28

La sagoma di una città grande e sviluppata come Volgograd, in Russia, avrebbe dovuto essere visibile da molti chilometri di distanza, da qualsiasi direzione. Ma mentre Georgij Safronov sfrecciava a sudest sull’autostrada M6, a poco meno di venti chilometri dalla periferia della città, intorno a lui c’erano solo pascoli che digradavano nella nebbia fitta e grigia: nemmeno una traccia dell’immensa metropoli industriale di fronte a lui. Erano le dieci del mattino; aveva guidato tutta la notte sull’autostrada che correva lungo il mar Caspio, ma, persino dopo otto ore al volante, il quarantaseienne continuò a pigiare sull’acceleratore della sua BMW Z4 coupé, cercando disperato di arrivare a destinazione prima possibile. L’uomo che gli aveva chiesto di macinare novecento chilometri in un giorno non avrebbe sollecitato la sua presenza senza una buona ragione. Georgij lottò contro il sonno e la fame per non far aspettare il vecchio.

Il ricco russo non dimostrava i suoi anni, a parte per qualche ciocca grigia tra i capelli rossi. La maggior parte dei suoi connazionali abusava di alcol, e questo tendeva a far invecchiare anzitempo i loro volti, ma Georgij non toccava vodka, vino o birra da anni; il suo unico peccato veniale era il tè molto dolce, per il quale i russi hanno una predilezione. Non era affatto atletico, ma era esile e aveva i capelli piuttosto lunghi per un uomo della sua età. Un ciuffo gli ricadeva sulla fronte, sopra gli occhi, per cui aveva posizionato le bocchette di ventilazione in modo che lo soffiassero indietro mentre guidava.

Non aveva ricevuto istruzioni di recarsi proprio a Volgograd; era un peccato, perché a Safronov quella città piaceva. Una volta si chiamava Stalingrado: questo particolare la rendeva interessante. Durante la Seconda guerra mondiale, era stata il teatro della più strenua resistenza della storia contro un potente invasore.

E Georgij Safronov provava un interesse personale per il fenomeno della resistenza, sebbene non ne parlasse mai.

Lanciò uno sguardo al GPS al centro della consolle del suo coupé superaccessoriato. L’aeroporto si trovava a sud; tra qualche minuto sarebbe uscito dalla M6, per poi seguire la strada fino alla casa sicura poco lontana.

Doveva evitare di attirare l’attenzione. Era andato lì da solo. Aveva lasciato le sue guardie del corpo a Mosca, dicendo di avere affari personali da sbrigare. I suoi uomini non erano russi ma finlandesi e avevano un debole per le donne: Georgij quindi aveva dato loro a intendere che il suo appuntamento segreto di quel giorno coinvolgesse una donna.

Dopo l’incontro, Safronov pensò di proseguire per Volgograd e cercarsi un hotel. Camminare da solo per quelle strade pensando alla battaglia di Stalingrado gli avrebbe infuso forza e determinazione.

Ma stava correndo troppo. Forse l’uomo che lo aveva invitato lì quel giorno, Suleiman Murshidov, avrebbe voluto lasciare subito la casa sicura, per salire su un aereo e ritornare con lui a Machačkala.

Murshidov gli avrebbe detto cosa fare, e lui avrebbe obbedito.

Georgij Safronov non era il suo vero nome: i suoi genitori non lo avrebbero mai chiamato Georgij, né il loro cognome era Safronov. Ma da quando aveva memoria quello era stato il suo nome, e tutte le persone che gli stavano intorno gli avevano sempre detto di essere russo.

Ma nel suo cuore era certo che la sua identità e le sue origini fossero solo bugie.

In realtà, lui era Magomed Sagikov, nato a Derben, nel Daghestan, nel 1966, quando era soltanto una regione remota e obbediente, tra il mare e le montagne, dell’Unione Sovietica. I suoi genitori naturali erano contadini di una zona rurale, ma si erano trasferiti a Machačkala, sul mar Caspio, poco dopo la sua nascita.

