18
Il vecchio Chevy girava ancora in folle, paziente. La strada era ancora deserta, tuttavia corsero, spalancarono le portiere del furgone e vi si gettarono dentro. Vaughan inserì brusca la marcia e diede gas. Non dissero una parola finché non superarono con un sobbalzo il confine di Hope, otto lunghi minuti dopo.
«Adesso è davvero un cittadino con un problema», commentò lei. «Non crede? I poliziotti di Despair saranno anche ottusi, ma sono pur sempre poliziotti. Le poiane segnalano loro la presenza di un morto, trovano le sue tracce e trovano anche una seconda serie di tracce da cui capiscono che qualcun altro si è imbattuto nel morto per strada. Vedono un bel po’ di segni di rotolamenti e cadute, perciò decidono di fare due chiacchiere con quel qualcuno. Su questo ci può scommettere.»
«Allora perché non hanno continuato a seguire le mie tracce? » domandò Reacher.
«Perché sapevano dov’era diretto. C’è solo Hope, o il Kansas. Vogliono sapere da dove sia partito. E cosa scoprirebbero?»
«Se guardano bene, involucri di barrette energetiche e bottiglie d’acqua vuote, tutto sepolto.»
Vaughan annuì guardando il volante. «Tracce materiali evidenti di un uomo grosso con i piedi grandi e le gambe lunghe, che ha fatto clandestinamente una visita programmata di notte dopo che lo avevano cacciato dalla città.»
«Inoltre uno degli ausiliari mi ha visto.»
«Ne è sicuro?»
«Abbiamo parlato.»
«Grande.»
«Il morto è deceduto per cause naturali.»
«Ne è sicuro? Lei ha tastato al buio. Loro lo metteranno su un tavolo settorio.»
«Non sono più a Despair. Lei non può andare laggiù, loro non possono venire qui.»
«I piccoli dipartimenti non si occupano di omicidi, idiota. Chiamiamo la Polizia statale, e la Polizia statale può andare dappertutto in Colorado. Può ottenere collaborazione dappertutto in Colorado. Inoltre, da ieri lei è nella mia giurisdizione. Non potrei negarlo anche se volessi.»
«Non lo vorrebbe?»
«Non so niente di lei, tranne il fatto che sono certa che abbia pestato un ausiliario laggiù. Lo ha ammesso davanti a me. Chissà che cos’altro può aver fatto.»
«Non ho fatto altro.»
Vaughan non disse nulla.
«Adesso che succede?» chiese Reacher.
«Le faccende del genere vanno sempre affrontate. Si presenti e fornisca volontariamente informazioni.»
«No.»
«Perché no?»
«Ero un soldato. Non faccio mai niente volontariamente.»
«Be’, io non posso aiutarla. La cosa non è in mano mia. Non è mai stata in mano mia.»
«Potrebbe telefonare», propose Reacher. «Potrebbe telefonare alla Polizia statale e scoprire cosa pensano.»
«Presto ci chiameranno loro.»
«Allora, come ha detto, affrontiamo la faccenda. È sempre un bene avere informazioni in anticipo.»
Vaughan non replicò. Si limitò a sollevare il piede dall’acceleratore e a rallentare quando raggiunsero i confini della cittadina. L’uomo del negozio di ferramenta aveva la porta aperta e stava ammucchiando la sua roba sul marciapiede. Aveva una specie di scala a pioli magica che poteva essere collocata in otto posizioni diverse o quasi. L’aveva disposta a mo’ di impalcatura da imbianchino, in grado di raggiungere i muri di un primo piano. Vaughan svoltò a destra all’isolato seguente, poi a sinistra superando il retro del ristorante. Le strade erano larghe, piacevoli e i marciapiedi alberati. Entrò in un parcheggio riservato di fronte a un edificio basso di mattoni che sarebbe potuto essere un ufficio postale di un quartiere periferico. Tuttavia non lo era: era il Dipartimento di polizia di Hope. Così stava scritto in lettere di alluminio fissate con precisione ai mattoni. Vaughan spense il motore e Reacher la seguì lungo un vialetto di mattoni fino alla porta. Questa era chiusa, come del resto la stazione. Vaughan prese una chiave dal mazzo e disse: «L’addetto al banco arriva alle nove».
