Il cosmodromo di Baikonur, a nord del fiume Syr Darya, nella steppa dell’ex Stato satellite sovietico del Kazakistan, è la più antica e la più grande base di lancio della Terra. L’intero territorio dello stabilimento è una specie di cerchio di circa ottanta chilometri di diametro e contiene decine di edifici, postazioni di lancio, silos rinforzati, impianti di elaborazione, postazioni di controllo, edifici per il monitoraggio dei lanci, strade, una pista d’atterraggio e una stazione ferroviaria. La vicina città di Baikonur ha il suo aeroporto e un’altra stazione, non lontana, si trova a Tyuratam.
La prima piattaforma di lancio fu costruita lì negli anni Cinquanta, all’inizio della Guerra Fredda, e da Baikonur Yuri Gagarin partì per diventare il primo uomo nello spazio. L’industria spaziale commerciale sarebbe nata soltanto trent’anni più tardi, ma oggi Baikonur è il maggiore centro russo per le operazioni spaziali commerciali. Affittano la proprietà dal Kazakistan non pagando in dollari, rubli o euro, ma in equipaggiamento militare.
Georgij Safronov camminava per i corridoi, saliva sulle piattaforme, guidava camion nella steppa da quasi vent’anni. Era stato il volto della nuova Russia quando il Paese si era aperto all’esterno, non dissimile dallo stesso Gagarin, che aveva rappresentato le operazioni spaziali sovietiche mezzo secolo prima.
Il primo giorno che era tornato a Baikonur, quello precedente il lancio del primo dei tre razzi Dnepr in rapida successione, il quarantaseienne Georgij Safronov sedeva nel suo ufficio provvisorio al LCC, il centro di controllo dei lanci, situato circa otto chilometri a ovest dei tre silos dedicati ai lanci dei Dnepr. L’area predisposta per i Dnepr, sebbene comprendesse decine di chilometri quadrati era in realtà piuttosto piccola se paragonata agli impianti di lancio dei sistemi Sojuz, Proton e Rokot situati in altre parti del cosmodromo.
Georgij guardò dalla sua finestra al secondo piano la neve leggera che impediva la vista dei siti di lancio in lontananza. Da qualche parte laggiù tre silos contenevano già razzi da trenta metri senza testata, che presto sarebbero stati completi. Quei tre buchi di cemento congelati là fuori sarebbero divenuti il luogo più importante e temuto della Terra.
Qualcuno bussò alla porta dell’ufficio, facendogli distogliere lo sguardo dal panorama innevato.
Aleksandr Verbov comparve sulla soglia. «Scusami, Georgij, ma gli americani della Intelsat sono qui. Non potendoli portare nella stanza di controllo, ho detto loro che avrei provato a vedere se eri libero.»
«Incontrerò i miei clienti americani con piacere.»
Safronov si alzò mentre sei americani entravano nel piccolo ufficio. Sorrise cortesemente, stringendo la mano e salutando ognuno di loro. Erano lì per monitorare il lancio del loro satellite per telecomunicazioni, ma in realtà il container con il loro equipaggiamento sarebbe stato sostituito con un altro che in quel momento era sorvegliato in un vagone a qualche chilometro dal cosmodromo.
Mentre stringeva la mano dei presenti e scambiava battute cortesi, sapeva che quei cinque uomini e la donna sarebbero presto morti. Erano infedeli e il loro sacrificio non aveva importanza, ma non poté fare a meno di notare che la donna era piuttosto bella.
Si maledisse per la propria debolezza. La sua carne sarebbe stata ricompensata nell’Aldilà. Se lo ripeté mentre sorrideva all’attraente delegata americana, passando a quello successivo: un uomo basso, grasso e barbuto con un dottorato in qualche materia irrilevante.
Ben presto gli americani uscirono dal suo ufficio. Lui tornò alla scrivania. La scena si sarebbe ripetuta con i clienti giapponesi e inglesi. Ufficialmente il LCC era off-limits per gli stranieri, ma Safronov aveva concesso ai rappresentanti delle compagnie dei suoi clienti di accedere agli uffici del secondo piano.
