5

Giovedì, ore 09.01

È successo tutto in un istante. Uno sparo e poi sono ripartiti. Quanto è durato il tragitto? Kylie ha perso il senso del tempo. Sette o otto minuti, forse, prima di svoltare in una strada secondaria, percorrere un lungo vialetto e fermarsi. La donna le ha scattato una foto ed è uscita a fare una telefonata. Probabilmente a sua mamma o a suo papà.

Kylie è sul sedile posteriore insieme all’uomo. Lui respira con affanno, impreca sottovoce, emette strani gemiti animaleschi.

È chiaro che sparare al poliziotto non faceva parte del piano, ed è piuttosto sconvolto.

Kylie sente la donna tornare verso la macchina.

«Fatto. Ha capito tutto e sa quello che deve fare», annuncia. «Adesso portala giù, intanto che nascondo la macchina.»

«Okay», ribatte l’uomo docilmente. «Devi scendere, Kylie. Aspetta che ti apro la portiera.»

«Dove mi portate?»

«Ti abbiamo preparato una stanza. Non preoccuparti», risponde l’uomo. «Finora ti sei comportata molto bene.»

Kylie sente l’uomo che si allunga su di lei e le slaccia la cintura. Il suo fiato ha un odore acre e repellente. La portiera accanto a lei si apre.

«Non toglierti la benda; ho una pistola puntata contro di te», dice la donna.

Kylie annuisce.

«Che cosa stai aspettando? Muoviti!» strilla isterica la donna.

Kylie mette le gambe fuori dalla macchina e fa per alzarsi.

«Occhio alla testa», dice l’uomo a bassa voce.

Kylie si alza lentamente. È attenta a ogni rumore, di traffico o altro, ma non sente niente. Né cani né uccelli né le onde familiari dell’Atlantico. Sono in un posto lontano dalla costa.

«Da questa parte», dice l’uomo. «Adesso ti prendo per il braccio e scendiamo le scale. Vedi di fare la brava. Non puoi andare da nessuna parte, ed entrambi siamo pronti a spararti. Hai capito?»

Lei annuisce.

«Hai capito?» insiste la donna.

«Sì», dice Kylie.

Sente il rumore di un catenaccio e di una porta che si apre.

«Attenta, le scale sono vecchie e un po’ ripide», la avverte l’uomo.

Kylie scende con cautela i gradini di legno mentre l’uomo la tiene per un gomito. Quando arriva in fondo, sente che il pavimento è di cemento. Le si gela il cuore. Non è come a casa sua, dove il pavimento della cantina è di terra battuta. Impossibile scavare una buca nel cemento.

«Da questa parte», dice l’uomo, facendole attraversare un locale. È un vero e proprio seminterrato. Il seminterrato di una casa di campagna, in mezzo al nulla.

Kylie pensa a sua madre e si lascia sfuggire un singhiozzo. Povera mamma. Proprio adesso che sta iniziando un nuovo lavoro, che per lei le cose cominciano a girare bene, dopo il tumore e il divorzio.

«Siediti qui», dice l’uomo. «Anzi, sdraiati, se vuoi. C’è un materasso sul pavimento.»

Kylie si siede sul materasso, su cui ci sono un lenzuolo e quello che sembra un sacco a pelo.

Sente un clic. La donna le sta scattando una foto. «Okay, vado su a mandarle questa e a controllare i messaggi su Wickr. Spero solo che non siano arrabbiati.»

«Non dirgli di quello che è successo. Digli che è andato tutto secondo i piani.»

«Lo so!» sbotta la donna.

«Andrà tutto bene», dice l’uomo, ma non suona molto convincente.

Kylie sente la donna salire di corsa i gradini di legno e chiudere la porta del seminterrato. Adesso è sola con l’uomo e ha paura.

«Puoi toglierti quella roba», le dice.

«Non voglio vederla in faccia», ribatte Kylie.

«Non preoccuparti, mi sono rimesso la maschera.»

Lei si toglie la mascherina. Lui è lì accanto, la pistola sempre in mano. Si è tolto il giaccone. Indossa jeans, un maglione nero, mocassini infangati. Un uomo corpulento di quaranta o cinquant’anni.

Il seminterrato è rettangolare, di circa sei metri per dieci. Su un lato ci sono due finestrelle quadrate sommerse di foglie. Un materasso sul pavimento di cemento e, accanto, una lampada. Hanno preparato un sacco a pelo, un secchio, carta igienica, una scatola di cartone, due bottiglie d’acqua. Il resto del locale è vuoto, tranne una vecchia stufa di ghisa contro una parete e un boiler in un angolo.

«Starai qui per qualche giorno. Finché tua madre non paga il riscatto e fa il resto. Cercheremo di non farti mancare niente. Sarai terrorizzata. Non riesco nemmeno a immaginare...» inizia a dire, ma ha un attacco di tosse. «Non siamo abituati a fare queste cose. Ci hanno costretto. Cerca di capirci.»

«Perché proprio me?»

«Te lo spiegherà tua madre quando tornerai da lei. Mia moglie non vuole che te ne parli.»

«Lei mi sembra più gentile. Non c’è proprio nessun modo per...?»

«No. Se cerchi di scappare ti... ti uccideremo. Ecco. Sai che siamo c-capaci di farlo. C’eri anche tu. Hai sentito. Quel poveraccio... mio Dio. Mettiti queste al polso sinistro», le dice dandole un paio di manette. «Abbastanza strette da non scappare, ma non troppo da bloccare la circolazione... Così. Un po’ più stretto. Fammi vedere.»

Le prende il polso, lo esamina e fa scattare una tacca dell’anello di metallo. Poi afferra l’altra estremità delle manette e l’assicura a una pesante catena di metallo che a sua volta fissa alla stufa con un lucchetto.

