11

Jack Ryan Junior era comodamente seduto a bordo di un jet privato. L’aereo sorvolava l’isola di Terranova quarantuno miglia a sudest di Gander, fendendo l’aria rarefatta degli oltre quattordicimila metri a una velocità di 547 miglia nautiche l’ora.

Jack era l’unico passeggero. I tre membri dell’equipaggio – il pilota, il primo ufficiale di bordo e un’assistente di volo – si erano dileguati per permettergli di leggere in tutta tranquillità un enorme fascicolo lasciato apposta per lui su uno dei sedili in pelle.

Sfogliava le pagine sorseggiando Cabernet e prendendo di tanto in tanto un pezzettino di salsiccia da un piatto poco distante.

Teneva il portatile davanti a lui e gli auricolari del telefono di bordo, incorporato nel sedile, intorno al collo. Aveva trascorso quasi tutta l’ultima ora parlando con Clark in Francia e con altri membri del Campus nel Maryland. Aveva contattato anche Driscoll. Lui e Caruso si stavano imbarcando su un volo dal Cairo per Parigi.

Entro un paio d’ore avrebbe terminato di esaminare quei documenti, ma non sarebbe comunque riuscito a chiudere occhio su quel volo transatlantico, lo sapeva bene. C’era ancora da controllare l’equipaggiamento sotto la guida telefonica di Clark e Chavez: doveva essere tutto pronto al suo arrivo.

Fatto quello, se non fosse stato troppo tardi, avrebbe chiamato i suoi. Gli impegni di quell’ultimo periodo lo avevano costretto ad annullare un pranzo con la madre e i fratelli, Kyle e Katie, quando lei era tornata a casa dalla campagna elettorale.

A dire il vero, pensò bevendo un sorso di Cabernet, quel giorno avrebbe anche potuto liberarsi. Era stato un enorme taglio sul naso, un regalino di James Buck, a spingerlo a disertare la rimpatriata. Da quel momento le giornate erano state tutte uguali: dieci ore in ufficio, poi tre o quattro in palestra prima di trascinarsi fino a casa, concedersi un bagno ai sali di Epsom, qualche sorso di Budweiser e crollare sul divano del suo appartamento di Columbia, Maryland.

Mentre il jet sorvolava le coste orientali dell’isola di Terranova seguendo una rotta che lo avrebbe portato ad attraversare l’Atlantico e arrivare nel vecchio continente prima dell’alba, Ryan aveva trascorso venti minuti buoni a divorare con gli occhi una mappa dell’VIII Arrondissement, dove si trovava il Four Seasons George V. Ci sarebbero voluti giorni per memorizzare tutte quelle strade a senso unico, i viali e gli enormi boulevard, ma doveva fare del suo meglio per familiarizzare il più possibile con quell’area prima di dare avvio all’operazione. Avrebbe ricoperto il ruolo dell’«uomo al volante», gli aveva comunicato Clark. Vista l’esiguità della squadra, però, sarebbe stato di sicuro chiamato a svolgere altre mansioni, aveva aggiunto il collega.

Mansioni che avrebbero potuto includere l’uso della Glock 23 calibro .40 messa a bordo del velivolo apposta per lui.

Jack prese in mano la pianta del Four Seasons per studiarne il piano terra, ma la ripose subito e fissò lo sguardo sulla mappa interattiva della loro rotta, proiettata sullo schermo appeso a una parete della cabina. Indicava anche l’ora d’arrivo: sarebbe atterrato a Parigi alle 5:22, ora locale.

Ryan prese un altro sorso di vino e si concesse un momento per ammirare quella cabina così ben arredata. Non si era ancora abituato a viaggiare su quel jet così nuovo.