Per tutto il giorno ebbe il pieno comando della preparazione dei razzi. C’erano altre persone che avrebbero potuto occuparsene, dopo tutto Georgij era il presidente della compagnia, ma Safronov giustificò il suo interesse personale dicendo che si trattava del primo lancio multiplo di Dnepr nella storia: tre razzi in sole trentasei ore. Voleva dunque accertarsi che tutto andasse secondo i piani. Sosteneva che il successo dell’operazione avrebbe aiutato ad attirare più clienti in futuro, se più compagnie avessero avuto bisogno di lanciare il proprio equipaggiamento in uno specifico lasso di tempo. I razzi Dnepr avevano la possibilità di portare più di un satellite per volta nello spazio, con tutta l’attrezzatura caricata nello stesso Space Head Module, ma ciò era comodo soltanto se i clienti desideravano tutti la stessa orbita. I tre lanci programmati per i due giorni seguenti avrebbero inviato un satellite a sud e uno a nord.
O almeno così pensavano tutti.
Nessuno ebbe da ridire sull’approccio personale di Safronov, poiché Georgij era uno di quei capi che amava sporcarsi le mani, nonché un esperto del sistema Dnepr.
Ma nessuno sapeva che la sua abilità nasceva dal lavoro che aveva svolto più di dieci anni prima.
Quando il missile balistico R-36 fu ritirato dal servizio negli anni Ottanta, nell’inventario dell’Unione Sovietica ne erano rimasti trecentootto.
La compagnia di Safronov, alla fine degli anni Novanta, aveva iniziato a riadattarli convertendoli a uso civile, ma in quel periodo il programma spaziale degli shuttle americani era in pieno svolgimento e gli Stati Uniti stavano progettando altri veicoli spaziali.
Safronov si era preoccupato che la sua compagnia non avrebbe tratto grandi profitti dal solo uso commerciale dei lanci, dunque aveva inventato altri possibili utilizzi.
Una delle idee su cui aveva lavorato per anni era usare un razzo Dnepr-1 come dispositivo di salvataggio in mare. Aveva ipotizzato che se, ad esempio, una nave stava affondando sulle coste dell’Antartide, il lancio di un razzo in Kazakistan avrebbe potuto inviare una capsula di milletrecento chili per ventimila chilometri in meno di un’ora, con un margine d’errore di meno di due chilometri. Altri carichi avrebbero potuto essere inviati in altre parti del globo in situazioni d’emergenza: sarebbe stato senz’altro costoso, ma si trattava di un servizio di «posta aerea» senza precedenti.
Sapeva che sarebbe suonato assurdo, per cui aveva speso mesi con le squadre di scienziati a elaborare la telemetria del suo progetto e aveva sviluppato modelli informatici.
Infine i suoi piani non erano approdati a nulla, in particolare dopo che i lanci degli shuttle USA erano cessati e ricominciati con lentezza dopo il disastro dello Space Shuttle Challenger.
Ma qualche mese prima, appena rientrato dal suo incontro con il generale Ijaz, Safronov aveva rispolverato i vecchi dati e messo insieme una squadra per rielaborare la meccanica per il lancio di Dnepr nell’alta atmosfera invece di un’orbita bassa e poi farli scendere in una particolare località, paracadutando a terra una capsula.
La sua squadra dubitava della fattibilità di quel progetto, ma si mise al lavoro, e Safronov fece caricare in segreto modelli informatici e comandi eseguibili nel software attualmente in uso al LCC.
Ricevette una chiamata dal reparto di assemblaggio e integrazione: i tre satelliti erano appena usciti dal laboratorio ed erano stati posizionati negli alloggiamenti per essere sistemati nello Space Head Module, il muso del veicolo spaziale che avrebbe, per quanto ne sapevano i proprietari dei dispositivi, messo in orbita terrestre il loro equipaggiamento. I veicoli spaziali sarebbero stati trasportati ai silos tramite grosse gru che li avrebbero assemblati ai veicoli di lancio, gli enormi razzi a tre stadi che già attendevano nei silos. Era un processo che sarebbe durato diverse ore e sarebbe terminato solo in serata. Gran parte dello staff sarebbe stato all’esterno del LCC per supervisionare o assistere semplicemente al lancio.
