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Kit
31 maggio 2000
Non rimasi da solo con Beth fino alla seconda volta in cui venne a trovarci a Clapham, e persino allora la privacy non permise altro che una conversazione frettolosa mentre Laura si faceva la doccia. Il mio piccolo, sporco segreto aveva scalciato le scarpe argentate da ginnastica alla porta d’ingresso ed era scalza davanti ai fornelli, preparando uova al tegamino per accompagnare il salmone affumicato e i bagel che aveva comprato. Mi dava la schiena, dritta e liscia. La sua postura non suggeriva minimamente l’angoscia che gravava sulle mie spalle, al punto che mi ero addirittura sorpreso, quando mi lavavo i denti, che lo specchio non mi restituisse l’immagine di uno zombi gobbo. Ben lungi dal liberarmi e permettermi di andare avanti con la mia vita, lo sforzo impiegato per mantenere il controllo in attesa del processo mi aveva consumato le riserve di disciplina di un anno intero e la vita londinese cui ero stato così ansioso di fare ritorno si stava sgretolando. Non dormivo. I laureandi che avrei dovuto seguire non mi vedevano da settimane e avevo ricevuto un avviso scritto dalla facoltà per colpa delle mie continue assenze. Mamma era passata dall’accudire un marito morente alle continue preoccupazioni per il figlio degenere. Mac le aveva rubato i soldi dalla borsa, aveva falsificato il suo nome sugli assegni e aveva venduto il suo computer. Continuavo a prestargli soldi solo perché non avrei sopportato di vedermeli rubare.
«Beth». Parlai sottovoce, anche se Laura cantava stonata al di sopra della ventola ronzante del bagno e dello scroscio dell’acqua sulla tenda. Avvertivo l’ironia del fatto che solo due amanti illeciti in genere comprendevano l’urgenza di tali momenti rubati. «Sono certo che il verdetto non verrà ribaltato. Non c’è possibilità che la richiesta d’appello venga accolta dai giudici». (Avevo letto su Internet che i giudici detestavano gli appelli; mettevano in dubbio la loro capacità di giudizio e una volta tolta quella, cosa rimaneva? L’unica cosa che odiavano ancora di più, a quanto pareva, era lo spergiuro).
Beth ruppe un uovo sul lato della padella con una mano. Per un secondo pensai che mi avrebbe ignorato, invece tolse la padella dal fuoco e si girò a fronteggiarmi, a braccia conserte sul petto.
«Intendi che dopotutto posso andare avanti con la mia vita? Intendi che dovrei togliermi dai coglioni?». La sua furia mi ricordò che avrei dovuto procedere con estrema cautela.
«Non era quello che intendevo», dissi, anche se era precisamente quello che volevo dire. La fiamma del gas ardeva blu dietro il suo gomito: non sembrò accorgersene.
«Pensi che le dirò di noi due», disse. Trasalii al “noi due” – avrei preferito che dicesse “ciò che abbiamo fatto”, o persino “il tuo errore”.
«Lo farai?».
Prima di rispondere, Beth si pulì le mani sulla gonna con la stanchezza di una massaia dei tempi andati. Se anche aveva intenzione di giocare con me, non pareva divertirsi. «Al momento Laura è più o meno l’unica amica che ho al mondo», disse in tono asciutto. «O l’unica che sappia del Lizard. Non posso farcela senza parlarne con qualcuno. Dirle di noi sarebbe di certo il modo più sicuro di restare completamente sola. E ho bisogno di qualcuno, ok?».
Come avrei potuto negarle un’amica? Desiderai soltanto, per la milionesima volta, che non dovesse trattarsi di Laura e desiderare quello era desiderare per la milionesima volta di non aver mai dato motivo a Beth di pedinarmi.
«Mi dispiace», dissi.
«Ci scommetto», disse. Tentò di rivolgermi un sorriso coraggioso, ma non riuscì a spingersi oltre uno mesto. «Sai qual è la cosa peggiore? Sei l’unico con cui posso avere una conversazione onesta, l’unico al mondo che conosca l’intera storia e non riesci nemmeno a sopportare di guardarmi». Finalmente spense il gas. «Non ti voglio più, se è quello che ti preoccupa. Ironia della sorte, non sto cercando un ragazzo al momento».
Ci rimuginai sopra; il pensiero non mi aveva quasi attraversato la mente. Di certo non pensavo più a lei in quei termini. Il rischio poteva anche essere stato eccitante, ma il pericolo effettivo aveva cancellato quel primo desiderio viscerale. Ero più preoccupato che Beth volesse fregarmi che avermi.