Era un jet privato Gulfstream G550 a ultra lungo raggio, l’ultimo giocattolino del Campus. Rispondeva alla perfezione ad alcune esigenze specifiche dell’agenzia clandestina. Da quando avevano catturato e interrogato l’Emiro, cioè da quando si erano trasformati da uno squadrone di assassini in una vera e propria forza dell’intelligence, il ritmo di lavoro aveva registrato un notevole incremento. I cinque agenti, i pezzi grossi e alcuni analisti si trovavano a viaggiare sempre più spesso in tutte le parti del mondo per spiare gli obiettivi o preparare il terreno per altre missioni.

I voli commerciali andavano bene per il novanta per cento delle volte, ma di tanto in tanto Hendley e il capo delle operazioni, Sam Granger, avevano bisogno di spostare uno o più uomini in modo piuttosto rapido da Baltimora o da Washington verso una destinazione molto lontana, con il compito di tenere d’occhio un soggetto che magari si trovava in quella zona per un periodo di tempo molto limitato. Ogni giorno vettori commerciali coprono dozzine di voli internazionali diretti collegando gli aeroporti di Washington Dulles, Ronald Reagan Washington National e Baltimore Washington International con centinaia di destinazioni in tutto il mondo. E molte altre possono essere raggiunte effettuando un solo scalo. Spesso però, le ore perse per i controlli, alla dogana, o aspettando una coincidenza, e tutte le altre attese cui è soggetto un passeggero di voli ordinari, possono compromettere la riuscita di un’operazione. Così, Gerry Hendley si era procurato un jet privato che rispondesse alle esigenze del Campus. Aveva istituito una commissione ad hoc composta da personale interno incaricata di stabilire quali dovessero essere le caratteristiche del velivolo. I soldi non erano un problema, ma per Hendley era assolutamente prioritario che la commissione non spendesse un centesimo in più del necessario.

Il gruppo aveva sottoposto i risultati delle indagini al superiore dopo svariate settimane di ricerche. Dassault, Bombardier Aerospace, Embraer e Gulfstream Aerospace offrivano modelli rispondenti ai requisiti di velocità, grandezza e raggio richiesti. Ma uno in particolare si era rivelato perfetto: il nuovissimo Gulfstream 650.

Era anche il più costoso, ma le statistiche che avevano effettuato erano tutte in suo favore. Hendley si mise dunque alla ricerca di un Gulfstream 650, rendendosi subito conto, però, di avere davanti a sé un’impresa piuttosto ardua. Il Campus voleva mantenere l’acquisto del jet più segreto possibile e c’era ancora troppo clamore intorno alle vendite di quell’avanguardistico gioiello dell’aeronautica. Così, era tornato a rivolgersi al comitato e la decisione fu unanime: se si doveva optare per il secondo velivolo più lussuoso e sofisticato sul mercato la scelta poteva cadere soltanto sul Gulfstream Aerospace G550, in commercio da meno di dieci anni e con prestazioni elevatissime. Allora, Hendley e altri pezzi grossi del Campus avevano sguinzagliato tutte le fonti a loro disposizione per trovarne uno.

Ci vollero quasi due mesi, ma alla fine riuscirono a trovare l’aereo perfetto. Era un G550 di sette anni di proprietà di un finanziere texano finito dietro le sbarre perché invischiato nei traffici illeciti del cartello messicano di Juárez. Il governo aveva deciso di convertire l’asset del finanziere in liquidità e Gerry aveva ricevuto una chiamata dal Dipartimento di Giustizia coinvolto nell’asta. Hendley fu entusiasta all’idea di rimediare il jet a un prezzo molto più basso di quello di mercato.

Il Campus aveva predisposto l’acquisto tramite una società fantasma registrata nelle isole Cayman. Il jet era stato consegnato a un centro di servizi aeroportuali, un FBO (Fixed Base Operator) vicino a Baltimora.

Dopo aver visto l’aereo di persona, Hendley e gli altri si resero subito conto di aver fatto un affare stellare.

Con un raggio di 6750 miglia nautiche e due motori Rolls-Royce in grado di portarlo a mach 0.85, il G550 era in grado di raggiungere qualsiasi punto della Terra con una sola sosta per il rifornimento, riuscendo a trasportare fino a quattordici persone nel massimo comfort.