Lì, nel giro di un anno, la madre e il padre del piccolo Magomed erano morti di malattia, e il bambino era cresciuto in un orfanotrofio. Un giovane capitano della marina russa, di Mosca, di nome Michail Safronov e sua moglie Marina avevano scelto il ragazzo tra tutti quelli dell’istituto: i suoi tratti somatici mostravano le sue origini sia lezgine sia azere e la signora Safronov lo aveva preferito rispetto agli altri bambini della sua età, azeri al cento per cento.

Avevano chiamato il piccolo Georgij.

Il capitano Safronov era di stanza nel Daghestan con la flottiglia del Caspio, ma ben presto era stato promosso nella flotta del mar Nero e inviato a Sebastopoli e infine a Leningrado, all’accademia navale Maresciallo Grečko. Georgij trascorse a Sebastopoli i quindici anni successivi (dove il suo padre adottivo aveva raggiunto la flotta del mar Nero) e poi a Mosca (dove prestava servizio nell’ufficio del comandante in capo).

La madre e il padre di Safronov non gli avevano mai nascosto che fosse stato adottato, ma gli avevano raccontato di averlo trovato in un orfanotrofio di Mosca. Non avevano mai parlato delle sue vere radici, né del fatto che i suoi veri genitori erano musulmani.

Georgij era un bambino sveglio, ma era bassino, gracile e scoordinato: in qualsiasi sport provasse a cimentarsi si rivelava un totale fallimento. Malgrado questo, o probabilmente a causa di questo, eccelleva a scuola. Da piccolo era rimasto affascinato dai cosmonauti del suo Paese. Era attratto dai missili, dai satelliti e dallo spazio.

Dopo essersi diplomato, era stato ammesso all’Accademia militare missilistica Feliks Dzeržinskij.

Finiti gli studi, aveva trascorso cinque anni come ufficiale nelle Forze Missilistiche Strategiche sovietiche, poi era tornato all’università, all’istituto di fisica e tecnologia di Mosca.

A trent’anni si era rivolto al settore privato. Era stato assunto come project manager dalla KSFC (la Kosmos Space Flight Corporation), una compagnia di recente fondazione specializzata in motori per razzi e lanci spaziali. Georgij era stato determinante nell’acquisto da parte della sua compagnia di missili balistici intercontinentali dell’era sovietica; aveva guidato un progetto per riconvertirli in veicoli spaziali di sganciamento. La sua leadership militare, le idee audaci, il suo know-how tecnologico e l’acume politico si erano combinati per rendere la KSFC, alla fine degli anni Novanta, l’appaltatore principale delle operazioni russe di lancio spaziale.

Nel 1999 Michail Safronov, il padre di Georgij, in visita alla bella casa di suo figlio a Mosca poco dopo la prima invasione russa del Daghestan aveva fatto una serie di osservazioni sprezzanti sui musulmani del luogo. Quando il figlio gli aveva chiesto come potesse essere informato sui daghestani, o sugli islamici del Paese, Michail aveva senza volerlo accennato al fatto di essere stato una volta di guarnigione a Machačkala.

Georgij si era chiesto perché i suoi genitori non gli avessero mai parlato di quel periodo. Qualche settimana più tardi, aveva chiamato alcuni amici influenti della marina, i quali avevano scavato nei registri per fornirgli le date di servizio del padre nella flotta del Caspio.

Safronov si era recato subito a Machačkala, aveva trovato l’orfanotrofio e aveva saputo che i suoi veri genitori erano musulmani del Daghestan.

Georgij aveva appreso allora ciò che in seguito avrebbe detto di aver sempre saputo: non era come gli altri russi con cui era cresciuto.

Era musulmano.

