Epilogo

A Baltimora erano le cinque del pomeriggio e il neopresidente Jack Ryan spense la tv nel suo studio. Aveva guardato il servizio sul cosmodromo di Baikonur e si era riunito con i suoi assistenti, membri del futuro gabinetto, per discutere approfonditamente la faccenda.

Durante l’ultimo incontro avevano parlato anche della situazione sempre più tesa tra Pakistan e India. Era giunta la notizia delle schermaglie lungo il confine, ma alcuni rapporti suggerivano che i bombardamenti a Lahore e nelle aree circostanti non fossero stati effettuati dalle forze armate indiane, ma da unità dell’esercito pakistano alleate a ufficiali dell’ISI sfuggiti al controllo.

Ryan si sarebbe insediato tra meno di un mese. Di fatto pertanto era un problema di Ed Kealty, ma Ryan aveva sentito lamentele da parte dello staff dell’ex presidente. La maggior parte del personale si stava rivolgendo alla fazione di Ryan nella speranza di ottenere un qualche impiego a Washington; dicevano che il presidente ancora in carica aveva, per così dire, già spento le luci nella Stanza Ovale.

Squillò il telefono. Afferrò il ricevitore senza riflettere. «Pronto?»

«Ciao, papà.»

«Dove sei?»

«Su un aereo, sto tornando a casa.»

«Dove sei stato?»

«Ti chiamo proprio per questo. Devo raccontarti una cosa. Mi serve il tuo aiuto per la crisi in Pakistan.»

Ryan Senior si fece teso. «Come mai?»

Junior trascorse i venti minuti successivi ad aggiornare suo padre su Rehan, sull’ISI e sul furto delle armi nucleari, sulla Rete Haqqani e sui militanti daghestani. Era una storia che avrebbe avuto mille risvolti politici, quindi il padre interruppe suo figlio soltanto per chiedergli che tipo di segnale crittografato stesse usando il suo telefono.

Jack Junior spiegò che si trovava sull’aereo del Campus e Hendley aveva provveduto personalmente a dotarli delle attrezzature più all’avanguardia.

Quando ebbe finito, Ryan Senior chiese a suo figlio per l’ennesima volta: «Ma stai bene?».

«Sì, papà. Solo graffi e lividi. Dom si è preso una pallottola nel fondoschiena, ma non è nulla di grave.»

«Oh mio Dio.»

«Davvero, ci stava scherzando su venti minuti dopo essere stato colpito.»

Jack Senior si massaggiò le tempie sotto le asticelle degli occhiali. «D’accordo.»

«Senti, papà. Dobbiamo tenerti fuori dalle operazioni del Campus, lo so, ma ho pensato che potresti parlare con gli indiani e persuaderli a fare qualche passo indietro. Ti assicuro che l’uomo al comando di tutta l’operazione è morto, perciò tutto potrà tornare al suo posto in fretta se nessuno commette qualche idiozia.»

«Grazie per aver chiamato. Me ne occuperò subito.»

La chiamata terminò qualche minuto più tardi, ma il telefono squillò di nuovo. Ryan Senior pensò si trattasse ancora di suo figlio. «Dimmi, Jack.»

«Ehm, mi scusi, signor presidente. Sono Bob Holtzman, del “Post”.»

Jack Ryan andò su tutte le furie. «Come diavolo ha fatto ad avere questo numero, Holtzman? È una linea privata.»

«Me l’ha dato John Clark, signore. Ho appena parlato con lui, dopo aver avuto un interessante incontro con un ufficiale dell’intelligence russa.»

Ryan si calmò, ma restò guardingo. «Un incontro riguardo a cosa?»

«Il signor Clark non vuole parlare con lei direttamente. Teme di poterla compromettere. Perciò sono nella scomoda posizione, signor presidente, di doverle spiegare come stanno le cose. Il signor Clark mi ha rivelato che lei è all’oscuro della congiura di una spia russa e di Paul Laska contro di lei.»

Se Jack Ryan aveva imparato qualcosa nei lunghi anni in cui aveva lavorato con Arnie van Damm, era questo: quando si parla con un giornalista, mai, mai ammettere di non sapere di cosa lui stia parlando.

Ma Arnie non era lì in quel momento e Jack decise che poteva abbassare la guardia.

«Di cosa diavolo sta parlando, Holtzman?»

«Se ha un minuto, signore, penso di poterglielo spiegare subito.»

Jack Ryan Senior afferrò un blocco e una penna, appoggiandosi allo schienale della sedia. «Ho sempre tempo per un rispettabile membro della stampa, Bob.»