Nella cabina c’erano sei poltrone in pelle che potevano trasformarsi in letti in caso di voli a lunga percorrenza, due divani a poppa rispetto ai sedili e tutti i più avanzati mezzi di comunicazione: tv satellitari a schermo piatto, copertura a banda larga nei tratti di sorvolo di America del Nord, Oceano Atlantico ed Europa, nonché due sistemi radio Honeywell e un radiotelefono Magnastar C2000 per chi si trovava nella cabina.

Inoltre, erano stati adottati dei piccoli accorgimenti per ridurre l’effetto del fuso orario, fattore critico per chi, come Hendley, si trovava a spedire i suoi uomini in giro per il mondo per operazioni delicate anche all’ultimo momento, senza poter concedere loro il tempo necessario per abituarsi al cambiamento ambientale. Gli ampi finestrini lasciavano entrare molta più luce naturale rispetto ai normali velivoli commerciali e anche a molti altri jet presenti sul mercato. Ciò aiutava a ridurre gli effetti psicologici dei voli a lunga durata. Inoltre, l’impianto certificato Honeywell Avionics rigenerava il cento per cento dell’ossigeno ogni novanta secondi, riducendo il rischio che gli agenti fossero messi fuori gioco da virus e batteri presenti nell’aria. Questo sistema permetteva anche di ottenere una pressurizzazione inferiore di tremila piedi rispetto a un aereo commerciale alla stessa quota, e anche questo aiutava a diminuire di molto l’effetto del fuso orario al momento dell’arrivo.

Gli amici del Dipartimento di Giustizia avevano confidato a Hendley qualche particolare in più su quell’aeroplano. Il proprietario, un losco affarista texano, andava a Città del Messico, caricava il jet di dollari americani nascosti in scompartimenti segreti progettati all’interno del velivolo da ingegneri colombiani e portava tutto a Houston. Da lì distribuiva i contanti tra alcuni membri di basso livello del cartello di Juárez, i quali lo portavano nei punti Western Union al di là del confine texano tenendosi una piccola percentuale. Una volta ripuliti, i soldi venivano rimessi in alcuni conti correnti di banche messicane. Da lì venivano girati in parti del mondo stabilite dai narcos e venivano poi usati per acquistare droga in Sud America, corrompere membri del governo e agenti di polizia delle più svariate nazioni, acquistare armi dai militari dei Paesi più disparati e godersi il lusso più sfrenato.

Gerry aveva ascoltato con fare educato tutto il processo di riciclaggio del denaro, sebbene conoscesse meglio di moltissimi altri sia il flusso legale sia quello illegale dei contanti in giro per il mondo. Ma un dettaglio lo aveva colpito in particolare: la presenza di quei piccoli scompartimenti all’interno del jet. Una volta che l’aereo venne consegnato, una dozzina tra membri del Campus e squadra di manutenzione dell’operatore di base fissa lo avevano ispezionato per un giorno e mezzo in cerca di quei piccoli scomparti.

Riuscirono a trovare nascondigli di varie dimensioni. In genere l’area di carico in un jet si trova sotto il pavimento, ma negli aerei privati più piccoli, come il G550, si trovava in realtà nella zona posteriore, sotto la coda. In quella sottostante il pavimento passavano per lo più cavi e fili elettrici, ma gli ingegneri colombiani ci avevano creato dei piccoli scomparti segreti in grado di contenere anche diverse borse piene di attrezzatura. C’era un altro scomparto segreto anche nel bagno, nella parte inferiore del pannello su cui era fissato il sedile del water. Con sessanta secondi di tempo e un cacciavite si poteva scoprire una cavità quadrata in cui i colombiani avevano fatto passare un tubicino di scarico. Era grande abbastanza da farci stare uno zainetto senza correre il rischio di compromettere il funzionamento della toilette. Gli uomini della manutenzione ne scovarono ancora dietro i pannelli di ispezione o le porte di accesso ai quadri per la manutenzione. Alcuni erano minuscoli, appena sufficienti a celare una pistola, altri, invece, offrivano lo spazio necessario a nascondere un mitra con tanto di calcio ripiegato e munizioni extra.