Questo avrebbe concesso a Georgij il tempo di coordinarsi con i suoi uomini di Baikonur, per preparare l’attacco.
Fino a quel momento tutto era andato secondo i piani, ma Safronov se lo aspettava, poiché ogni sua singola azione si era accordata al volere di Allah.
I francesi che lavoravano per Fabrice Bertrand-Morel potevano forse essere bravi detective, buoni cacciatori di prede umane, ma, almeno con John Clark, si erano rivelati pessimi negli interrogatori. Per i due giorni precedenti era stato preso a pugni, calci, schiaffi, gli avevano negato cibo e acqua e persino la possibilità di andare al bagno.
Che razza di tortura era?
Sì, l’americano aveva la mascella gonfia e dolorante, e aveva perso due capsule. E sì, era stato costretto a pisciarsi addosso ed era sicuro di aver perso abbastanza peso in quattro giorni per garantire che, se fosse mai riuscito a uscire vivo da quel posto, sarebbe dovuto andare dritto a un negozio di abbigliamento per comprare qualcosa della sua nuova taglia. Ma no, quei tipi non avevano la minima idea di come riuscire a far parlare qualcuno.
Da come si comportavano, non gli sembrava che il loro capo avesse una fretta particolare. Erano gli stessi sei uomini con cui era stato fin dall’inizio; l’avevano imprigionato in qualche casa in affitto, con tutta probabilità non lontano da Mosca, e pensavano che se lo avessero picchiato per un paio di giorni avrebbe rivelato i suoi contatti e le sue conoscenze.
Gli chiesero molte cose su Jack Ryan. Senior, naturalmente. Gli chiesero qual era il suo lavoro. E gli chiesero dell’Emiro. Ebbe l’impressione che i suoi carcerieri non fossero abbastanza informati per ottenere qualcosa di utile. Qualcuno – Laska, Bertrand-Morel o Valentin Kovalenko – li aveva mandati a interrogarlo e loro si limitavano a obbedire.
Porre domande. Non ottenere risposta. Punire. Ripetere le domande.
Clark non si stava divertendo, ma avrebbe potuto continuare in quel modo per una settimana o più prima di cominciare in qualche modo a cedere.
Aveva avuto esperienze peggiori. Maledizione, l’addestramento dei SEAL era molto, molto più duro di quella specie di prigionia.
Uno dei francesi, quello che John credeva il più gentile del gruppo, entrò nella stanza. Indossava una tuta sportiva nera; erano usciti a comprare vestiti nuovi per l’interrogatorio dopo che il sudore, il sangue e gli sputi di Clark avevano macchiato i precedenti.
Sedette sul letto; Clark era legato alla sedia. «Monsieur Clark, il suo tempo sta per scadere. Mi dica dell’Emiro, Monsieur Yasin. Lei ha lavorato con Jacques Ryan per trovarlo, o forse con alcuni vecchi amici della CIA? Oui? Vede, sappiamo molto di lei e dell’organizzazione per cui lavora, ma ci serve solo qualche piccola informazione in più. Se ce la fornirà la lasceremo andare a casa.»
Clark alzò gli occhi al cielo.
«Non voglio che i miei amici la picchino di nuovo. Non serve. Parlerà, vero?»
«No.» Clark rispose con la mascella dolorante; e di certo stava per diventarlo ancora di più.
Il francese scrollò le spalle. «Chiamo i miei amici. Le faranno male, Monsieur Clark.»
«Purché non parlino quanto lei.»
Georgij Safronov provava conforto nel sapere di aver valutato ogni minimo dettaglio del suo piano. La mattina della messa in opera del progetto, i quarantatré combattenti rimasti della Jamaat Shariat appostati nelle vicinanze si erano già divisi in unità più piccole, usando tattiche apprese durante l’addestramento del mese precedente nel Waziristan del nord, con gli uomini esperti della Rete Haqqani.
Ma in ogni scontro militare le parti in gioco erano due, e Safronov non aveva dimenticato di studiare il suo avversario: le forze di sicurezza del sito spaziale.