«È lunga più di due metri, quindi un po’ ti puoi muovere. Vedi cosa c’è sopra le scale? È una telecamera. Per tenerti d’occhio anche quando non siamo qui. La luce rimane sempre accesa. Quindi non fare idiozie, okay?»

«Okay.»

«Hai un sacco a pelo e un cuscino. Nella scatola trovi la roba per lavarti, altra carta igienica, biscotti e libri. Ti piace Harry Potter

«Sì.»

«Ti abbiamo preso tutta la serie. E altri più vecchi adatti a una ragazza della tua età. Fidati, sono un pro... Sono bei libri», taglia corto.

Sono un professore? Cosa stava per dire? si chiede Kylie. «Grazie», mormora. Sii gentile, pensa. Recita la parte della ragazzina spaventata che non si sogna neanche di creare problemi.

L’uomo si accovaccia accanto a lei, puntandole sempre addosso la pistola. «Siamo in mezzo ai boschi, lontani dalla strada principale. Urla finché vuoi, tanto è inutile. Ma se lo fai, ti vedrò e ti sentirò io, con la telecamera. E sarò costretto a scendere e metterti un bavaglio e ad ammanettarti le mani dietro la schiena. Hai capito?»

Kylie annuisce.

«Adesso svuota le tasche e dammi le scarpe.»

Lei svuota le tasche. Ci sono solo soldi. Non ha né temperino né cellulare. È caduto per terra a Plum Island.

L’uomo si alza e barcolla. «Gesù», dice tra sé, deglutendo rumorosamente. Si dirige verso le scale scuotendo la testa, come se fosse incredulo e allibito per quanto ha combinato.

Quando la porta del seminterrato si chiude, Kylie si stende sul materasso e sospira.

Ricomincia a piangere, finché esaurisce le lacrime, poi si mette seduta. Esamina le due bottiglie d’acqua. E se fosse avvelenata? I tappi sono intatti. Beve avidamente, ma a un certo punto si blocca.

E se quel tipo non tornasse più? Se quell’acqua dovesse bastarle per giorni, settimane?

Guarda nello scatolone. Due pacchetti di biscotti, una barretta di Snickers, un tubo di Pringles. Spazzolino, dentifricio, carta igienica, salviette e una quindicina di libri. E poi un taccuino, due matite e carte da gioco. Dando le spalle alla telecamera, cerca di usare la matita per far scattare la chiusura delle manette, ma ci rinuncia dopo dieci secondi. Ci vorrebbe una graffetta. Passa in rassegna i libri. Harry Potter, J.D. Salinger, Harper Lee, Herman Melville, Jane Austen. Eh già, deve essere proprio un professore di inglese.

Beve un altro sorso d’acqua, strappa un paio di fogli di carta igienica e si asciuga le lacrime.

Si stende di nuovo sul materasso. Si infila nel sacco a pelo e si accuccia dove pensa che la telecamera non possa vederla.

Lì si sente più sicura.

Se non la possono vedere, è già qualcosa. Un trucco da Daffy Duck. Se non ti vedono, non esisti.

Erano sinceri, quando dicevano di non voler farle del male? Si tende a credere alla gente finché non si viene smentiti dai fatti.

Ma quei due hanno già compiuto qualcosa di orribile.

Il poliziotto. Devono averlo ucciso. Per forza. Oh, Dio.

Al ricordo dello sparo, le viene l’impulso di gridare. Di gridare perché qualcuno venga a tirarla fuori da lì.

Aiuto, aiuto, aiuto! Apre la bocca, ma non esce nemmeno un suono.

Dio mio, Kylie, come può essere successo? Quante volte te l’avevano detto? Non salire sulla macchina di uno sconosciuto. Mai salire... Ce ne sono tante di ragazze che scompaiono, e quando succede è molto difficile che tornino indietro.

Ma non è sempre così. Per tante ragazze scomparse nel nulla, ce n’è qualcuna che torna a casa.

Elizabeth Smart. Ecco come si chiamava la ragazza mormone. In quell’intervista era tranquilla e composta. Aveva detto che non aveva mai smesso di sperare. Che la sua fede le aveva dato forza.

Ma Kylie non ha nessuna fede. Ovviamente è colpa dei suoi stupidi genitori.

Le sta venendo un attacco di claustrofobia.

Si sfila dal sacco a pelo, boccheggia in preda al panico, si guarda attorno un’altra volta.

Sarà vero che la stanno controllando?

All’inizio magari sì. Ma alle tre di notte? Forse può spostare quella stufa. Forse da qualche parte c’è un vecchio chiodo con cui aprire le manette. Aspetterà. Starà tranquilla e aspetterà. Fruga nella scatola e prende il taccuino.

Aiuto, sono prigioniera in un seminterrato, scrive, ma non c’è nessuno a cui dare quel messaggio.

Strappa il foglio e lo accartoccia.

Inizia un disegno. La tomba del visir Senenmut che ha visto nel libro sugli antichi egizi. Comincia a calmarsi. Disegna la luna e le stelle. Secondo gli egizi, l’aldilà era nelle stelle. Ma l’aldilà non esiste, vero? Ci crede la nonna, ma solo lei. È una cosa senza senso, vero? Se ti uccidono, muori ed è finita lì. E magari fra cent’anni ritrovano il tuo corpo in un bosco e nessuno ricorda più chi sei o che eri scomparsa.

Vieni cancellata dalla storia come un disegno da una lavagnetta magica.

«Mamma», sussurra. «Aiutami, ti prego.»

Ma sa che non verrà nessuno.

The chain - Edizione italiana
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