In tutto, riuscirono a trovare circa 283 decimetri cubici di volume perfettamente dissimulati negli arredi e utili per trasportare un discreto ammontare di attrezzatura clandestina a cui i membri del Campus non potevano rinunciare per poter svolgere il loro lavoro: pistole, fucili, materiale esplosivo, attrezzature per la sorveglianza. In situazioni normali sarebbe stata confiscata dagli agenti della dogana, con conseguente controllo di documenti e quindi soldi da dover sborsare.

Hendley aveva scelto tre persone per l’equipaggio, tutti ex soldati testati e selezionati dal Campus. Il pilota veniva dall’Air Force. E fin qui la cosa non stupiva più di tanto. Anche il fatto che fosse donna non sbigottiva nessuno. Era il capitano cinquantenne Helen Reid, ex pilota di B-1B, ora alle dipendenze della Gulfstream. Aveva fatto parte del progetto di sviluppo del nuovo G650 in qualità di collaudatrice, ma non sembrava sentirsi per nulla «sminuita» dal nuovo ruolo sul G550. Il primo ufficiale di bordo si chiamava Chester Hicks, ma lo chiamavano tutti «Country» per il suo forte accento del Sud. Veniva dal Kentucky e aveva prestato servizio nell’aviazione dei Marines come pilota di velivoli ad ala fissa o rotante. Negli ultimi sei anni nel corpo dei Marines era stato istruttore di giovani reclute alla stazione aeronautica Corpus Christi su aerei Huron bimotore. Poi aveva deciso di passare all’aviazione civile. Per oltre un decennio era stato pilota di G500 e G550.

Nel mese di giugno Hendley aveva voluto fare una sorpresa ai cinque agenti del Campus riservando a loro il primo volo sul jet appena acquistato. Erano arrivati al Baltimore Washington International (BWI) in auto passando per il gate di un FBO chiamato Greater Maryland Charter Aviation Service, gestito da un amico di Gerry. In quel modo erano riusciti a evitare ogni tipo di controllo.

Nel corso di quel primo volo Gerry aveva presentato ai cinque membri saliti a bordo con lui il capitano Reid, Country e la hostess.

Adara Sherman: una giovane donna di trentacinque anni molto attraente, con corti capelli biondo platino e due occhi grigi e luminosi nascosti dietro un paio di occhiali molto seri. Indossava un’uniforme blu senza alcuna mostrina e non si toglieva mai la giacca.

La Sherman era stata nove anni nella marina militare e, a giudicare dal suo corpo, pareva non aver mai smesso di allenarsi.

Nel corso di quel sorvolo della zona durato circa un’ora, seguito da una toccata e fuga a Manassas prima di rientrare al BWI, la ragazza aveva mostrato ai passeggeri l’interno della cabina con grande professionalità.

Mentre sorseggiava del vino sospeso sopra l’Atlantico, Jack riandò con la mente a quel giorno e faticò a trattenere una risata. Durante il decollo, in un momento in cui Adara non poteva sentire, Gerry Hendley si era avvicinato ai tre single seduti in cabina. «Faremo un piccolo giochino di associazioni di parole, signori. La nostra assistente di volo si chiama Adara Sherman. Voglio che pensiate a lei come al generale Sherman. E a voi stessi come Atlanta. Ci siamo capiti?»

«Dobbiamo restare seri» aveva risposto Sam.

«Ci siamo capiti.»

Caruso annuì con aria diligente, ma Jack prese la parola. «Mi conosci, Gerry.»

«Sì, ti conosco e so che sei un bravo ragazzo. Ma so anche cosa significhi avere ventisei anni. Mi fermo qui, okay?»

«Ricevuto. L’assistente di volo è una no-flight zone

Erano scoppiati tutti a ridere proprio nel momento in cui Adara era tornata in cabina con i caffè per i passeggeri. Dom, Sam e Jack Junior avevano distolto subito lo sguardo, mantenendolo basso in modo piuttosto impacciato. Clark, Chavez e Hendley si erano sforzati di non scoppiare a ridere.

