82

Jack percorse tre vicoli bui prima di riuscire a individuare il generale e la sua guardia del corpo. Rehan era ben allenato, come dimostrava la sua corsa e il modo in cui travolgeva i passanti durante la fuga. Sporadici gruppi di civili, carichi di beni familiari, si affrettavano in ogni parte della stazione, cercando di scappare dalla città in cui infuriava la battaglia. Rehan e il suo sgherro più giovane li oltrepassarono o li scansarono.

Jack si liberò dell’ingombrante fucile per tenere soltanto la Beretta. Si gettò all’inseguimento, perdendo e ritrovando di volta in volta Rehan in un labirinto di dépendance, magazzini e vagoni sconnessi su tutti i binari dell’affollata stazione.

Jack svoltò verso ovest; a parte la luce di una falce di luna era completamente buio. Corse tra due file di treni passeggeri fermi e in disuso. Non aveva percorso più di quindici metri quando avvertì dei movimenti di fronte a sé. Nel buio, un uomo solo si sporgeva tra due vagoni.

Jack sapeva cosa stava per accadere; si tuffò a terra, di testa, e rotolò su una spalla proprio mentre lo sparo di una pistola riecheggiava nell’aria. Mettendosi in ginocchio, rispose al fuoco due volte. Sentì un gemito e un rumore sordo, mentre la figura crollava al suolo.

Jack sparò all’uomo inerte una terza volta prima di avanzare, diffidente, per controllare il corpo.

Solo quando si avvicinò abbastanza da poter vedere il suo volto capì che si trattava della guardia del corpo e non del generale Rehan.

«Merda» esclamò Jack. Poi continuò a correre.

Avvistò Rehan in lontananza un istante più tardi, poi lo perse di nuovo mentre un lungo treno passeggeri si mosse lento e pesante di fronte a lui. Quando i vagoni si furono allontanati, vide il generale che correva a cento metri da lui, verso la stazione affollata.

Jack si fermò, alzò la Beretta e mirò alla figura lontana nel buio. Restò col dito sul grilletto. Sperare di colpirlo con una pistola a quella distanza era un’utopia, soprattutto con il fiatone. E se l’avesse mancato, il proiettile avrebbe potuto colpire un edificio con centinaia di civili.

Ryan abbassò la pistola e ricominciò a inseguirlo mentre i treni si avvicinavano in entrambe le direzioni.

Dominic Caruso e il capitano dell’ISI sopravvissuto sfondarono con un calcio una finestra chiusa da tavole sul lato sud del magazzino. Le assi di legno si sbriciolarono e i due si tuffarono subito fuori dalla linea di fuoco. Il capitano si sporse con il fucile e sparò diversi colpi di semiautomatica nell’edificio, ma Dominic abbandonò quell’ingresso facendo il giro del magazzino e trovando una porta di servizio in disuso. L’aprì con una spallata, scardinandola, facendola cadere sul pavimento.

In un istante, dal centro del magazzino piovvero colpi e scintille, mentre la polvere si alzava intorno a Dom. Si fiondò fuori dalla porta, ma non prima che un frammento di un proiettile rimbalzato sulla parete gli lacerasse il fianco destro.

Cadde sul cemento all’esterno, tenendosi la ferita che bruciava. «Figli di puttana!»

Si alzò piano, poi si guardò intorno per escogitare un altro modo di entrare nell’edificio.

Mohammed al Darkur prese un kalashnikov caduto a un militante di LeT morto accanto alla porta principale del magazzino. Svuotò un intero caricatore su un gruppo di uomini acquattati dietro a un’alta gru e una grossa cassa di legno quasi al centro della stanza. I suoi colpi la crivellarono; le schegge di legno volarono in ogni direzione.

Al Darkur girò il morto sulla schiena, gli prese un caricatore dalla tasca e lo infilò nell’arma. Poi si voltò e iniziò a sparare, stando più attento a dove mirava. Quella cassa poteva anche contenere l’ordigno nucleare: non sarebbe stata una buona idea fare fuoco sul congegno con un fucile d’assalto.