In principio la rivelazione non aveva avuto un grande effetto sulla sua vita. La sua compagnia andava a gonfie vele e lui era del tutto concentrato sul lavoro, in particolare dopo che le missioni degli shuttle americani erano state interrotte a causa del disastro del Columbia nel febbraio 2003. La Kosmos Space Flight Corporation in quel momento si era trovata nella posizione perfetta per subentrare nei contratti degli americani. All’età di trentasei anni, Georgij era diventato il presidente della compagnia. Il suo talento, l’impegno, le conoscenze nell’aviazione russa, insieme alla sua forte personalità, avevano aiutato l’azienda a sfruttare pienamente quell’opportunità.

Dapprima il governo russo non aveva avuto interessi finanziari nella ditta, che era stata privatizzata con successo. Ma quando Safronov l’aveva letteralmente trasformata in una gallina dalle uova d’oro, il presidente russo e il suo entourage avevano avviato misure governative per accaparrarsela. Safronov li aveva incontrati di persona, presentando loro una controproposta. Avrebbe ceduto il trentotto per cento degli utili, con cui lo Stato avrebbe potuto fare ciò che desiderava, e avrebbe tenuto per sé il resto. Continuando a lavorare per il successo dell’azienda 365 giorni all’anno.

Georgij aveva avvertito i rappresentanti del presidente con cui aveva intavolato le trattative che, se il governo russo avesse voluto rendere l’impresa completamente statale, proprio come avveniva nei tempi andati, avrebbe dovuto aspettarsi gli stessi risultati di allora. Lui si sarebbe seduto alla scrivania a rigirarsi i pollici, oppure avrebbero potuto sbatterlo fuori e sostituirlo con qualche vecchio apparatčik del partito con il risultato, come aveva già dimostrato un secolo di storia, di mandare al diavolo gli affari nel giro di un anno.

Il presidente russo e i suoi uomini erano rimasti sconcertati. Il loro tentativo di estorsione era stato ripagato con una forma di… contro-estorsione. Alla fine avevano ceduto, Safronov aveva mantenuto il sessantadue per cento della proprietà e la KSFC aveva prosperato.

Un anno più tardi, alla Kosmos era stato conferito l’Ordine di Lenin come riconoscimento da parte di tutto il Paese, e lo stesso Safronov era stato insignito del titolo di eroe della Federazione Russa.

Mentre la sua fortuna oltrepassava i cento milioni di dollari, aveva investito in solide compagnie russe, informandosi a dovere su chi le amministrava. Aveva capito qual era la chiave del successo nel suo Paese d’adozione: gli uomini d’affari potevano anche alzare la testa ma la loro unica chance di mantenerla sulle spalle era mostrarsi amici del Cremlino. E per uno come lui era molto semplice distinguere chi fosse nelle grazie degli ex uomini del KGB ora al governo. Safronov si tutelò con tanta accortezza che, finché l’attuale leader e il suo staff fossero rimasti in carica, non avrebbe avuto alcun problema.

La sua tattica aveva funzionato. La sua ricchezza era stimata intorno al miliardo di dollari. Anche se non sarebbe mai stato inserito nella classifica di «Forbes», il suo capitale gli avrebbe consentito di fare tutto ciò che desiderava.

Ma in realtà il denaro non significava nulla.

Perché per lui era impossibile dimenticare che il suo nome non era Georgij e non era davvero russo.

Per Georgij Safronov tutto era cambiato il giorno del suo quarantaduesimo compleanno. Aveva viaggiato nella sua Lamborghini Reventón da Mosca a una delle sue dacie in campagna. Aveva portato il tachimetro a venti chilometri dalla velocità massima, raggiungendo quasi i trecento chilometri all’ora sul rettilineo.

