecchio hotel decrepito che aveva notato in precedenza, quando si era diretto a piedi al ristorante da cui era stato buttato fuori. Vide una chiesa che aveva sede in un negozio: una strana confessione minoritaria, qualcosa circa la fine dei tempi. L’unica in città, aveva detto Vaughan, in cui il feudatario era il predicatore laico. Era un edificio brutto a un piano fatto di mattoni, con una guglia tozza per renderlo più alto di quelli vicini. Questa aveva un parafulmine di rame in cima e la terra che correva fino alla strada era rovinata al punto da aver assunto un color verderame intenso. Era la cosa più colorata che si vedesse a Despair, una striscia verticale di vita in mezzo al grigiore.

Reacher proseguì. Guardò, ma non vide nient’altro di rilevante. Gli sarebbe piaciuto trovare un gommista, dove avrebbe potuto sollevare il vecchio Chevy e toglierlo dalla vista. Si sarebbe potuto nascondere e nello stesso tempo avrebbe fatto sistemare la disastrosa convergenza di Vaughan.

Non trovò gommisti.

Proseguì svoltando a caso a destra e a sinistra. Nei successivi tre minuti vide la prima Crown Vic altre tre volte, due davanti e una dietro nel retrovisore. La quarta volta che la vide fu un minuto dopo. Si fermò a un incrocio e la macchina vi arrivò nello stesso esatto momento, bloccandosi all’imbocco di una strada proprio alla sua destra. Reacher e il poliziotto si trovavano perpendicolarmente l’uno all’altro, muso contro muso, a tre metri di distanza, immobili. Il poliziotto era lo stesso che lo aveva arrestato: grosso, scuro, largo, giubbotto marrone chiaro. Alzò lo sguardo e sorrise. Con un gesto gli indicò di andare avanti come se si arrendesse, come se fosse arrivato secondo al traguardo.

Reacher era un pessimo guidatore, ma non era stupido. Non avrebbe mai lasciato che il poliziotto gli si mettesse alle spalle se andava nella stessa direzione. Inserì la retromarcia e indietreggiò. Il poliziotto schizzò in avanti, girò e fece per seguirlo. Reacher attese finché l’uomo fu a metà manovra, rimise il cambio nella posizione drive e destreggiandosi gli passò vicino, proprio fianco a fianco, quindi girò a sinistra, a destra e ancora a sinistra fino a essere sicuro d’essersene liberato.

Dopo proseguì senza sosta concludendo che le svolte a caso non lo aiutavano. Aveva la stessa probabilità di cacciarsi nei guai che di fuggirne, perciò andò perlopiù dritto finché non ebbe più strada davanti a sé, a quel punto girò. Finì per tracciare ampi cerchi concentrici a una velocità abbastanza bassa da restare al sicuro e abbastanza alta da poterla aumentare di colpo, se necessario, senza che il logoro e stanco motore avesse problemi.

Superò la chiesa, il bar, la drogheria, il vecchio hotel decrepito ognuno per la terza volta, poi l’affittacamere. La porta scivolò via e si aprì. Con la coda dell’occhio Reacher vide un uomo uscire.

Un giovane.

Grande e grosso.

Alto, biondo e massiccio. Un atleta. Occhi azzurri, abbronzatura intensa, jeans e una maglietta bianca sotto una felpa grigia a V.

Reacher premette il freno e girò la testa, ma l’uomo era già scomparso dietro l’angolo. Inserì la retromarcia e indietreggiò. Un clacson tuonò e un vecchio SUV sterzò. Reacher non si fermò. Attraversò l’incrocio in retromarcia e guardò nella traversa.

Non c’era nessuno, solo il marciapiede deserto. Nel retrovisore vide l’auto che lo inseguiva tre isolati più a ovest. Ripartì, girò a sinistra e a destra, continuando a percorrere ampi cerchi senza meta.

Non rivide il giovane.

Ma vide il poliziotto altre due volte. Stava perlustrando gli incroci lontani come se avesse tutto il tempo del mondo, il che era vero. Erano le due e mezzo del pomeriggio, metà della popolazione era occupata a lavorare sodo nell’impianto, l’altra metà a pulire casa, a preparare torte o accasciata in poltrona a guardare la televisione. L’unica strada formava due strozzature alle estremità della cittadina. Il poliziotto si stava divertendo. Aveva messo Reacher in trappola e lo sapeva.

Anche Reacher lo sapeva.

Non c’era modo di uscirne.

Era il momento di tener duro e combattere.

Child Lee - 2008 - Niente da perdere: Un'avventura di Jack Reacher
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