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Laura
19 maggio 2000
Kit si svegliò per primo ed era già arrivato alla porta, nudo, quando mi ricordai che avevamo compagnia. Pensando più al potenziale stress di Beth che al suo senso di vergogna, feci scivolare una gamba fuori dalle coperte e ancorai il piede al suo stinco.
«C’è qualcuno di là», sussurrai.
Kit fece un’espressione da “c’è mancato poco” – sapeva che non mi sarei presa la briga di avvisarlo se si fosse trattato di Mac – e s’infilò maglietta e pantaloni, recuperati dal pavimento. «Chi? Non ho sentito entrare nessuno».
«Non ti agitare, ma è Beth, dalla Cornovaglia».
Kit rimase stupito. «Come – che ci fai lei qui? Come diavolo ci ha trovati?»
«Si è presentata la notte scorsa fuori dal mio posto di lavoro. In tribunale le avevo dato un biglietto da visita». Mi resi conto dell’implicazione di quelle parole solo dopo averle pronunciate. Gli occhi di Kit andarono su e giù come palline di un abaco: Beth aveva lasciato il tribunale in seguito alla sua deposizione, perciò non era presente dal secondo giorno in poi, perciò Laura deve averle parlato il primo giorno, perciò Laura mi ha mentito su dove si trovasse, ha parlato con una testimone e ha messo a repentaglio il caso.
«Quando cavolo…».
Lo anticipai. «L’ho incontrata per caso in bagno». Stavo sussurrando, ma parlavo in fretta per non dargli modo di pensare che non ero stata al bagno mentre eravamo insieme. Se avesse capito che ero sgusciata fuori dall’albergo mentre lui dormiva, si sarebbe infuriato, e a ragione. «Per favore, non irritarti, è stato un impulso dettato dal momento e ti giuro che non abbiamo nemmeno accennato al caso». Kit mi rivolse uno sguardo che avevo già visto assumere da mio padre: “Non sono arrabbiato con te, Laura, sono solo molto deluso”. Mi sedetti accanto a lui. «Senti, a parte il fatto che mi ha trovata, devo dirti perché. È venuta a cercarmi al lavoro perché era molto turbata. Hanno concesso la facoltà di appello a Jamie Balcombe, nonostante la condanna».
«Wow». Kit si passò una mano sul mento non rasato. «Se ci sarà un secondo processo, farai meglio a sperare che nessuno ti abbia vista parlare in bagno, senza contare il fatto che ora la ospiti anche in casa tua». C’era disprezzo dietro la sua rabbia e mi spaventai. Potevo sopportare la rabbia, ma non potevo sopportare di perdere la sua stima. Se aver parlato con Beth lo faceva reagire così, non avrebbe mai dovuto scoprire cosa avevo detto sul banco dei testimoni.
«Non c’è bisogno che bisbigliate, sono sveglia», ci raggiunse la voce di Beth dal soggiorno. Lasciai Kit arrabbiato in camera da letto. Beth era già in piedi e sbadigliava. Quando mi accorsi di cosa indossava, mi resi conto di aver combinato l’ennesimo casino. La maglietta che avevo afferrato al buio era la preferita di Kit, quella del Cile ’91, che per quanto logora e consunta, era così preziosa per lui che non se la metteva praticamente mai. E io avevo permesso a Beth di dormirci.
«Un momento», dissi, lanciandole il lenzuolo addosso come un mantello e stringendoglielo intorno al collo. «Resta così, ti spiegherò più tardi».
Obbedì alla mia richiesta senza fare domande, e mi domandai ancora una volta quanto fossimo complici. Quando Kit emerse dalla stanza, lei aveva un aspetto bizzarro, con i capelli scuri e ricci come il pennacchio di un vulcano sopra una montagna di lenzuola bianche.
«Ciao», disse timidamente a Kit. «È bello rivederti. Scusami se ho monopolizzato il futon».
«Non c’è problema», rispose Kit come un automa, poi scomparve in bagno, sbattendosi quasi la porta alle spalle.
«Non è un tipo mattiniero», dissi, mettendo l’acqua a bollire. «Scusami, ti dispiacerebbe toglierti quella maglietta? È una delle sue preferite e se dovesse scoprire che ci hai dormito andrebbe fuori di testa».
Si tolse il sudario, abbassò lo sguardo sulla T-shirt, perplessa, e poi si girò per indossare di nuovo i vestiti della notte prima. Aveva un enorme tatuaggio sulla schiena e sulle spalle, un paio di ali d’angelo aperte, bellissime nei loro dettagli, come se fossero uscite da un libro di zoologia del XVIII secolo. Si tesero insieme ai muscoli della schiena. Mi costrinsi a non restare a fissarla. Dopo aver rimesso la maglietta del Cile ’91 nell’armadio – sul serio, avrebbe dovuto avvolgerla in un panno o qualcosa del genere, se non voleva che qualcuno se la mettesse per sbaglio – trovai Beth, a braccia incrociate, in piedi davanti al gigantesco mappamondo di Kit.
«Cosa sono tutte queste linee?», domandò. «Rotte aeree?».
Mi ero dimenticata quanto fosse incomprensibile per i neofiti. «È il percorso di tutte le diverse eclissi totali cui Kit ha assistito nell’arco della sua vita», le spiegai.
Il sorriso di Beth si spense, mentre con il dito accanto al mio tracciava il percorso sopra la Manica e l’Europa. «Questa è dell’anno scorso», disse, fermandosi sulla Cornovaglia. «Ma perché tutte le altre?», domandò.