Georgij non seppe mai se si fosse trattato di una macchia d’olio, di acqua o di una semplice mancanza di aderenza degli pneumatici posteriori. Aveva sentito slittare l’auto, aveva perso il controllo: era sicuro di essere spacciato. Nel mezzo secondo trascorso da quando aveva capito di essere a bordo di un veicolo fuori controllo fino al momento in cui la Lamborghini color argento si era ribaltata sulla strada, a Georgij non era scorsa davanti agli occhi la sua vita passata; aveva visto piuttosto un flash della vita che non aveva vissuto. La causa a cui aveva voltato le spalle. La rivoluzione a cui non aveva preso parte. Il suo potenziale rimasto inutilizzato.

La Lamborghini era uscita di strada, e nell’urto il collo della ballerina ventunenne seduta accanto a Safronov si spezzò. Per anni, Georgij fu certo di aver sentito quello schiocco nella cacofonia del metallo che si accartocciava e dei vetri che esplodevano.

L’imprenditore spaziale aveva trascorso mesi in ospedale con il suo Corano in russo nascosto tra i manuali tecnici. La sua fede era cresciuta, la sensazione di avere un posto in questo mondo e nell’altro si era rafforzata: aveva promesso a se stesso di cambiare vita.

Avrebbe rinunciato a tutto per diventare uno shahid, un martire della causa in cui credeva e per cui viveva, la causa della sua gente. Le Lamborghini, i jet, il potere, le donne non erano il paradiso, per quanto fossero inebrianti. Ma aveva capito che non c’era un vero futuro per la sua forma umana. No, il suo futuro, quello eterno, sarebbe stato nell’Aldilà e lui avrebbe fatto di tutto pur di conquistarselo.

Ma avrebbe venduto cara la pelle. Riconosceva di essere forse la maggiore risorsa della causa di una repubblica islamica nel Caucaso. Era una talpa nella società degli infedeli.

Quando si era ripreso, si era trasferito di nascosto in una semplice fattoria del Daghestan. Aveva condotto una vita del tutto austera, molto lontana da quella di prima dell’incidente. Aveva cercato Suleiman Murshidov, il leader spirituale della Jamaat Shariat, il gruppo di resistenti daghestani. In principio il vecchio era stato sospettoso, ma, essendo sorprendentemente furbo e intelligente, col tempo aveva iniziato a riconoscere l’utilità che avrebbe potuto avere Georgij Safronov.

Il ricco russo aveva devoluto tutto il suo denaro alla causa, ma il capo spirituale aveva rifiutato l’offerta. In realtà aveva proibito a Safronov qualsiasi atto di filantropia verso il Daghestan o il Caucaso. Il vecchio delle montagne aveva intuito che Georgij sarebbe stato il suo uomo all’interno dei corridoi del potere russi: non voleva mettere a rischio quel vantaggio. Non gli interessavano nuove scuole o ospedali, né qualsiasi altro beneficio per la sua causa.

Al contrario, Murshidov aveva dato istruzioni a Safronov di tornare a Mosca a sostenere la linea dura contro la repubblica. Per molti anni Georgij era stato nauseato dal dover restare insieme agli amici del suo padre adottivo a discutere di come reprimere le insurrezioni nel Caucaso. Ma quelli erano stati gli ordini. Aveva vissuto nella tana del lupo.

Fino al giorno in cui Murshidov l’aveva richiamato, richiedendo il suo aiuto e, inshallah, il suo martirio.

Safronov aveva obbedito. Era tornato ogni anno per brevi incontri in segreto con Suleiman; in una di quelle occasioni aveva chiesto di essere presentato al grande combattente Israpil Nabiyev. Il vecchio capo spirituale aveva proibito quell’incontro: ciò aveva fatto infuriare moltissimo Safronov.

Ma il saggio anziano aveva sempre avuto ragione, ora Georgij lo sapeva. Se Nabiyev lo avesse conosciuto o qualcuno gli avesse rivelato la presenza di una talpa negli alti ranghi delle operazioni spaziali private russe, Safronov sarebbe morto oppure sarebbe finito in prigione.

Era consapevole del fatto che aver insistito con Suleiman per essere presentato a Nabiyev l’anno precedente a Machačkala era stato un desiderio dettato dalla sua vanità. Ed era stata la mano di Allah, attraverso Suleiman, a impedire l’incontro.