Aveva ucciso due terroristi di Lashkar, ma ce n’erano almeno altri tre. Risposero al fuoco su Mohammed, ma solo di tanto in tanto poiché erano presi di mira da altre due direzioni.

Il maggiore era preoccupato che lo scontro potesse protrarsi a lungo. Non aveva idea di quanto tempo fosse rimasto prima dell’esplosione della bomba, ma immaginava che se avesse indugiato acquattato in quel punto sia lui sia gran parte della città di Lahore sarebbero stati ridotti in cenere.

Il generale Riaz Rehan si issò sulla prima banchina affollata che trovò alla stazione centrale di Lahore dopo la lunga corsa. I passeggeri si stavano accalcando su un espresso per Multan, nel sud del Pakistan. Il generale tirò fuori le credenziali dell’ISI e si fece strada tra la moltitudine; mentre tentava di riprendere fiato gridò di essere in missione ufficiale e che dovevano lasciarlo passare.

Sapeva di avere soltanto venti minuti per uscire dalla città e allontanarsi dall’esplosione. Doveva salire su quel treno. E una volta a bordo si sarebbe assicurato che il conducente attraversasse Lahore senza fermarsi in altre stazioni.

Chiunque fossero i bastardi che l’avevano attaccato, di certo stavano ancora combattendo con la cellula di Lashkar-e Taiba nel magazzino; riusciva ancora a sentire il rumore dello scontro a fuoco. Aveva visto solo un paio di cecchini e avevano l’aspetto di poliziotti locali. Anche se fossero riusciti a sopraffare la cellula, era sicuro che nessun agente potesse essere in grado di disarmare la bomba.

Salì sul treno, spingendo e ansimando; si fece strada tra i passeggeri che occupavano l’intero corridoio. Doveva raggiungere la locomotiva, per far partire il treno immediatamente; avrebbe usato il distintivo, i pugni o la pistola, se fosse stato necessario.

Il convoglio iniziò a muoversi, ma era lentissimo; lo stesso Rehan andava più in fretta delle ruote sotto di lui, mentre si dirigeva verso il primo vagone. Diede un pugno a un uomo che si rifiutava di lasciarlo passare e spinse sua moglie sul sedile quando lei provò ad afferrarlo per un braccio.

Nel vagone più vicino alla locomotiva, trovò un po’ di spazio per correre, quindi arrivò al soffietto tra le due carrozze, con una porta che conduceva all’esterno e una al vagone successivo. Superò la porta aperta alla sua destra e vide la banchina scorrere via. Proprio in quel momento, un giovane bianco vestito da poliziotto saltò sul treno in movimento, sbattendo con la spalla contro la parete del piccolo corridoio tra le due carrozze. Guardò a destra e il generale pakistano gli puntò addosso la pistola, ma il ragazzo lo afferrò e lo inchiodò alla parete.

L’arma cadde sul pavimento.

Rehan si riprese in fretta, poi si lanciò contro l’assalitore, e i due si azzuffarono nel piccolo atrio del corridoio per trenta secondi prima di ricadere oltre la porta, nel vagone affollato. I civili cercarono di farsi da parte, nonostante lo spazio limitato. Molti gridarono, alcuni uomini riuscirono a respingere i due contendenti verso il vestibolo.

Lì continuarono a combattere. Ryan era più veloce, più in forma e meglio addestrato nel combattimento corpo a corpo, ma Rehan aveva una maggiore forza bruta e cercava di impedire all’avversario di sferrare dei colpi.