La sicurezza di Baikonur un tempo era affidata all’esercito russo, ma i militari se ne erano tirati fuori anni prima e da quel momento la protezione degli oltre cinquemila chilometri quadrati era sotto la responsabilità di una compagnia privata di Tashkent.
Le guardie guidavano camion, pattugliando la zona, e un paio di uomini erano appostati ai cancelli principali; c’era inoltre una grande caserma piena di uomini, ma la recinzione di Baikonur era bassa e fragile nella maggior parte dei tratti e inesistente in altri.
Non era affatto un luogo sicuro.
E sebbene in lontananza l’area sembrasse soltanto una distesa libera, Safronov sapeva che la steppa era piena di ruscelli in secca e depressioni naturali che avrebbero potuto essere sfruttati.
In passato un gruppo di insorti musulmani, collegati al partito radicale Hizb ut-Tahrir, aveva provato a penetrare nella base spaziale ed erano stati respinti dagli uomini della sorveglianza. Quello, tuttavia, non era un dato significativo: gli assalitori erano deboli e mal addestrati, e il loro tentativo fallito aveva solo rafforzato l’illusione delle guardie kazake di essere pronte a sostenere un attacco.
L’attacco stava per avere inizio, Georgij ne era consapevole, e avrebbe potuto verificare quanto fossero davvero pronti.
Lo stesso Safronov era diventato amico del capo della sicurezza. Era abitudine dell’uomo fare una visita al LCC dei Dnepr quando era previsto un lancio imminente. Georgij l’aveva chiamato la sera prima per chiedergli di andare presto perché la Kosmos Space Flight Corporation, la compagnia di Safronov, aveva mandato da Mosca un segno d’apprezzamento per il buon lavoro che stava svolgendo.
Il direttore della sicurezza era entusiasta; assicurò che sarebbe stato nell’ufficio del signor Safronov per le otto e trenta del mattino.
Alle 7:45, Safronov misurava il suo ufficio a lunghe falcate.
Era preoccupato che la sua forma umana non sarebbe stata in grado di portare a termine la missione; il solo pensiero lo faceva rabbrividire.
Squillò il telefono. Fu lieto dell’interruzione.
«Sì?»
«Buongiorno, Georgij.»
«Ciao, Aleksandr.»
«Hai un momento?»
«Sono piuttosto impegnato con la revisione dei parametri per il secondo lancio. Non avrò molto tempo dopo il primo lancio di oggi pomeriggio.»
«Sì, ma devo parlarti proprio di questo. C’è qualcosa che mi preoccupa.»
Maledizione! Non adesso!, pensò Georgij. Non aveva bisogno di trascorrere la mattinata a occuparsi di un problema tecnico relativo a un satellite che avrebbe viaggiato soltanto fino al silos, dove i suoi uomini lo avrebbero sostituito con il loro Space Head Module.
Tuttavia, avrebbe dovuto assicurare una parvenza di normalità il più a lungo possibile.
«D’accordo, raggiungimi nel mio ufficio.»
«Sono al centro Flight Data Processing. Posso essere da te tra un quarto d’ora, venti minuti se la strada è molto ghiacciata.»
«Allora sbrigati, Aleksandr.»
I venti minuti ci vollero tutti perché il capo delle operazioni di lancio arrivasse nell’ufficio del presidente al LCC. Entrò senza bussare, battendo i piedi a terra e togliendosi il cappotto pesante e il cappello. «Una mattina maledettamente fredda, Georgij» commentò sorridendo.
«Di cosa hai bisogno?» Safronov non aveva più molto tempo. Doveva far uscire in fretta il suo amico di lì.
«Mi dispiace comunicartelo, ma dovremo cancellare il volo di oggi.»
«Cosa? Perché?»
«Il software della telemetria ha qualche problema. I tecnici vogliono svolgere delle indagini, poi spegnere tutto e resettare. La nostra raccolta dei dati e il sistema di elaborazione ne risentiranno per alcune ore. Ma il prossimo momento utile per lanciare tutti e tre i veicoli in rapida successione sarà tra tre giorni. Io suggerirei di rimandare, spegnere i generatori di potenza, estrarre il carburante da tutti e tre i veicoli e mantenere i razzi temporaneamente in standby. Ci sarà un ritardo, certo, ma potremo raggiungere ugualmente l’obiettivo: il record dei lanci più vicini tra loro. È quello il nostro scopo, no?»
