Il generale Riaz Rehan inviò un messaggio a tutte le organizzazioni sotto il suo controllo. Non alla leadership soltanto, ma a decine e decine di cellule singole. Le unità attive sul campo erano costituite da uomini disposti a tutto pur di onorare la causa. Trovò il tempo per comunicare con loro via mail, Skype e telefono satellitare, impartendo ordini per ciascuna operazione.
L’India era l’obiettivo. Il D-Day era giunto.
Gli attacchi iniziarono nel giro di qualche ora. Lungo il confine tra i due Paesi, e persino le ambasciate indiane e i consolati in Bangladesh furono attaccati.
Coloro che si chiedevano «Perché adesso?» ricevevano le risposte più disparate. Molti giornalisti internazionali incolpavano il neoeletto presidente Jack Ryan per il suo attacco verbale al debole governo pakistano, ma i meglio informati sapevano che la coordinazione necessaria per quel tipo di azioni implicava che fossero state pianificate da tempo, molto prima che Ryan promettesse di sostenere l’India se il Pakistan non avesse cessato di supportare il terrorismo.
La maggior parte delle persone inoltre era consapevole che era superfluo chiedersi: «Perché adesso?»; sebbene la portata del conflitto fosse aumentata nell’ultimo mese, la tensione durava da decenni.
L’operazione a cui Riaz Rehan aveva dato avvio nei mesi precedenti, a cominciare dall’attentato alla sopraelevata di Bangalore verso la Electronics City, gli era apparsa in sogno molti anni prima, nel maggio 1999. In quel periodo, l’India e il Pakistan erano nel bel mezzo di uno scontro al confine, comunemente noto come guerra di Kargil. Le forze pakistane avevano attraversato la linea di controllo tra le due nazioni, infuriavano piccole battaglie, e le granate d’artiglieria esplodevano all’interno dei confini di entrambi i Paesi.
Rehan organizzava le operazioni dei gruppi militanti in Kashmir. Aveva sentito voci, in seguito confermate, che il Pakistan stesse iniziando ad accumulare il suo arsenale nucleare. A quel punto i pakistani possedevano armi atomiche da più di un decennio, sebbene il primo test risalisse soltanto all’anno precedente. Possedevano quasi cento testate e bombe aria-terra, tutte disinnescate ma pronte per essere assemblate e schierate in caso di emergenza.
Quella notte, mentre dormiva in una ridotta di montagna a cavallo della linea di controllo, Rehan aveva sognato un grande falco sacro, un esemplare della specie Saker. L’animale gli aveva ordinato di far detonare le testate su entrambi i lati del confine, per far scoppiare una guerra nucleare totale tra le due nazioni. Aveva predisposto le armi lungo il confine e la guerra si era estesa alle città; dalle ceneri del fuoco radioattivo lo stesso Rehan era emerso come califfo, il leader del nuovo califfato del Pakistan.
Da quella notte, aveva pensato al falco e al califfato ogni singolo giorno. Non considerava il suo sogno come il frutto di una mente manipolatrice, che estraeva dati dal mondo reale e li intrecciava inconsciamente alla fantasia. No, per lui era stato un messaggio di Allah: ordini operativi, come quelli che avrebbero potuto impartirgli i vertici dell’ISI, gli stessi che lui avrebbe dato alle cellule sotto il suo controllo.
Ora, tredici anni più tardi, era pronto a mettere in pratica il suo piano. L’aveva chiamato operazione Saker, in onore del falco che lo aveva visitato in sogno.
Col tempo, si rese conto che sarebbe stato necessario apportare alcune modifiche. Innanzitutto l’India, possedendo molte più armi nucleari del Pakistan, nonché una migliore possibilità di usarle, avrebbe distrutto il Paese rivale se fosse scoppiata una vera guerra atomica. Inoltre, come aveva capito lo stesso Rehan, non era l’India a impedire che il Pakistan divenisse una reale teocrazia. No, l’ostacolo era proprio il Pakistan, o meglio i suoi laici.
Aveva deciso dunque di organizzare il furto di armi nucleari per rovesciare la debole leadership civile del suo Paese. La cittadinanza avrebbe accettato il governo militare, lo aveva fatto molte volte prima di allora, ma non se fosse risultato che l’ISI o l’esercito si erano impossessati delle armi per mettere in atto un colpo di Stato. Così Rehan aveva escogitato un piano per consegnare le armi a qualche gruppo di militanti islamisti fuori dal Pakistan, per non far sospettare che l’intera operazione fosse stata organizzata dall’interno.
Quando il governo fosse caduto, Rehan avrebbe preso il controllo e avrebbe epurato l’esercito dai laici, scatenando le sue forze contro i non integralisti all’interno della popolazione.
E lui sarebbe diventato il califfo. Chi altri, dopo tutto? Dopo anni in cui aveva seguito gli ordini di altri, si era trasformato in un potentissimo coordinatore tra tutte le organizzazioni che combattevano per conto degli islamisti nell’esercito. Senza Rehan, l’ISI non avrebbe potuto controllare Lashkar-e Taiba, non avrebbe avuto il supporto di Al-Qaeda, di cui beneficiava, né avrebbe avuto a sua disposizione un’altra ventina di gruppi; inoltre, i servizi segreti non avrebbero ricevuto il denaro e il sostegno dei benefattori personali del generale negli Stati del Golfo.
Riaz Rehan non era molto noto nel suo Paese, il suo non era decisamente un nome familiare, ma il ritorno nell’esercito e l’ascesa a direttore del dipartimento dell’ISI gli avevano fornito la base necessaria per guidare un colpo di Stato contro il governo laico, quando sarebbe giunto il momento. Avrebbe avuto dalla sua gli islamisti dell’esercito, poiché godeva del supporto di ben ventiquattro gruppi di mujaheddin, tra i più influenti del Paese. Il successo dell’ISI dipendeva da quella forza delegata, non coordinata, ma piuttosto potente; la leadership dell’ISI e dell’esercito aveva creato in Rehan un collegamento necessario tra sé e l’essenziale esercito di civili.
Rehan non era più un semplice intermediario. Con il suo lavoro, la raccolta di informazioni e la scaltrezza, il generale si era segretamente autoproclamato sovrano; l’operazione Saker era la strada che l’avrebbe condotto al suo legittimo trono.