Ma la sua mente non era andata, da anni non era così lucida. Eden batteva i denti freneticamente cercando di mandare il suo messaggio – END, END, END – e all’improvviso sentì quella zampa carnosa che gli si appoggiava sul collo, bloccandolo di lato. In fondo alla gola un sapore di ferro caldo. I sensi erano meno acuti, però capiva che stava andando a pezzi. Eppure ogni parte di lui diceva: lotta. Aveva bisogno di farsi sentire da qualcuno e in quel tentativo disperato provava un senso di libertà che non aveva conosciuto dall’incidente, la libertà di avere uno scopo. Signore, fa’ che sappiano che io sono qui, fa’ che sappiano che voglio che tutto questo finisca, fa’ che lo sappiano, fa’ che lo sappiano, ti prego, Signore.
Sentì su di sé l’odore di Gabe, quasi una nebbia, la puzza del suo sudore. Che bestione bastardo, pensò, nessuno riuscirà a farmi tacere. Continuò a battere i denti buttandosi contro il braccio che lo immobilizzava. Non voleva smettere anche se l’unica persona in grado di recepire il messaggio era la stessa che cercava di zittirlo.
Gli sembrò di sentire nella stanza odore di acqua e sapone. C’era anche lei lì vicino, e stava guardando tutto? Vedeva la luce della lampada, e si sforzò di cogliere nella luce l’ombra che poteva essere di Mary. Aveva bisogno di lei e si dimenò con più forza, cercando di guardarsi intorno, ma il braccio continuava a bloccargli la testa. Sentì i calli sul palmo di Gabe che gli sfregavano la pelle bruciacchiata.
Era troppo stanco per opporre resistenza, ma continuò a battere i denti. Disteso sul letto, sentì un calore umido che gocciolando lungo la guancia andava a formare una piccola pozza vicino alla bocca. Inspirò l’umidità che scendeva oltre le labbra perennemente secche. Respirava a fatica. Poi le due mani forti gli girarono la testa dall’altro lato, dove non si era ancora formata la pozza. Continuavano a schiacciarlo.
Adesso nella stanza c’era un’altra ombra che bloccava la luce proveniente dalla lampada e gli si avvicinava. Era lei. Non poteva essere nessun altro.
L’ombra si diresse verso il letto, sempre più vicina. Un tormento, come delle nubi dense che vagano sopra la terra arida e non si decidono a scaricare la pioggia. Fece pressione contro le braccia che lo immobilizzavano al letto e gli impedivano la vista. Allungò il collo, sforzandosi di vedere da cosa fosse prodotto il rumore cupo. Pensò che stesse venendo da lui, che gli avrebbe accarezzato la testa e dato quello di cui aveva bisogno: la sua persona, perché voleva che ascoltasse e sentisse quel poco che gli era rimasto da dire.
Grazie alle vibrazioni delle molle del materasso percepì altri movimenti nella stanza.
Un’altra ombra si era unita a quella di lei. Si avvicinò. Lui batté i denti sempre più forte e di nuovo colpì a testa bassa il cuscino, lanciando lo stesso messaggio. Tutto inutile. Gabe lo teneva fermo. Le due ombre si fusero e subito dopo non riuscì più a distinguerle. Poi guardò una delle due uscire dalla stanza e sentì le vibrazioni di una porta sbattuta. In quel breve momento colse una sospensione, come quando si lancia una monetina, la si prende in una mano e la si rivolta sul dorso dell’altra, coperta, in attesa del verdetto: testa o croce.
L’ombra rimasta puntò rapida su di lui, aveva uno scopo. Poi, sul fianco, contro la porzione di pelle morbida non ustionata, sentì la frescura dell’alcol imbevuto. Attaccò a testa bassa e digrignò i denti e sputò il calore che sapeva di ferro liquido nella bocca.
Lei non aveva capito il messaggio. Se n’era andata e aveva firmato il modulo di consenso.
L’ago lo punse e un calore sferzante gli si diffuse nel corpo. Poi le grosse braccia allentarono la presa. Cercò di battere il messaggio contro il cuscino, ma qualcosa di morbido e ancora più opprimente delle braccia lo tenne bloccato sul materasso. Era la lampada dall’altra parte della stanza. Affondò nella sua luce, che si propagò, inflessibile, fino a quando ogni cosa diventò bianca, senza ombre, e in tutto quel bianco lui sprofondò, completamente.