Stretto nella piccola scatola metallica del soffietto tra i due vagoni, Jack capì che non sarebbe riuscito a sopraffare l’uomo più grosso tanto presto. Non voleva neanche allontanarsi troppo dalla stazione ferroviaria, lasciando i suoi compagni a combattere disperatamente per impadronirsi dell’arma nucleare, per cui fece l’unica cosa a cui riuscì a pensare. Con un grido, raccolse tutte le sue forze, strinse le braccia intorno al generale, fece leva con i piedi sulla parete del treno e si spinse indietro con tutta la sua energia.

Rehan e Ryan caddero fuori dal convoglio. Si separarono quando colpirono il suolo con violenza, rotolando lungo il binario.

Il maggiore Mohammed al Darkur aveva abbandonato l’idea di entrare dalla porta principale del magazzino; la raffica di colpi era troppo fitta. Si mosse dunque sull’altro lato, dove trovò il capitano dell’ISI che ancora sparava attraverso una finestra aperta. Dal suono dei colpi, non dovevano esserci più di tre o quattro uomini acquattati dietro la gru, ma godevano di una buona copertura.

E poi all’improvviso la parte posteriore del magazzino, alle spalle delle guardie di LeT, esplose verso l’interno. Legno, pezzi di mortaio e mattoni schizzarono nella stanza dietro a un grosso autocarro che continuò a procedere attraverso la parete, fermandosi solo quando andò a schiantarsi. Mentre al Darkur guardava dalla finestra aperta, vide i militanti farsi da parte e aprire il fuoco sul veicolo, scaricando il piombo delle pallottole sul parabrezza.

Dominic comparve attraverso la nuova apertura nella parete posteriore. Mohammed cessò immediatamente il fuoco, poiché si ritrovò l’americano proprio di fronte. Il maggiore alzò una mano per ordinare al capitano di fare lo stesso.

Dominic intanto sparò più volte sulle guardie con il fucile della polizia G3. Erano in quattro: attaccarono a testa bassa ma furono colpiti e caddero al suolo mentre si avvicinava a loro, sparando con la grossa arma mentre procedeva.

«Mohammed?» gridò Dominic quando la sparatoria terminò.

«Sono qui!» rispose il maggiore. Al Darkur e il suo capitano lo raggiunsero nella grande sala. L’americano guardò la lunga cassa di legno, poi un militante ferito che giaceva accanto a essa. «Chiedigli se sa come disinnescarla» disse Caruso.

Mohammed lo fece, e l’uomo rispose. Al Darkur gli sparò alla fronte. Il maggiore spiegò il suo gesto con un’alzata di spalle. «Ha detto di no.»

La porzione dei binari dove si trovavano Ryan e Rehan era sul territorio della stazione centrale di Lahore. Intorno a loro, una montagna di detriti: pietre, spazzatura, pezzi di rotaie scardinate. I due fecero fatica a rimettersi in piedi dopo la violenta caduta dal treno, che ormai li aveva superati. Jack Ryan si chinò per prendere una grossa pietra, ma il generale glielo impedì sferrandogli un calcio. Ryan schivò il colpo, poi diede una spallata a Rehan, facendolo cadere a terra. I due lottarono nella polvere, tra le rocce e la spazzatura. Tornati in piedi, il pakistano si impadronì di un piccolo pezzo di ferro; mancò la faccia di Ryan solo di pochi centimetri.

Jack fece qualche passo indietro e si allontanò da Rehan, voltandosi per cercare qualcosa da usare come arma, ma Rehan si buttò su di lui travolgendolo alle spalle. Entrambi crollarono di nuovo al suolo. Jack emise un grugnito all’impatto; la sua tuta di Kevlar lo salvò da un vaso rotto che altrimenti lo avrebbe ferito in modo grave.

Rehan si portò in ginocchio. Jack era ancora a faccia in giù sotto di lui. Il generale afferrò un grosso mattone in mezzo alla spazzatura. Lo sollevò alto, sopra la testa di Ryan, preparandosi a fracassargli il cranio.

Jack diede uno strattone, facendo cadere l’uomo più alto accanto a lui.