Una settimana più tardi, Charles Alden riagganciò con stizza la cornetta del suo ufficio nella villetta a schiera di Georgetown, appena dopo le otto del mattino. Quella sarebbe stata la prima di molte chiamate nel Rhode Island di quella mattina: si stava abituando a quel rito. Aveva provato a mettersi in contatto con Laska per gli ultimi tre maledetti giorni; quel vecchio bastardo non rispondeva alle sue telefonate, né lo richiamava.

Decise di dargli il tormento. Per quanto lo riguardava, Laska gli doveva qualcosa per i rischi che l’aveva costretto a correre negli ultimi mesi.

Il vicedirettore della CIA era furibondo mentre lasciava il suo studio, dirigendosi al piano inferiore, in cucina, per un’altra tazza di caffè. Quella mattina non aveva neanche indossato un completo, un evento insolito per essere un martedì. Sarebbe rimasto in tuta, seduto a bere caffè e a chiamare il maledetto Paul Laska finché quel figlio di puttana non avesse risposto al telefono.

Qualcuno bussò alla porta, distraendo Alden dal suo caffè.

Guardò attraverso lo spioncino. Un paio di uomini in completo e impermeabile stavano sulla soglia. Dietro di loro, una Chrysler del governo era parcheggiata in doppia fila sulla strada innevata.

Pensò fossero agenti di sicurezza della CIA, ma non riusciva a immaginare cosa potessero volere.

Aprì la porta.

Gli uomini entrarono rapidi, senza aspettare di essere invitati. «Signor Alden, sono l’agente speciale Caruthers e questo è l’agente speciale Delacort, dell’FBI. Devo chiederle di voltarsi con la faccia verso il muro, per favore.»

«Cosa…? Cosa diavolo succede?»

«Le spiegherò tutto tra poco. Per la sua e per la nostra sicurezza, la prego di fare come le ho detto, signore.»

Alden si voltò lentamente, sentiva le gambe molli. Gli misero le manette ai polsi, poi Delacort perquisì le tasche dei pantaloni della tuta. Caruthers rimase sulla soglia, a sorvegliare la strada.

«Cosa diavolo pensate di fare?»

Alden fu condotto fuori dall’ingresso principale, al freddo. «Lei è in arresto, signor Alden» spiegò Caruthers mentre percorrevano i gradini ghiacciati verso la strada.

«Ma cosa…? Qual è l’accusa?»

«Quattro accuse per rivelazioni non autorizzate di informazioni riguardanti la sicurezza nazionale e quattro per detenzione non autorizzata di informazioni riguardanti la difesa nazionale.»

Alden fece un rapido calcolo. Rischiava di finire dietro le sbarre per più di trent’anni.

«Stronzate! Sono solo stronzate!»

«Forza, signore» lo esortò Caruthers appoggiandogli una mano sulla testa e facendolo salire sui sedili posteriori della Chrysler. Delacort era già scivolato al volante.

Charles Alden continuò: «Ryan! Questa è senz’altro opera sua! Me l’aspettavo. La caccia alle streghe è cominciata, vero?».

«Non so di cosa stia parlando, signore» rispose Caruthers. La Chrysler si allontanò, dirigendosi verso il centro.

Quello stesso giorno, Judith Cochrane lasciò il Pueblo Colorado Hotel alle nove e trenta del mattino, per l’ormai familiare viaggio in macchina verso l’ADX Florence.

Il suo cliente sarebbe stato finalmente spostato dal carcere di massima sicurezza e trasferito in un istituto sulla East Coast; non le avevano ancora comunicato dove per ragioni di sicurezza, ma doveva trattarsi di un posto nei dintorni di Washington, dunque vicino a casa.

Senza le misure di sicurezza speciali, Saif Rahman Yasin avrebbe potuto restare in una stanza con lei mentre lavoravano insieme al caso, seduti allo stesso tavolo. A volte ci sarebbero stati altri avvocati e le guardie non sarebbero mai andate via, ma avrebbero avuto una certa privacy; da qualche tempo Judith Cochrane non pensava ad altro.

Peccato che le visite coniugali non sarebbero state permesse. Judy sorrise al pensiero.

Be’, una donna può sognare, no?

L’auto a noleggio iniziò a fare uno strano rumore mai sentito prima. «Maledizione» esclamò, mentre il suono diventava sempre più forte. Era un rumore regolare e lei non sapeva niente di automobili, a parte dove inserire la benzina.

Rallentò. Aveva tutta la strada per sé; intorno a lei non c’era altro a parte la campagna pianeggiante e le enormi montagne a ovest, in lontananza. Decise di accostare al margine della strada, ma mentre lo faceva, fu sorpresa da un’enorme ombra che passava sopra alla sua auto.