Dentro, ricordava sempre un ufficio postale: grigio, rovinato, burocratico ma in certo qual modo accogliente. C’erano un banco informazioni e, dietro, uno spazio con due scrivanie; l’ufficio del comandante si trovava oltre una porta robusta, nello stesso angolo in cui si sarebbe trovato quello del direttore delle poste. Vaughan superò il banco e si diresse a una scrivania che era chiaramente la sua. Trasmetteva un senso di efficienza e organizzazione ma non incuteva timore. Davanti, nel centro, c’era un vecchio computer con accanto un telefono. Lei aprì un cassetto e trovò un numero in una rubrica. I contatti tra il Dipartimento di polizia di Hope e la Polizia statale erano, a quanto pareva, rari: Vaughan non conosceva il numero a memoria. Lo compose, chiese dell’agente di servizio, si identificò e disse: «Stiamo indagando su una persona scomparsa. Maschio, caucasico, sui vent’anni, un metro e settantatré, sessanta chili circa. Ci potete dare una mano?» Ascoltò brevemente spostando rapida lo sguardo a sinistra e poi a destra. «Non abbiamo un nome», aggiunse poco dopo. Le fecero un’altra domanda, lei guardò a destra e disse: «Non so se sia scuro o chiaro di capelli. Lavoriamo su una fotografia in bianco e nero. È tutto quello che abbiamo».
Dopo tacque. Reacher la vide sbadigliare: era stanca, aveva lavorato tutta la notte. Scostò un po’ il telefono dall’orecchio e Reacher udì il debole picchiettare di una tastiera nell’ufficio statale lontano. Denver, forse, o Colorado Springs. Poi la voce tornò, lei riavvicinò il telefono e Reacher non udì quello che diceva.
Vaughan ascoltò e disse: «Grazie».
Quindi riagganciò.
«Nessuna segnalazione», spiegò. «Despair non li ha chiamati. »
«Cause naturali», osservò Reacher. «Concordano con me.»
Lei scosse la testa. «Avrebbero dovuto chiamare lo stesso. Un decesso inspiegato in una zona aperta è quanto meno un caso di competenza della contea, il che significa che viene inserito quasi subito nel sistema della Polizia statale.»
«Allora perché non li hanno chiamati?»
«Non lo so, ma non è un nostro problema.»
Reacher si sedette all’altra scrivania. Era un mobile semplice, governativo, con le gambe di acciaio e un ripiano sottile di compensato con uno strato di plastica stampata che ricordava il palissandro. C’erano un divisorio e una base con tre cassetti imbullonata alle gambe di destra. La sedia era munita di ruote ed era rivestita di tweed grigio. I mobili della Polizia militare erano diversi. Le sedie erano ricoperte di vinile, le scrivanie fatte d’acciaio. Reacher si era seduto a decine di esse in tutte le parti del mondo. La vista dalle finestre era sempre stata molto diversa, le scrivanie sempre uguali, come il loro contenuto: dossier pieni di persone morte e scomparse, alcune compiante, altre no.
Pensò a Lucy Anderson, detta Lucky dagli amici, la sera prima al ristorante. Ricordò il modo in cui torceva le mani. Guardò Vaughan di fronte a lui e le disse: «In un certo senso è un nostro problema. Quel ragazzo potrebbe avere qualcuno che sta in pensiero per lui».
Vaughan annuì e tornò alla rubrica. Reacher la vide passare dalla C di Colorado, Polizia statale alla D di Despair, Dipartimento di polizia. Compose il numero e sentì una risposta forte al suo orecchio, come se la vicinanza fisica aumentasse la corrente elettrica nei cavi. Lei riciclò la stessa storia della finta indagine sulla persona scomparsa, un maschio caucasico di circa vent’anni, alto un metro e settantatré, di sessantatré chili di peso, senza nome, colore dei capelli incerto a causa della fotografia in bianco e nero. Ci fu un breve silenzio, poi una breve risposta.
Vaughan riagganciò. «Nessuna segnalazione», spiegò. «Non hanno mai visto un ragazzo simile.»