«Non è quello che sto dicendo», le spiegai. Quello che volevo dirle era, se non hai l’autocontrollo di pensarci due volte prima di presentarti da noi senza avvisare, prima di sommergerci di regali costosi ed eccessivi, prima di fermarti così a lungo, se non possiedi nemmeno le sensibilità sociali di base, allora come posso fidarmi di te per le cose realmente importanti? Era il genere di casino che Laura sarebbe riuscita a inquadrare in una frase precisa, ma tutto quello che mi uscì fu: «Dovrai pur capire perché non sono a mio agio. Quello che noi… prima o poi salterà fuori, durante una di quelle vostre chiacchierate profonde e significative. Potreste rallentare un attimo entrambe».
Lei si strinse nelle spalle. «Non so cos’altro dirti, se non che ancora non è saltato fuori». Ora aveva un’aria imbarazzata. «Sai, mi sono resa conto che siete una coppia unita. Te l’ho detto al mattino dopo che non volevo essere quella che rovinava un’altra relazione. Non posso cambiare quanto è successo, ma posso fare la cosa più giusta tenendo la bocca chiusa». Guardò lentamente il corpo che aveva già conosciuto, ma senza alcuna malizia. «Devi fidarti di me, ok?».
Sapevo, perché lo facevo anche io, cosa stava cercando di fare. Restringere il problema, dividerlo in compartimenti. Continuare a vivere senza farsene toccare. Era già abbastanza dura per me che ero – ero stato – iperrazionale e disciplinato; come poteva Beth, traumatizzata e sconvolta, aspettarsi di riuscirci? Pugni invisibili mi stritolarono i polmoni. Non potevamo andare avanti così.
«Kit», disse Beth con pazienza. «La gente mantiene segreti anche peggiori di questo tutto il tempo».
«Non io, non quelli come me». Mi battei il petto per sottolinearlo; l’aria tornò a circolare, se non altro.
«Sì, persone come te». La sua voce mi perforò come un proiettile. «Persone esattamente come te, ragazzi di buona famiglia che fanno cose orribili tutto il tempo e poi mentono. Non sei stato attento?».
Lo scoppio di forza lasciò in fretta spazio alle lacrime. Eravamo tornati in tribunale, in quel campo. Non avrei potuto insistere oltre anche se avessi saputo cosa dire.
«Mi dispiace», dissi.
«Anche a me». Tornò a concentrarsi sulla padella.
La ventola in bagno si fermò e Laura uscì dal bagno. Un pennacchio di vapore profumato si mischiò alle esalazioni burrose della padella di Beth.
«Che profumino!», disse Laura, mentre passava dal bagno alla camera da letto con indosso solo un asciugamano e con grosse gocce d’acqua che le bagnavano le spalle esili. La tenerezza che avevo per un attimo avvertito per Beth fu trasferita interamente su Laura.
«Ti prego, Beth», dissi, quando fummo di nuovo soli. «Ti prego, lascia in pace Laura».
Avevo la sensazione che sarebbe rimasta in casa nostra per sempre; e sapevo che non sarei sopravvissuto.
«Non posso», disse Beth con genuino rimpianto, come se la faccenda non dipendesse da lei. Mi resi conto, con un tuffo al cuore, di non aver altra scelta che farla dipendere da me.
Agosto 2000
Solo un anno prima avevo dato per scontato che la mia vita sarebbe andata avanti come in passato. Avevo una brillante laurea alle spalle, una carriera stellare dinanzi a me e, sogno impossibile, una bellissima donna da amare e con cui viaggiare. Dalla Cornovaglia il trend si era invertito e la mia vita si stava avviando alla crisi. Due immagini, ognuna terribile quanto l’altra, erano il mio costante sogno a occhi aperti, riempivano i momenti di riposo come uno screensaver sul portatile. La prima immagine era quella del viso di Laura quando avrebbe scoperto di me e Beth, la mia versione adulta del libro che aveva terrorizzato lei da bambina. La seconda immagine riguardava me, solo nell’appartamento svuotato di tutte le sue cose, che fissavo il buco nero del mio futuro.
Ora penso che stessi avendo un esaurimento nervoso silente. Era una lenta discesa nella follia, la progressiva perdita di moralità e raziocinio, persino. I saggi dei laureandi la cui valutazione stavo sempre più procrastinando erano a volte al di là della mia comprensione. Mi capitava spesso di entrare in una stanza e dimenticare perché ci ero andato; uscivo a comprare il latte e restavo paralizzato davanti al banco frigo del 7-Eleven prima di tornare a casa con il pane. Iniziai a fare passeggiate di otto ore, fingendo di andare in facoltà. Occasionalmente accompagnavo Laura durante i suoi giri mattutini, poi prendevo la metro per rientrare a casa per poter piangere un po’. Queste sessioni private di sfogo nel nostro appartamento potevano durare anche tutto il giorno. Erano dolorose, come se delle placche tettoniche fino ad allora ignote si stessero spaccando per formare nuovi continenti dentro di me. Tenevo un occhio arrossato puntato sull’orologio, pronto a tornare in città per accompagnarla di nuovo a casa.