Poi lo vide: un grosso elicottero nero oltrepassò la sua auto, volando per altri cento metri lungo la strada, poi si spostò di fianco, bloccandole il passaggio.

Fermò la macchina a noleggio in mezzo alla strada.

L’elicottero atterrò; uomini armati saltarono giù, corsero verso di lei con le pistole spianate. Quando si avvicinarono la sentirono urlare.

Fu trascinata fuori dall’auto, la fecero voltare e la spinsero contro la cappotta. Le fecero allargare le gambe e la perquisirono.

«Cosa volete?»

«Judith Cochrane, lei è in arresto.»

«Per quali accidenti di accuse?»

«Spionaggio, signora Cochrane.»

«Oh, ma è ridicolo! Vi trascinerò tutti di fronte a un giudice domani mattina e le vostre maledette carriere saranno finite!»

«Sì, signora.»

Judith inveì contro gli agenti e domandò gli estremi dei loro distintivi, ma la ignorarono. La ammanettarono, lei li chiamò fascisti, robot, criminali, figli di puttana, mentre la conducevano all’elicottero e la aiutavano a salire a bordo.

Stava ancora sbraitando quando il velivolo si sollevò da terra, dirigendosi verso est.

Non l’avrebbe saputo per molto tempo, ma Paul Laska l’aveva tradita, tentando di salvare se stesso.

L’Emiro inspirò l’aria fresca per la prima volta da mesi. Era già buio quando fu condotto fuori dall’ADX Florence, sul sedile di un furgone blindato. La neve che cadeva fitta impediva la visuale.

Attendeva quel giorno da mesi, da quando Judith Cochrane gli aveva promesso di farlo uscire dalla sua piccola cella per mandarlo in una prigione federale vicino a Washington. Un carcere in cui avrebbe potuto fare esercizio, guardare la tv e avere più libri e la possibilità di parlare con altri avvocati della sua difesa, che lo avrebbero aiutato a combattere contro l’amministrazione di Ryan.

Mentre il furgone blindato si dirigeva verso l’ingresso di un piccolo aeroporto, un sorriso affiorò sulle labbra dell’Emiro. Il prossimo passo della sua detenzione sarebbe stato cruciale nella sua missione per danneggiare gli infedeli. Judy gli aveva assicurato che avrebbe trascorso del tempo in tribunale, dove avrebbe potuto dire quello che voleva. In un primo momento gli avevano ordinato di non menzionare la sua cattura, ma ora Judy lo incoraggiava a parlare forte e più spesso possibile delle circostanze del suo rapimento per mano degli americani. Sebbene fosse stato catturato negli Stati Uniti, intendeva continuare con la sua storia; l’aveva raccontata al suo avvocato così tante volte che quasi credeva lui stesso di essere stato davvero prelevato da una strada di Riyad.

Judy ci credeva; quella sciocca grassona avrebbe creduto a qualsiasi cosa.

Il furgone si fermò di colpo; gli uomini dell’FBI lo aiutarono a scendere nella tempesta di neve che lo sferzava. Lo condussero a un grosso aereo, nel giro di qualche secondo Yasin poté sentire l’odore del carburante. Si era aspettato una specie di jet aziendale, invece era un aereo da carico.

Iniziò a salire la rampa affiancato dagli agenti. In cima non c’era neve: vide diversi uomini sull’attenti.

Con indosso tute mimetiche.

Erano soldati. Militari americani.

L’agente dell’FBI diede una pacca sulla spalla a Yasin. «Divertiti a Guantánamo, stronzo.»

Cosa? Yasin provò a indietreggiare, ma gli uomini lo trattennero. «No! Non ci vado. Devo andare a Washington per il processo. Questo è un errore. Dov’è Judith?»

L’agente sorrise. «Al momento si trova in un carcere di Denver.»

Gli diedero un’altra possibilità di camminare da solo, ma quando si rifiutò, quattro giovani muscolosi lo afferrarono per le braccia e per le gambe. Fu portato di peso nell’aereo.

Qualche secondo più tardi la rampa fu sollevata e chiuse fuori la tempesta del Colorado, soffocando le sue grida di protesta.

Jack e Melanie si stavano godendo la cena, il vino e la conversazione. Non si vedevano da settimane e, sebbene la loro ultima separazione era stata difficile, la chimica tra loro sembrava non averne risentito.

Ryan era lieto che Melanie non avesse fatto troppe domande sui graffi che aveva sul viso. Le aveva raccontato di essere tornato a prendere lezioni di arti marziali e un nuovo allievo si era entusiasmato un po’ troppo durante le esercitazioni. Lei parve credergli. La conversazione si era spostata dalla sua faccia alle notizie sull’insediamento del padre di Jack, al disastro sfiorato in Russia e alla guerra scongiurata tra l’India e il Pakistan.

