36
Reacher percorse un chilometro e mezzo, si fermò nel caffè di Halfway aperto tutta la notte, mangiò un cheeseburger e bevve tre tazze di caffè. L’hamburger era poco cotto e molle. Il caffè buono quanto quello del ristorante di Hope. La tazza era un po’ più brutta, ma passabile. Lesse da cima a fondo una copia spiegazzata del quotidiano del mattino precedente, poi sonnecchiò per un’ora. Lasciò il locale alle cinque del mattino quando arrivarono i primi clienti per la colazione e lo disturbarono con il loro chiacchiericcio e un odore di doccia appena fatta. Fece il pieno al furgone di Vaughan nella stazione di servizio aperta tutta la notte, lasciò la cittadina puntando a est, sulla stessa strada sconnessa da cui era venuto, con le montagne lontane alle sue spalle e l’alba che aspettava di sorgere davanti a lui.
Mantenne la lancetta del tachimetro sui sessantacinque e
cinquantadue minuti dopo superò di nuovo la base della Polizia
militare. Era ancora silenziosa. Due uomini si trovavano nella
guardiola, uno rivolto a est, l’altro a ovest. La lampada notturna
era ancora accesa. Immaginò che la sveglia fosse alle sei e trenta
e la colazione alle sette. Alla stessa ora il corpo di guardia
notturno avrebbe cenato e quello diurno fatto colazione,
probabilmente con lo stesso cibo. Le unità da combattimento non
andavano tanto per il sottile. Fece un cenno di saluto con la mano
e continuò alla velocità costante di sessantacinque all’ora, il che
gli consentì di arrivare all’impianto di riciclaggio esattamente
alle sei del mattino.
All’inizio della giornata di lavoro.
Le luci dell’arena erano già accese e il posto era ben illuminato, chiaro e azzurro, come se fosse giorno. Il parcheggio si stava riempiendo rapidamente. Una scia di fari usciva dalla città diretta a ovest: si abbassavano, giravano, perlustravano il terreno irregolare, si fermavano, si spegnevano. Reacher rallentò, sterzò, abbandonò la strada e guidò per un tratto attraverso la vegetazione schiacciata per parcheggiare accanto a una Chrysler berlina che cadeva a pezzi e a un pick-up Ford tutto ammaccato. Uscì, chiuse il furgone, si mise le chiavi in tasca e si unì al flusso di uomini che si trascinavano verso il cancello. Avvertì una sensazione sgradevole, la stessa che si provava entrando in uno stadio da baseball con i colori della squadra ospite. Uno sconosciuto in casa. Gli uomini tutt’intorno gli lanciarono occhiate curiose e si tennero a distanza più di quanto non facessero tra loro, ma nessuno disse nulla. Non ci furono gesti di palese ostilità, solo circospezione e sguardi furtivi mentre la folla avanzava strascicando i piedi nella luce fioca prima dell’alba.
Il cancello del personale era una sezione a due battenti del muro metallico, dotata di un sistema di cardini tanto complesso da compensare la bombatura del muro. Il sentiero sterrato che lo attraversava si restringeva ed era reso polveroso da un milione di passi. Nei paraggi non c’erano spintoni né segni d’impazienza. Gli uomini si avvicinavano da destra e da sinistra e si allineavano con ordine come automi, né veloci né lenti, ma rassegnati. Dovevano iniziare a lavorare, ma chiaramente nessuno ne aveva voglia.
La coda avanzava lenta, un metro, due, tre.
L’uomo davanti a Reacher varcò il cancello.
Reacher varcò il cancello.
Subito oltre c’erano altri muri metallici alti fino alla testa, simili agli ingressi per convogliare il bestiame, che dividevano la folla in una fila destra e in una sinistra. Il corridoio di destra conduceva a un altro recinto in cui Reacher suppose che i lavoratori a giornata aspettassero di essere chiamati. Era già pieno per un quarto di gente che se ne stava lì in piedi, muta e paziente. I lavoratori che andavano a sinistra non li guardavano.
Reacher andò a sinistra.
Il corridoio di sinistra piegava ad angolo retto e si restringeva fino a un metro e venti di larghezza. Conduceva la fila che avanzava trascinando i piedi oltre una timbratrice automatica, posizionata nel centro di un tabellone immenso pieno di cartellini. Ogni uomo prendeva il proprio, lo infilava nella macchina, attendeva il rumore sordo della timbratura e lo riponeva. Il ritmo era lento, implacabile. Il fruscio della carta rigida a contatto col metallo, il rumore sordo del timbro, il clic del cartellino che esce dalla fessura. ’orologio indicava le sei e quattordici, il che corrispondeva perfettamente all’ora mentale di Reacher.
Superò deciso l’apparecchio. Il corridoio piegava di nuovo e lui seguì l’uomo davanti per una decina di metri sbucando nell’angolo nordorientale dell’arena. Questa era spaventosamente vasta. La serie di luci sul muro in fondo si estendeva per quasi un chilometro e mezzo in lontananza, si offuscava, si riduceva e si fondeva fino a trasformarsi in un puntino minuscolo, quasi invisibile nell’angolo sudorientale. Il muro in fondo era distante almeno ottocento metri. L’area interna complessiva doveva essere pari a trecento acri. Trecento campi da football.
