Gabe si sedette sulla sponda del letto. Appoggiò il palmo sul fianco di Eden, su quella porzione di pelle morbida dove sarebbe entrato l’ago. Continuò a battere il solito ritmo e aspettò la risposta. Si chiese a che cosa fosse dovuta tanta resistenza. Si rifiutava di mollare: tap, tap, tap, tap, tap... tap, tap. Con il passare delle ore cominciò a dolergli il polso. Aveva passato tre giorni con Eden, ed era quasi mattina, di nuovo. Non aveva praticamente dormito e sentiva il peso della fatica negli occhi e nella mente offuscata. Nella stanza buia entravano fili di luce, i primi rumori del traffico, il canto degli uccelli e le voci sommesse. Poi un suono familiare gli restituì la lucidità. Era Eden che batteva i denti e la sequenza era: 5, 1 / 3, 3 / 4, 1. Voleva dire END.

E Gabe stava ascoltando.