Desideravo così disperatamente liberarmi di Beth che regredii alle fantasie infantili; ora, il viaggio nel tempo era rimpiazzato da modi per far sparire Beth, teletrasportandola o spedendola in un universo alternativo. Quando restavo più ancorato a terra, speravo che forse avrebbe trovato un impiego che non poteva rifiutare; in Nuova Zelanda, magari. Forse avrebbe trovato una nuova amica al lavoro o nel nuovo monolocale. Forse – e questa era la nozione più bizzarra e inverosimile – forse si sarebbe semplicemente stufata di Laura. Volevo che fosse indolore per Beth, non persi mai di vista quanto avesse già sofferto. Intanto la loro amicizia non faceva che diventare sempre più profonda. Spesso rincasavo e trovavo le uniche due donne con le quali avessi mai dormito coinvolte in un rapporto contorto, intente a conversare con un’intimità femminile così profonda che non sarei mai riuscito a scalfire. Mi sentivo strattonare tra il senso di responsabilità di vedere e sostenere Mac e il disperato bisogno di restare a casa e controllare Laura e Beth.
Pensavo sempre a come ventilare l’ultimatum a Laura, sapendo di non averne il coraggio. Avevo paura della risposta. Continuavo a ripetermi le parole di Laura: Ti stai comportando come se dovessi scegliere tra uno dei due. Non l’aveva mai negato. L’unico modo per far sì che Laura lasciasse andare Beth era che Beth la respingesse per prima. E non sarebbe mai successo.
Avvertii un lampo di speranza quando Beth ci diede la fotografia. Mentre restavo a fissarla, e il panico mi montava dentro, pensai: Laura se la darà a gambe dopo questa. Era un errore di autocensura che io stesso non sarei riuscito a pianificare meglio. Pensai che di certo Laura non l’avrebbe tollerato. Più che altro mi aspettavo un confronto, preoccupato che sarebbe stato l’esplosione che avrebbe portato Beth, rendendosi conto di essere sul punto di perdere Laura, a spifferarle la verità. Ma quel confronto non ci fu mai. Invece di restare inorridita dinanzi al voyeurismo di Beth, Laura era rimasta addirittura affascinata da quella foto. Io mi ero abituato a gestire le mie reazioni, ma persino allora rimasi sorpreso dall’autocontrollo di cui diedi prova quel giorno, concordando con Laura quando disse che era bella. Ricordo che aveva i capelli raccolti e glieli stringevo così forte che se si fosse trattato di una qualsiasi altra parte del corpo avrebbe gridato dal dolore.
Con la guardia di Beth abbassata al punto da far sembrare accettabile un gesto simile, non c’era modo di prevedere cos’altro potesse fare, o dire, ancora. Era al contempo la mia più grande paura e motivazione. Raggiunsi la soglia di tolleranza il giorno in cui Beth si lasciò sfuggire di essere arrivata a Capo Lizard con l’autostop.
«Hai una vaga idea», disse Beth, «di cosa voglia dire passare tutto questo tempo con voi due dovendo costantemente mordermi la lingua?».
Laura sbiancò; doveva essere stata contagiata dal mio identico terrore. Dopo che Beth era schizzata fuori di casa, io andai sul balcone, afferrando la ringhiera per restare in equilibrio.
«Dove sarà andata?», chiese Laura, quando sentimmo il portone sbattere.
Beth attraversò la strada in direzione della metropolitana, allontanandosi dal parco. «Verso il parco, immagino», dissi.
Attesi finché Laura non si fu allontanata, poi recuperai il portafoglio e feci le scale così in fretta da darmi l’impressione di volare. Il traffico era contro di me, i veicoli a motore di Londra non volevano rinunciare allo sprint di dieci secondi tra un semaforo rosso e il successivo.
Sprecai attimi preziosi a infilare il biglietto elettronico nell’apposita fessura, e quando arrivai sottoterra Beth era sulla banchina, mentre l’alito solforoso di un treno in arrivo le agitava la sciarpa. La raggiunsi mentre le porte si aprivano e l’afferrai per l’avambraccio, la carne morbida diventò d’acciaio per lo shock del contatto inatteso. Era la prima volta che la toccavo da quella notte in Cornovaglia.