Così Georgij Safronov si era tenuto a distanza dalla Jamaat Shariat. Era accaduto anche grazie al successo della sua compagnia nel corso degli anni, e ai suoi molteplici impegni di uomo d’affari a Mosca. La KSFC aveva tratto vantaggio dal declino degli shuttle statunitensi. I contratti della ditta erano aumentati, rendendola una delle più quotate nel campo dei lanci spaziali. Sì, anche altre compagnie lanciavano satelliti, provviste, uomini. Il Sojuz, il Proton, il Rokot, solo per citarne tre. Ma la fama di Safronov e del suo Dnepr-1 era incontrastata. Nel 2011, la ditta aveva mandato nello spazio più di venti razzi dalle piattaforme del cosmodromo di Baikonur, nella steppa pianeggiante ed erbosa del Kazakistan; i contratti del 2012 promettevano di superare persino quel risultato.

Era un uomo impegnato, certo, ma non tanto da non poter lasciare tutto per dirigersi a sud, sull’autostrada, quando aveva ricevuto il messaggio di Murshidov, «Abu Dagestani», il padre del Daghestan.

Georgij Safronov guardò il suo Rolex: sarebbe stato in perfetto orario. Dopo tutto, era un ingegnere aerospaziale. Odiava l’imprecisione.

Inizio


Il giorno del falco
titlepage.xhtml
tmp0_split_000.html
tmp0_split_001.html
tmp0_split_002.html
tmp0_split_003.html
tmp0_split_004.html
tmp0_split_005.html
tmp0_split_006.html
tmp0_split_007.html
tmp0_split_008.html
tmp0_split_009.html
tmp0_split_010.html
tmp0_split_011.html
tmp0_split_012.html
tmp0_split_013.html
tmp0_split_014.html
tmp0_split_015.html
tmp0_split_016.html
tmp0_split_017.html
tmp0_split_018.html
tmp0_split_019.html
tmp0_split_020.html
tmp0_split_021.html
tmp0_split_022.html
tmp0_split_023.html
tmp0_split_024.html
tmp0_split_025.html
tmp0_split_026.html
tmp0_split_027.html
tmp0_split_028.html
tmp0_split_029.html
tmp0_split_030.html
tmp0_split_031.html
tmp0_split_032.html
tmp0_split_033.html
tmp0_split_034.html
tmp0_split_035.html
tmp0_split_036.html
tmp0_split_037.html
tmp0_split_038.html
tmp0_split_039.html
tmp0_split_040.html
tmp0_split_041.html
tmp0_split_042.html
tmp0_split_043.html
tmp0_split_044.html
tmp0_split_045.html
tmp0_split_046.html
tmp0_split_047.html
tmp0_split_048.html
tmp0_split_049.html
tmp0_split_050.html
tmp0_split_051.html
tmp0_split_052.html
tmp0_split_053.html
tmp0_split_054.html
tmp0_split_055.html
tmp0_split_056.html
tmp0_split_057.html
tmp0_split_058.html
tmp0_split_059.html
tmp0_split_060.html
tmp0_split_061.html
tmp0_split_062.html
tmp0_split_063.html
tmp0_split_064.html
tmp0_split_065.html
tmp0_split_066.html
tmp0_split_067.html
tmp0_split_068.html
tmp0_split_069.html
tmp0_split_070.html
tmp0_split_071.html
tmp0_split_072.html
tmp0_split_073.html
tmp0_split_074.html
tmp0_split_075.html
tmp0_split_076.html
tmp0_split_077.html
tmp0_split_078.html
tmp0_split_079.html
tmp0_split_080.html
tmp0_split_081.html
tmp0_split_082.html
tmp0_split_083.html
tmp0_split_084.html
tmp0_split_085.html
tmp0_split_086.html
tmp0_split_087.html
tmp0_split_088.html