Incredibile.
Reacher si scostò per lasciar passare la coda. Qua e là in quel vasto spazio piccoli capannelli di uomini erano già affaccendati. Camion e gru si muovevano gettando ombre nette nella luce da stadio. Alcune gru erano più grandi di qualsiasi cosa Reacher avesse mai visto in un porto. Alcuni camion erano grossi quanto escavatrici. C’erano frantumatori giganteschi che avevano mazze idrauliche oliate e splendenti, più grosse di tronchi di sequoia. C’erano crogioli grandi quanto barche a vela e storte grosse come case, mucchi di carcasse d’auto alti dieci piani. Il terreno era impregnato d’olio, costellato di pozze di gasolio che creavano arcobaleni e cosparso di frammenti metallici arricciati. Là dov’era asciutto, brillava ricoperto di sabbia lucente. Vapori, fumo, scarichi e odori pungenti di sostanze chimiche si spargevano dappertutto. Rombi e martellii si diffondevano a ondate verso l’esterno, rimbalzavano contro il perimetro metallico e tornavano subito indietro. Fiamme intense danzavano dietro i portelli aperti delle fornaci.
Sembrava una visione infernale.
Alcuni uomini parevano svolgere compiti assegnati, altri giravano in tondo come se attendessero istruzioni. Reacher li rasentò e seguì il muro settentrionale, piccolo e insignificante in quel caos. Davanti a lui, molto lontano, nell’angolo nord-occidentale, il cancello degli automezzi si stava aprendo. Cinque semiarticolati erano fermi in fila, in attesa di uscire. Sulla strada apparivano enormi, incombenti; nell’impianto sembravano giocattoli. I due Tahoe della sorveglianza erano posteggiati fianco a fianco, minuscoli punti bianchi in quella vastità. Accanto c’era uno schieramento di container da dodici metri, alto quanto cinque di essi. Anche quelli sembravano minuscoli.
A sud del cancello degli automezzi c’era una lunga serie di uffici prefabbricati di metallo, sollevati su piccoli piedi per essere tutti alla stessa altezza. Dentro le luci erano accese. Sul lato sinistro due uffici erano dipinti di bianco e avevano una croce rossa sulla porta. Il pronto soccorso. Era abbastanza grande da servire da ospedale interno. Accanto c’era un veicolo bianco posteggiato: l’ambulanza. Vicino all’ambulanza, una sfilza di serbatoi di carburante e sostanze chimiche, al di là dei quali un sinistro plotone di uomini con grembiuli spessi e maschere nere da saldatore stava usando fiamme ossidriche per tagliare un mucchio di rottami contorti. Le fiamme azzurre creavano ombre spaventose. Reacher si accostò al muro settentrionale e continuò a muoversi. Gli uomini lo guardavano e distoglievano incerti lo sguardo. A un quarto di strada, lungo il muro, si trovò il cammino sbarrato da una piramide gigantesca di vecchi bidoni di petrolio. Erano dipinti di un rosso sbiadito, disposti gli uni sugli altri per dieci file, a mo’ di scala. Reacher si fermò, si guardò attorno e si issò sul primo gradino. Si guardò di nuovo attorno, salì sino a metà piramide, si girò e, in posizione precaria, sfruttò il punto sopraelevato per dare un’occhiata generale a tutto il posto.
Non aveva visto tutto il posto.
Non ancora.
C’era di più.
Molto di più.
Quello che gli era parso essere il confine meridionale era in realtà un divisorio interno: stessa altezza dei muri perimetrali, stesso materiale, stesso colore, stessa struttura con la superficie liscia e il cilindro orizzontale. Stesso scopo, di barriera insuperabile. Ma era soltanto un divisorio interno con un cancello chiuso. Al di là di esso il perimetro esterno cingeva almeno altri cento acri, altri cento campi da football. Il cancello era abbastanza largo da lasciar passare un grosso camion. Il terreno davanti era segnato da profondi solchi. Dietro c’erano pesanti gru e pile elevate di container disposte a zigzag. Sembravano buttati lì a caso, in realtà erano disposti e sistemati con cura in modo da impedire la vista diretta dell’attività svolta a livello del terreno da qualsiasi angolazione.
Davanti al cancello interno c’era un posto di controllo. Reacher distinse due figure minuscole che giravano in cerchio annoiate, con le mani in tasca. Le osservò per un minuto, quindi sollevò di nuovo lo sguardo al di là del divisorio. Gru e barriere, un po’ di fumo, qualche scintilla lontana. Per il resto non c’era niente da vedere. C’era invece molto da ascoltare, ma nessun rumore era utile: impossibile stabilire da che parte arrivasse ogni singolo suono. Reacher attese un altro minuto e studiò il viavai interno. C’erano parecchie cose in movimento, ma nessuna era diretta al cancello interno, che sarebbe rimasto chiuso. Si voltò a est e guardò il cielo. Stava sorgendo l’alba.
Si girò, si mise in equilibrio e scese la piramide di bidoni di petrolio. Mise piede sul terreno irregolare e in quel momento una voce alle sue spalle disse: «Chi diavolo è lei?»