Adara non aveva sentito nulla, ma capì tutto molto presto. Ai single era stato detto che lei era off-limits e sarebbe stato meglio per tutti se avessero rispettato quel divieto. Un minuto dopo, la ragazza si era allungata sopra un tavolino per prendere un tovagliolo e la giacca le si era sollevata un po’ sulla schiena. Jack e Dom si erano scambiati un’occhiata d’intesa – erano pur sempre dei maschi, era scritto nel loro DNA – e avevano notato una piccola Smith and Wesson con un carrello in acciaio inox e un caricatore di ricambio in una fondina infilata nella gonna.

«È armata» aveva commentato Caruso con tono di apprezzamento quando la ragazza era tornata nella cucina di bordo.

Hendley gli aveva risposto con un cenno della testa. «Si occupa della sicurezza sull’aereo. Con l’ausilio di qualche arma.»

Jack sorrise di nuovo ripensando alla Sherman e alle sue armi.

Diede un’occhiata all’orologio: sulla East Coast erano le 22:30. Prese il telefono e compose il numero del cellulare della madre.

«Speravo di sentirti oggi» gli disse la donna dopo aver risposto.

«Ciao, mamma. Scusami per l’ora.»

Cathy Ryan scoppiò a ridere. «Non ho il turno di mattina domani. Sono con tuo padre a Cleveland.»

«Ma devi comunque alzarti presto e prepararti a stringere mille mani in una sola mattinata, no?»

La madre rise ancora più forte. «Qualcosa del genere, più o meno. Tuo padre terrà un comizio presso una ditta che produce nastri trasportatori, ma prima c’è la colazione con i giornalisti qui in albergo.»

«Uno spasso.»

«Non mi dispiace più di tanto. Non dirgli che te l’ho detto, ma secondo me a tuo padre piace più di quanto ammetta. Almeno in parte.»

«Forse hai ragione. Come stanno Katie e Kyle?»

«Bene. Sono a casa. Sally starà con loro per un paio di giorni. Vai a trovarli quando riesci a liberarti dal lavoro. Vorrei passarti tuo padre per fartelo salutare, ma è in riunione con Arnie di sotto. Puoi aspettare un attimo in linea?»

«Uhm, no. Lo richiamo più tardi, magari.»

«Ma dove sei?»

Jack espirò lentamente, poi le rispose: «A dire il vero sono su un aereo. Sto sorvolando l’Atlantico».

La domanda successiva non si fece attendere. «Diretto dove?»

«In nessun posto in particolare. Questioni di lavoro.»

«Sai quante volte tuo padre mi ha rifilato questa stessa identica risposta?»

«Forse perché era la verità… Non c’è nulla di cui tu debba preoccuparti.»

«Sicuro?»

Jack Junior stava per dire «Te lo giuro», ma si fermò in tempo. Si era ripromesso di non mentire alla madre. Dirle che poteva stare tranquilla sembrava già una menzogna bella e buona, non sarebbe stato corretto ingigantirla con un giuramento. Non sapeva nemmeno lui a cosa stava andando incontro: faceva parte di una squadra di cinque uomini armati incaricati di uccidere altri tre uomini armati e catturarne uno vivo.

Cathy riprese la parola. «Sono già preoccupata, Jack. Sono una madre, è mio dovere farlo.»

«Sto bene» rispose Junior cambiando subito argomento. «Allora, papà è pronto per il dibattito di domani o no?»

La madre non si era lasciata depistare, ne era certo. Jack Ryan Senior sosteneva che quella donna fosse capace di fiutare una menzogna anche a un miglio di distanza, e aveva ragione.

Eppure, quella sera Cathy lasciò correre. «Credo di sì. I numeri sono dalla sua parte. Spero solo che resti calmo e non arrivi alle mani con Ed Kealty. È uno di quei dibattiti pensati per essere meno formali e più simili a una chiacchierata tra amici.»