«Aspetta», annaspai. «Aspetta con me, ti prego». Spostandosi leggermente in avanti testò la mia stretta contro la sua forza e poi si arrese.
Restammo avvolti dal fumo del treno che partiva in direzione di Edgware. Per un istante fummo gli unici sulla banchina. La fossa che accoglieva i binari del treno sotterraneo ci fissava invitante. Sarebbe stato così semplice…
«Hai idea di come mi senta a mentire a Laura?», disse interrompendo i miei pensieri. «Certo che lo sai».
Mi permise di riaccompagnarla alla panchina. Quando mi sedetti, tremavamo entrambi.
«Se sapesse di noi, andrebbe soltanto peggio», dissi. «E ce lo siamo tenuti dentro così a lungo ormai. Non è che sia successo ieri. Le hai mentito fin dall’inizio della vostra amicizia, le spezzeresti il cuore dicendoglielo. Non vuoi farlo più di quanto non voglia farlo io».
«È solo che è così dura vivere nella menzogna. Non sapevo quanto potesse essere sfiancante».
«Beth, stai dicendo che vuoi confessarglielo?».
Un treno passò fischiando. Lei salì senza rispondermi. Da dietro le porte mi disse: «Davvero non capisco come tu ci riesca».
Era una minaccia? Non lo sapevo. Sapevo solo che non potevamo rivederla più. Ormai era tutto troppo vicino alla superficie: il conto alla rovescia verso la mia distruzione era iniziato. Lo vidi con gli occhi della mente: cifre rosse su uno schermo nero che correvano all’indietro fino allo zero, proprio come il tempo era corso in avanti al processo. Non si trattava più di fidarmi che Beth mantenesse il segreto; era arrivato il momento di toglierci da quella situazione o di perdere Laura per sempre.
Guardai così tanti treni partire senza salire su nessuno che una guardia dal piano di sopra scese a controllare se stessi bene. Credo temesse che stessi contemplando il suicidio e forse aveva ragione.
Quella sera per la prima volta piansi davanti a Laura; piansi tanto, persi del tutto il controllo e lei non riuscì a dissimulare in tempo il proprio orrore. Se non avessi fatto qualcosa, se non avessi pensato a un sistema per uscirne in fretta, la sua compassione si sarebbe tramutata in disprezzo e l’avrei persa comunque.
Ebbi l’illuminazione mentre Laura dormiva e brillava un’unica candela solitaria. Pieno di rabbia per la trappola in cui avevo fatto cadere tutti noi, mi venne voglia di afferrare la candela e scagliarla contro la parete per la frustrazione e fu a quel punto che mi venne l’idea. Per tutta la vita la gente mi aveva detto che ero privo d’immaginazione, ma l’idea del vetro rotto era così vivida, così improvvisa e così distante da me quanto un’immagine sullo schermo di un computer.
In mia difesa, non mi era mai sembrata un’idea ragionevole, solo necessaria e, se avessi escogitato un altro modo per allontanare Laura dalle grinfie di Beth senza ferire nessuna delle due, l’avrei fatto. Ma non mi era venuto in mente niente di meglio, non mi era venuto in mente nient’altro. La ronzante luce al neon del mio stress aveva finalmente iniziato a sciogliermi il cervello. Mentre Laura era addormentata, scesi al piano di sotto, spaccai il vetro sul marciapiede all’esterno e poi lo infilai con cautela nella buca delle lettere. Laura avrebbe di sicuro collegato questo e la faccenda dei copertoni tagliati e, se non l’avesse fatto lei, c’erano abbastanza indizi perché la spingessi io verso quella conclusione.
Trascorsi le ore successive a ingollare un caffè dopo l’altro davanti al computer. Avevo tutta la notte a mia disposizione per cambiare idea, ma la perdita di raziocinio che era sbucata dal nulla il giorno in cui avevo conosciuto Beth ora sembrava una forza esterna che guidava ogni mia azione. Avevo notato che Laura aveva preso l’abitudine di scendere di sotto a piedi nudi e, dal momento che stavo cercando di proteggerla, non potevo lasciare che si ferisse. Attesi fino alle dieci del mattino prima di scendere. Non c’era posta sullo zerbino, solo i frammenti fuligginosi del vetro che avevo nascosto nella buca delle lettere la sera prima. Scelsi il più lungo e lo sistemai con la punta verso l’alto.
Chiusi gli occhi, strinsi i pugni e lo calpestai con tutta la forza che mi riuscì. La mia punizione era appena cominciata.