Melanie raccontò a Jack di Rehan. Il telegiornale ne aveva parlato e l’analista della CIA e del NCTC fu attenta ad attenersi alle informazioni che erano di pubblico dominio. Ryan finse di non sapere nulla e si mostrò affascinato dal suo lavoro; anche lui si premurò di non darle a vedere di sapere più di quanto voleva far sembrare.

Ma poi la ragazza disse qualcosa che fece scomparire dal suo viso lo sguardo educato ma non eccessivamente interessato.

«Peccato che il numero due sia riuscito a fuggire.»

«In che senso?» rispose Jack.

«I media ne avranno parlato, almeno in Pakistan. Sì, sono sicura di averlo letto oggi su “Dawn”, il loro giornale. Un colonnello che lavorava per lui, Saddiq Khan, è sopravvissuto ed è scomparso. In una situazione del genere non si può mai sapere cosa questo comporterà.»

Jack annuì. Poi propose di ordinare un dolce.

Finirono il pasto e poco dopo Jack si scusò per andare al bagno. Quando fu certa che si fosse allontanato, Melanie si alzò in fretta e uscì dal ristorante; aveva già portato il telefono all’orecchio quando la porta si chiuse dietro di lei.

Attese la risposta dall’altra parte, con gli occhi fissi sulla sala del ristorante, in allerta per cogliere qualsiasi segno del ritorno di Jack.

«Sono io. Era lì, in Pakistan… Sì, non ho dubbi. Quando gli ho detto che Khan è ancora vivo sembrava gli avessero dato un pugno nello stomaco. No, naturalmente non è vero, ma al momento è nel bagno e di sicuro sta chiamando qualcuno, preso dal panico, per avere una conferma.»

La giovane ascoltò le istruzioni, assentì, poi chiuse il telefono e si affrettò a tornare al tavolo, in attesa del ritorno del suo cavaliere.

Inizio

Il giorno del falco
titlepage.xhtml
tmp0_split_000.html
tmp0_split_001.html
tmp0_split_002.html
tmp0_split_003.html
tmp0_split_004.html
tmp0_split_005.html
tmp0_split_006.html
tmp0_split_007.html
tmp0_split_008.html
tmp0_split_009.html
tmp0_split_010.html
tmp0_split_011.html
tmp0_split_012.html
tmp0_split_013.html
tmp0_split_014.html
tmp0_split_015.html
tmp0_split_016.html
tmp0_split_017.html
tmp0_split_018.html
tmp0_split_019.html
tmp0_split_020.html
tmp0_split_021.html
tmp0_split_022.html
tmp0_split_023.html
tmp0_split_024.html
tmp0_split_025.html
tmp0_split_026.html
tmp0_split_027.html
tmp0_split_028.html
tmp0_split_029.html
tmp0_split_030.html
tmp0_split_031.html
tmp0_split_032.html
tmp0_split_033.html
tmp0_split_034.html
tmp0_split_035.html
tmp0_split_036.html
tmp0_split_037.html
tmp0_split_038.html
tmp0_split_039.html
tmp0_split_040.html
tmp0_split_041.html
tmp0_split_042.html
tmp0_split_043.html
tmp0_split_044.html
tmp0_split_045.html
tmp0_split_046.html
tmp0_split_047.html
tmp0_split_048.html
tmp0_split_049.html
tmp0_split_050.html
tmp0_split_051.html
tmp0_split_052.html
tmp0_split_053.html
tmp0_split_054.html
tmp0_split_055.html
tmp0_split_056.html
tmp0_split_057.html
tmp0_split_058.html
tmp0_split_059.html
tmp0_split_060.html
tmp0_split_061.html
tmp0_split_062.html
tmp0_split_063.html
tmp0_split_064.html
tmp0_split_065.html
tmp0_split_066.html
tmp0_split_067.html
tmp0_split_068.html
tmp0_split_069.html
tmp0_split_070.html
tmp0_split_071.html
tmp0_split_072.html
tmp0_split_073.html
tmp0_split_074.html
tmp0_split_075.html
tmp0_split_076.html
tmp0_split_077.html
tmp0_split_078.html
tmp0_split_079.html
tmp0_split_080.html
tmp0_split_081.html
tmp0_split_082.html
tmp0_split_083.html
tmp0_split_084.html
tmp0_split_085.html
tmp0_split_086.html
tmp0_split_087.html
tmp0_split_088.html