L’infermiera di turno cigolò lungo il corridoio con le calzature dalle suole di gomma, diretta verso la camera di Eden. Aprì la porta, i monitor in fila sopra la testa del paziente emettevano i loro suoni regolari. Prima che controllasse i dati, gli occhi di lui le dissero quel che c’era da sapere. Erano ancora umidi, vitrei e arrossati, ma la pupilla di uno era piccola come una capocchia di spillo, quella dell’altro grande e nera come un’oliva. Aveva avuto un ictus, e i monitor dicevano che anche il cuore stava cedendo. Aveva bisogno di riposo, il cuore, ma il corpo ha un modo tutto suo di finirsi, quando non vuole continuare a funzionare, e in piedi accanto a lui la giovane infermiera fu attraversata da pensieri pochissimo scientifici sul fatto che forse era la cosa giusta. Forse il corpo ne sapeva più dei dottori.
Si sedette sul bordo del letto e gli occhi di lui ormai diversi la scrutarono come in cerca di un messaggio nascosto scribacchiato con il succo del limone, un messaggio che diceva che la vita era sempre la scelta giusta.
Cominciò a tremare.
Lei prese una coperta da un cassetto e gliela avvolse intorno. Eden tremava ancora. Continuò per un po’, poi a un tratto smise, e allora cominciò a sudare. Lei scostò la coperta. L’aria che veniva da sotto la finestra era calda, e fuori splendeva la luna. Chiuse le tende e poche ombre diagonali caddero sul letto.
Eden non smetteva di guardarla.
Lei tornò ai piedi del letto, a piccoli passi si avvicinò e posò una mano vicino all’orlo della coperta, proprio sotto il colletto, dove un tempo spuntavano i peli ricciuti del petto. Insinuò la mano sotto, vicino al bendaggio dove lo aveva già toccato con un dito, ma adesso appoggiò il palmo aperto sulla pelle nuda, senza pensare al rischio di infezioni. Non importava, del resto, ormai era vicino alla fine. Voleva sentirlo per l’ultima volta.
E sentì molte cose diverse, all’unisono, in quel corpo. Terreno ghiacciato. La corteccia di un albero. Sabbia bruciata dal sole. Vetro, in frantumi e in lastre intatte. Era un mosaico a strati, sepolto sotto pochi centimetri di pelle viva.
I suoi occhi uguali si fissarono in quelli diversi di lui, mentre lo toccava. Nello spazio che li separava soltanto un sussurro: «Se vuoi andare, vai. Ma se vuoi restare, devi dormire».
Si raddrizzò, controllò aghi, cannule e tubicini che lo collegavano ai monitor. L’alberello di Snoopy continuava a lampeggiare nell’angolo. L’infermiera decise di lasciarlo acceso, nella speranza che i suoi colori semplici gli fossero di qualche conforto. Poi tornò a far cigolare le suole delle scarpe lungo il corridoio.
Squillava il telefono nella postazione di guardia. Era il caposala, Gabe. Lei lo aggiornò sull’ictus e sull’indebolimento delle funzioni vitali. «Capito» fu la risposta.
Lei riappese e ricominciò a sfogliare la rivista, ma riuscì a leggerne solo poche righe. I pensieri vagavano fra le camere deserte in cerca di un altro modo per passare il tempo.