«No!» esclamò Safronov. «La sequenza di lancio proseguirà. Voglio il 109 pronto a partire a mezzogiorno.»
Verbov fu sorpreso. Non si sarebbe mai aspettato una risposta simile da Safronov, nonostante la brutta notizia. «Non capisco, Georgij Michailovič. Non mi hai sentito? Senza i parametri telemetrici adeguati, il controllo delle missioni spaziali europee non permetterà mai ai razzi di continuare il volo. Cancelleranno il lancio, lo sai.»
Safronov guardò a lungo il suo amico. «Il lancio deve avvenire. Voglio tutti i missili pronti nei silos.»
Verbov sorrise mentre sollevava la testa. «Missili?»
«I veicoli di lancio. Sai cosa intendo. Non c’è nulla di cui preoccuparsi, Aleksandr. Presto si sistemerà tutto.»
«Cosa sta succedendo?»
A Safronov tremavano le mani. Afferrò la stoffa dei suoi pantaloni. Continuò a ripetere un mantra che gli aveva insegnato Suleiman Murshidov. «Un secondo di jihad equivale a cento anni di preghiera. Un secondo di jihad equivale a cento anni di preghiera. Un secondo di jihad equivale a cento anni di preghiera.»
«Hai detto qualcosa?»
«Lasciami solo.»
Aleksandr Verbov si voltò lentamente, dirigendosi verso il corridoio. Si era allontanato di circa tre metri dal suo capo, quando Safronov lo richiamò dal suo ufficio.
«Alex, perdonami, sono stato sopraffatto dall’ansia. È tutto a posto. Possiamo ritardare il lancio se la telemetria dice che così deve essere.»
Verbov scosse la testa sbuffando e ridendo, a metà tra la confusione e il sollievo, quindi rientrò nell’ufficio. Solo quando si trovò sulla porta si rese conto della pistola nelle mani di Safronov. Sorrise incredulo, come se non credesse che l’arma fosse vera. «Georgij Michailovič… cosa pensi di…»
Safronov sparò un unico colpo dalla pistola automatica Makarov silenziata. La pallottola si conficcò nel plesso solare di Verbov, trapassandogli un polmone e spezzandogli una costola mentre usciva dalla schiena. Alex non cadde; fece una smorfia di dolore al suono dello sparo, esitando un momento prima di guardare la chiazza di sangue che si allargava sulla tuta da lavoro marrone.
A Georgij parve stesse impiegando molto tempo per morire. Nessuno dei due disse una parola; si limitarono a guardarsi con una simile espressione di sconcerto. Poi Alex allungò la mano dietro di sé, trovò la sedia di ecopelle accanto alla porta e si accasciò su di essa in maniera scomposta.
Dopo qualche altro secondo chiuse gli occhi, abbandonò la testa da un lato e il suo polmone perforato emise un ultimo respiro.
Georgij impiegò diversi altri secondi per riprendere fiato. Ma ci riuscì e ripose la pistola sulla scrivania accanto a lui.
Trascinò il cadavere, ancora sulla sedia, nell’armadio a muro del suo ufficio. Aveva già fatto spazio per un uomo, il direttore della sicurezza, e ora avrebbe dovuto trovare il modo di infilarci anche il kazako che sarebbe arrivato nel giro di qualche minuto.
Safronov fece scivolare il corpo di Verbov giù dalla sedia, dentro l’armadio a muro, spinse all’interno anche i piedi, poi chiuse l’anta. Afferrò in fretta un rotolo di carta igienica nel bagno per asciugare le gocce di sangue sul pavimento dell’ufficio.
Dieci minuti più tardi, anche l’altro era morto, disteso sul pavimento della stanza di Safronov. Era un uomo alto e indossava ancora il cappotto e gli stivali pesanti. Georgij guardò il corpo, l’espressione da cane bastonato sulla sua faccia, e gli venne da vomitare. Ma non lo fece: si concentrò e digitò un numero sul cellulare con la mano tremante.
Quando dall’altra parte gli risposero, comunicò: «Allahu Akbar. È il momento».