Eden e Mary ci avevano già provato molte volte, ma dopo quella sera alla spiaggia lui aveva rinunciato. Si buttò anima e corpo nell’addestramento: si esercitava a dire shukran e as salaam alaikum, organizzava i soldati in piccole unità tattiche, faceva controlli non richiesti. Mi accorsi che in lui qualcosa era cambiato, anche se non capivo la ragione. Smise anche di lamentarsi delle ore di addestramento notturno. E non si lamentò più del tenente e del fatto che la giornata si concludesse alle 15:00 per ricominciare alle 21:00. Anzi, in quel periodo non tornava nemmeno a casa. Restava al lavoro, aspettando che venisse buio.
Ormai di inviti a cena non ne ricevevo più. Ma non erano le cene a mancarmi, era di lei che avevo nostalgia. Così alle 15:00, mentre lui restava sul posto, andavo a esercitarmi nella palestra dove lavorava. Conoscevo gli orari dei suoi corsi e facevo in modo di finire più o meno quando finiva lei. Si metteva sulla porta della sala per l’aerobica, quella con il parquet, e via via che le allieve se ne andavano, le ringraziava e le incoraggiava, neanche fosse un pastore dopo la funzione domenicale. Quando le passavo accanto sorrideva anche a me. A volte si informava sull’addestramento in programma per quella notte, però non lo chiedeva mai come se le interessasse davvero, sembrava piuttosto che volesse controllare se Eden le aveva detto la verità.
Dopo qualche tempo deve aver capito che l’aspettavo. Anche quando le cambiavano gli orari, facevo sempre in modo di finire anch’io alla stessa ora. Per settimane non ci scambiammo altro che convenevoli. Poi una sera, dopo il suo ultimo corso, mentre si congedava dalle allieve io le sorrisi come facevo di solito. Sembrò non accorgersi nemmeno di me. Da uno degli specchi della palestra la guardai pulire le attrezzature con piccoli movimenti rapidi. Aveva un’espressione assente e la fronte aggrottata, come se fosse preoccupta per qualcosa. Dopo aver fatto la doccia uscii dalla palestra e la trovai da sola nel parcheggio che fumava una sigaretta.
Indossava ancora la tuta. Allungai il passo e lei nascose la sigaretta con entrambe le mani perché non si vedesse la brace rossa, ma quando mi riconobbe riprese a fumare. Non sapevo che fumasse, e trovai strano che lo facesse proprio davanti alla palestra. Seguì un momento d’imbarazzo e poi mi chiese se stessi per tornare al lavoro. Non risposi, e invece le domandai se avesse un’altra sigaretta. Me ne offrì una e restammo insieme.
«È una vecchia abitudine» disse alla fine. «Avevo smesso prima di sposarmi.»
Accesi la sigaretta appoggiandola alla punta della sua senza dire nulla. Aveva raccolto i capelli e io mi ricordai del tatuaggio sulla nuca, il che mi fece pensare alle stelle, così alzai lo sguardo al cielo, ma non le vidi. Erano nascoste da alcune nuvole e dall’ultima luce del tramonto.
Lei aspirò il fumo e espirandolo disse: «Mi ha detto che dovrà andare nel Maine per un corso. Ci andate tutti?»
Era un corso di sopravvivenza, evasione, resistenza – il cosiddetto addestramento SERE – dove avremmo imparato cosa fare nel caso fossimo finiti prigionieri. Era obbligatorio per chi partiva con la prossima missione. Non sapevo che Eden avesse deciso, però sapevo che dovevo scegliere le parole con prudenza. «Non so bene chi ci sarà, però io ci devo andare.»
«Parlate sempre di dovere, come se non aveste la possibilità di scegliere, come se vi facesse comodo dimenticare che in fondo vi offrite volontari.» Schiacciò la sigaretta sotto la scarpa da ginnastica e ne accese un’altra come se fosse una forma di vendetta. «Non vi capita mai di pensare che un turno sia più che sufficiente?»
Cominciai a fumare più in fretta, ansioso di andarmene. Con un colpetto secco lanciai la sigaretta attraverso il parcheggio, nella direzione dei cassonetti. Lei mi toccò il braccio e chiese: «Ne vuoi un’altra?»
La sua espressione era così solenne che mi impedì di muovermi. Accettai la sigaretta e lei si sedette sull’asfalto con la schiena appoggiata al muro della palestra. Mi misi al suo fianco, e sentii che l’asfalto manteneva il calore della giornata ormai alla fine.
«Hai più paura o meno, alla seconda missione?» mi chiese.
«È diverso» risposi. «La prima volta l’ho voluto io. Ora devo farlo.»
«Dover fare qualcosa fa più paura.»
Fumando guardavamo il cielo che si stava oscurando. Cercai di ricordare la strana forma di Andromeda tatuata sulla sua nuca. Lei si voltò verso quella costellazione, o almeno così immaginai. Seguii la direzione del suo sguardo, ma ignorante com’ero non riuscivo a distinguere le stelle.
Si voltò verso di me come se intendesse aggiungere qualcosa, o insegnarmi a trovare Andromeda. Il pensiero di dire o fare qualcosa con lei mi tramutò in un vigliacco. Guardai l’orologio e le dissi che dovevo rientrare alla base.