Ryan allungò la mano, pronto ad afferrare qualsiasi cosa da usare come arma. Con la destra trovò un chiodo di ferro arrugginito delle rotaie. Lo prese, balzò sulle ginocchia, poi scattò in avanti, verso Rehan, che stava tentando di rimettersi in piedi.

Mentre saltava, Jack posizionò il grosso chiodo davanti alla sua tuta di Kevlar, premendone la testa contro il tessuto rigido, poi lo tenne fermo con la mano mentre atterrava sul nemico. Si schiantò su di lui con tutto il suo peso.

Lo spuntone arrugginito si conficcò nel petto del generale Riaz Rehan.

Jack si rotolò allontanandosi dall’uomo alto, rimettendosi in piedi a fatica.

Rehan si sedette, guardando il chiodo affondato nel suo torace, con un’espressione sconcertata.

Tentò di estrarlo. Era troppo debole. La mano gli ricadde lungo il fianco.

Ryan, con la faccia coperta di polvere e sangue, commentò: «Nigel Embling ti manda i suoi saluti».

«Americano? Sei americano?» chiese Rehan ancora seduto.

«Sì.»

L’espressione sorpresa di Rehan non scomparve dal suo volto. «Qualunque cosa pensi di aver ottenuto… hai fallito. Tra qualche minuto il califfo regnerà sul Pakistan…» Rehan si toccò le labbra con le dita e le guardò; erano coperte di sangue. Tossì e un denso fiotto di sangue sgorgò dalla sua bocca, mentre il giovane americano era in piedi di fronte a lui. «E morirai» concluse.

«Vivrò molto più a lungo di te, stronzo» ribatté Jack.

Rehan scosse la testa, poi si abbandonò sulla spalla destra; le palpebre rimasero aperte, ma gli occhi ruotarono all’indietro.

Ryan sentì le sirene della polizia; sembrava arrivassero dalla stazione, qualche centinaio di metri alle sue spalle. Lasciò il corpo del generale dove si trovava e iniziò a correre, attraversando i binari del treno, verso il magazzino.

Ryan tornò nell’edificio con la pistola spianata, ma la ripose quando vide suo cugino e al Darkur guardare all’interno di una grossa cassa da imballaggio. Dom teneva il telefono con una mano e una torcia con l’altra.

Ryan attirò l’attenzione di al Darkur. «Ascolta. Tra poco arriveranno una cinquantina di poliziotti. Potete intrattenerli e concederci un minuto?»

«D’accordo.» Mohammed e il capitano lasciarono il magazzino.

Jack si avvicinò a Dom. «Che si dice?» Mentre parlava, vide il timer rosso sul detonatore passare da 7:50 a 7:49.

«Ho scattato una foto all’ordigno e l’ho inviata a Clark. Con lui ci sono degli esperti: daranno un’occhiata e mi faranno sapere se finiremo arsi vivi.»

«Non è divertente.»

«Non stavo scherzando.»

«Stai bene?» Ryan vide il sangue sul retro dei pantaloni di Caruso.

«Mi hanno sparato nel sedere, credo. E Rehan?»

«È morto.»

Entrambi annuirono. In quel momento, l’esperto di armamenti canadese di Rainbow li raggiunse al telefono e spiegò a Caruso come resettare il timer: questo avrebbe interrotto il countdown.

Dom terminò l’operazione prima che scadessero i due minuti e quattro secondi restanti. Il timer si bloccò. I due uomini sospirarono di sollievo e si strinsero la mano.

Ryan aiutò Caruso a sedersi. Dom si appoggiò su un fianco per impedire che la ferita si sporcasse ulteriormente. Ryan si sistemò accanto a lui.

Venti minuti più tardi, era giunta sul posto l’unità dello SSG di al Darkur, insieme agli ingegneri della PAEC, che avrebbero reso l’arma inoffensiva.

Ryan e Caruso si erano già dileguati.

Inizio


Il giorno del falco
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