«Sì, papà me ne ha parlato. Kealty era contrario a questa formula all’inizio, ma poi visti gli scarsi risultati dei sondaggi ha cambiato idea.»

«Esatto. Arnie pensa possa essere l’occasione migliore per tuo padre per mostrare il suo lato più tenero.»

Entrambi scoppiarono a ridere.

Adara Sherman comparve con una piccola caraffa d’acqua in mano. Jack scosse la testa con fare educato, ma evitando di incontrare i suoi occhi. Gerry avrebbe potuto venirlo a sapere in qualche modo. La ragazza si voltò incamminandosi di nuovo verso la cucina di bordo. Avrebbe voluto seguirla con lo sguardo, ma la cabina era piena di superfici riflettenti e non aveva intenzione di farsi beccare a fissarla. Così abbassò gli occhi sul portatile.

«Va bene, mamma. Ora devo andare. Fai una bella dormita e preparati per il tour de force di domani.»

«Stanne certo. E tu, mi raccomando, stai attento.»

«Te lo prometto, mamma.» A differenza del giuramento di prima, questa promessa era in grado di mantenerla. Avrebbe fatto del suo meglio per evitare di morire crivellato di colpi.

La conversazione si concluse lì e Jack Junior tornò al suo lavoro. Stava correndo incontro all’alba, e anche lei gli correva incontro. Gli rimaneva davvero poco tempo.

Inizio


Il giorno del falco
titlepage.xhtml
tmp0_split_000.html
tmp0_split_001.html
tmp0_split_002.html
tmp0_split_003.html
tmp0_split_004.html
tmp0_split_005.html
tmp0_split_006.html
tmp0_split_007.html
tmp0_split_008.html
tmp0_split_009.html
tmp0_split_010.html
tmp0_split_011.html
tmp0_split_012.html
tmp0_split_013.html
tmp0_split_014.html
tmp0_split_015.html
tmp0_split_016.html
tmp0_split_017.html
tmp0_split_018.html
tmp0_split_019.html
tmp0_split_020.html
tmp0_split_021.html
tmp0_split_022.html
tmp0_split_023.html
tmp0_split_024.html
tmp0_split_025.html
tmp0_split_026.html
tmp0_split_027.html
tmp0_split_028.html
tmp0_split_029.html
tmp0_split_030.html
tmp0_split_031.html
tmp0_split_032.html
tmp0_split_033.html
tmp0_split_034.html
tmp0_split_035.html
tmp0_split_036.html
tmp0_split_037.html
tmp0_split_038.html
tmp0_split_039.html
tmp0_split_040.html
tmp0_split_041.html
tmp0_split_042.html
tmp0_split_043.html
tmp0_split_044.html
tmp0_split_045.html
tmp0_split_046.html
tmp0_split_047.html
tmp0_split_048.html
tmp0_split_049.html
tmp0_split_050.html
tmp0_split_051.html
tmp0_split_052.html
tmp0_split_053.html
tmp0_split_054.html
tmp0_split_055.html
tmp0_split_056.html
tmp0_split_057.html
tmp0_split_058.html
tmp0_split_059.html
tmp0_split_060.html
tmp0_split_061.html
tmp0_split_062.html
tmp0_split_063.html
tmp0_split_064.html
tmp0_split_065.html
tmp0_split_066.html
tmp0_split_067.html
tmp0_split_068.html
tmp0_split_069.html
tmp0_split_070.html
tmp0_split_071.html
tmp0_split_072.html
tmp0_split_073.html
tmp0_split_074.html
tmp0_split_075.html
tmp0_split_076.html
tmp0_split_077.html
tmp0_split_078.html
tmp0_split_079.html
tmp0_split_080.html
tmp0_split_081.html
tmp0_split_082.html
tmp0_split_083.html
tmp0_split_084.html
tmp0_split_085.html
tmp0_split_086.html
tmp0_split_087.html
tmp0_split_088.html