«Segue le eclissi in giro per il mondo; be’, lo facciamo entrambi adesso. Lo fa da quando era bambino. Abbiamo già fissato i nostri futuri viaggi fino al prossimo millennio; il movimento dei festival pare essere in crescita. Il prossimo sarà in Zambia, tra un paio d’anni, perciò questa volta dovrei vederla davvero anch’io». Dopo averlo detto, mi misi nei panni di Beth e mi sarei voluta prendere a pugni da sola. Avrei voluto strappare la mappa dalla parete; sembrava così privo di buon gusto che il giorno peggiore della sua vita fosse ridotto alla stregua di un souvenir. «Oddio, mi dispiace, sono stata insensibile. Eccomi qui a lamentarmi della copertura nuvolosa, dopo quello che hai passato».
Liquidò le mie scuse con un gesto della mano, ma strinse il labbro inferiore tra i denti. La sua attenzione si spostò dalla mappa alla fotografia incorniciata al di sotto. Ling l’aveva scattata un paio di mesi prima del Lizard. Era la sera della mia laurea e nella foto io e Kit eravamo avvinghiati sull’erba; Kit indossava una cravatta nera e io un vestito da sera oro chiaro. Tenevamo le gambe intrecciate, come le dita delle mani, e accanto a noi giaceva una bottiglia di champagne vuota. Eravamo circondati da altre persone, ma non facevamo assolutamente caso alla loro esistenza. Non ci scatteranno mai un’altra foto così. E non sono solo la pelle liscia e idratata e la mandibola volitiva a non poter più essere immortalate.
«Non sapevamo che qualcuno ci stesse guardando», dissi. «Ecco perché il momento era così perfetto».
«È questo che voglio», disse lei, ed era chiaro che non intendesse l’immagine, ma ciò che rappresentava. Raddrizzai la foto alla parete e andai in cucina, dove immersi le bustine del tè nell’acqua bollente. «Quanto ci vorrà per sapere se ci sarà l’appello?», le chiesi.
«Si parla di mesi, più che di settimane».
«Be’», dissi, «adesso sai dove trovarmi».
«Proprio così», disse, guardandosi attorno, come se stesse cercando di memorizzare tutto del nostro piccolo appartamento.
Kit uscì dal bagno ed entrò in camera, emergendone qualche istante dopo con indosso gli abiti da lavoro: le Adidas Gazelle, i jeans e una camicia da boscaiolo; l’equivalente giovanile del velluto a coste e delle toppe ai gomiti. Afferrò una fetta di pane secco dal ripiano della cucina e se la ficcò in bocca.
Beth prese un’altra fotografia, che ritraeva un arcobaleno sopra il parco, un’autostrada a sette corsie nel cielo.
«Dove l’avete comprata questa?», mi chiese.
«L’ha scattata Kit», risposi.
«Sul serio?», disse Beth. «Con cosa? Me ne intendo un po’ di fotografia, me ne sono occupata per una fondazione d’arte».
«Una vecchia Nikon Prime», rispose lui, sciogliendosi un po’, finalmente. «Non sono più tanto apprezzate, ma io le adoro ancora».
«La Prime è un’ottima macchina», concordò lei. «Hai il teleobiettivo? È perfetto per gli scatti del cielo».
«Sì, be’, il giorno in cui vincerò la lotteria», disse. Non era proprio amichevole, ma se non altro non era sgarbato. «Laura, sbrigati o facciamo tardi».
Mi feci la doccia in un minuto e mezzo, spruzzai il deodorante su un vestito in apparenza senza macchie e riservai lo stesso trattamento ai miei capelli. Kit era già a metà della prima rampa di scale, l’eco dei suoi sbuffi amplificata dalla stretta tromba delle scale.
«Andiamo», dissi a Beth mentre m’infilavo le scarpe.
«Immagino di non potermi fare la doccia», disse. Gettai un’occhiata all’orologio: nove meno dieci. Ce l’avrei fatta per un soffio già così. «Non preoccuparti, ci penso poi io a chiudere».
La mia esitazione fu solo momentanea. In genere non avrei lasciato un’estranea da sola in casa mia, ma poi mi resi conto che quest’amicizia aveva messo il turbo.
«Ok», le dissi. «C’è un asciugamano di scorta dietro la porta del bagno. Quando hai fatto, appendilo alla ringhiera».
Raggiunsi Kit all’ingresso della metro di Clapham Common.
«Dov’è Beth?», mi chiese, guardandomi sopra la spalla.
«Si sta facendo la doccia».
In risposta inarcò le sopracciglia.
Quando rientrai, alle cinque e mezza del pomeriggio, Beth aveva lavato i piatti e rassettato l’appartamento al punto da sembrare quasi riarredato, anche se un’occhiata alle mensole dei libri mi suggerì che erano nello stesso ordine di quel mattino, solo più dritti e più puliti. Le mensole mi disturbarono ancora di più dei vetri lucenti o del letto rifatto; mi diedero la sensazione che li avesse letti, che stesse cercando di leggere noi. Alle sei mi arrivò un messaggio.
“Spero che non ti sia dispiaciuto se ho fatto Cenerentola in casa tua. È il mio modo di ringraziarti per tutto quanto”.
Risposi: “Non c’è bisogno di ringraziarci – ma grazie”.
Quando Kit rientrò in casa, molto tardi, con una tracolla stracolma di saggi da valutare, immaginò che la casa pulita fosse la mia offerta di pace per aver ospitato Beth e io non feci nulla per chiarire il malinteso.