E lo sai, amore, il nuovo punto di vista per finire questa storia e per scegliere il tuo nome, potrebbe essere un’altra foto e gli occhi che ci sono dentro, sulla lapide d’un ragazzo caduto a Cefalonia.

Perché quando Marino è uscito di prigione, due anni e mezzo a Padova, è andato subito là.

E no, non sapeva che proprio quel giorno lo stavano commemorando anche gli altri, i fascisti che erano tornati e i pochi che non se n’erano mai andati, e così quando è entrato nel cimitero d’un paese di campagna ridotto in cocci dai bombardamenti, è stato accolto da un applauso lunghissimo, e lui li ha abbracciati tutti, Ettore Rocca, Rodolfo Maratini, gli sciancati dalle trincee e i monchi che sotto la neve di Stalingrado e delle steppe avevano lasciato un braccio o una gamba, e nessuno di loro, nemmeno con lo sguardo, l’ha rimproverato per la sua latitanza dal fronte, perché un fascista ingabbiato ha sofferto come e più d’uno sparato.

Ed Ettore gli dice: “Si ricomincia dal MSI, Almirante e Pace ti vogliono subito incontrare.” Ma Marino non sa chi siano, e dice: “Sì, vediamo, riorganizziamoci,” ma s’è spento qualcosa dentro di lui, e adesso non vede l’ora di andarsene, così come quando è tornato a casa non vedeva l’ora di lasciarla, per non subire le pressioni di Letizia che lo vuol far visitare subito da un medico, gli attacchi allo sterno sono sempre più forti, il respiro troppo spesso gli diventa faticoso e gli si ingolfa da qualche parte, in un ventricolo malandato del suo cuore, Fallo per Carlo che ha nove anni e per Marco che ne ha quattro, che non si ricordava nemmeno di te quando t’hanno rinchiuso; guarda come sono cresciuti, fallo per i tuoi figli almeno, loro hanno bisogno di te, di riprendere confidenza con il papà, non lo vedi, poverini, che hanno paura di venirti vicino, che stentano a riconoscerti, e allora fermati adesso, cambia testa e modo di vivere, basta con la politica, curati, Marino, curati.

Ma quando esce dal cimitero, vede Nina e Maria, in disparte, per non essere confuse con i nostalgici, e però anche loro sono vestite di nero, in lutto, e gli fanno una gran brutta impressione, Dio come siete invecchiate e come vi siete imbruttite, perché, perché siete così sfiorite? Maria un sorriso stretto glielo concede, Ma come, piccola, ti son cresciuti i baffi, eri così bella, perché ti stai lasciando andare, invece Nina lo evita proprio, non lo considera. E voilà, mi odia di nuovo, come dopo il confino comminato ad Almo, è colpa mia, è sempre tutta colpa mia se Ercole Ferraretto non è tornato e Maria resterà zitella.

Oppure, amore, il nuovo punto di vista potrebbe essere di Togliatti, sì, Palmiro in persona, che si presenta a Padova in occasione del grande comizio del PCI dopo la Liberazione, bello lui, elegantissimo, con giacca a quadri, camicia bianca e cravatta rossa d’ordinanza, e s’avvicina ad Almo, Ben trovato, compagno, e gli dà la mano e c’ha una mano impalpabile, c’ha un palmo vellutato il Palmiro, nemmeno il principe Giovannini aveva mani così intonse, lisce; non una ruga, un segno, una traccia di sgobbo e sofferenza.

E sfilano davanti al microfono quelli di Roma, Milano, Torino, e poi ci sono le testimonianze dei funzionari di periferia e Almo s’è preparato un bel discorso, nessuna autocelebrazione, per carità, solo ciò che ha capito, il contributo, così si chiama nel linguaggio rosso, che vorrebbe dare al partito, e un ricordo sentito, ma anche quello senza retorica, di Angelino Montato e di Cosimo Ferrigo, ci tiene, ci tiene molto a quel punto del suo intervento; parla Gino Cescon e parlano altre giacche, giacchette e cravattine che lui non hai mai sentito né visto, persino Tagliapietra prende la parola e lo spione cacasotto ha l’ardire di versare un paio di lacrime quando ricorda l’orrore dei soprusi fascisti che ha dovuto sopportare, e scroscia giù un applauso commosso, e lo Stalinaccio di Murano è proprio l’ultimo che contribuisce, E adesso, compagni, cantiamo tutti insieme Bandiera rossa e l’Internazionale e poi a casa.

Allora Ulisse Migliorini si alza e s’avvicina al segretario di Padova, Scusa, ma Almo Marinelli? Come si fa a saltarlo, a non farlo intervenire, dopo quello che ha passato? Ma tutti cantano che sembrano già ubriachi e Ulisse insiste, Due parole, almeno due parole, e il segretario mormora qualcosa all’orecchio del braccio destro che poi è quello sinistro di Togliatti, ma il mingherlino occhialuto fa una smorfia contrariata e gli risponde qualcosa sottovoce, poche parole il cui labiale Migliorini riesce però a leggere, una cosa tipo, No, è una testa calda, un provocatore quello là, è capace di contestare, di rovinarci la festa. Ulisse torna indietro e l’altro non gli dice, non gli chiede niente, e anzi canta insieme a tutti gli altri, come se non avesse subìto alcuna umiliazione, ma Ulisse invece no, non riesce proprio ad aggiungersi al coro dei leccaculi e dei padroni travestiti da operai, e allora gli fa, Oh, Almo, se ci sbrighiamo, all’Appiani c’è il Padova che gioca.

E lo sai, amore, ci sono anche gli occhi di un ragazzo che si chiama Giulio, e Giulio è un gran bel nome, che in una notte di marzo del ’51 esce piuttosto alticcio dal bar, e, in lontananza, all’imbocco di via della Madonna, vede un traffico di ragazzi e ragazze, una nuova parata di becchini tornati fuori dalle tombe, e si dirigono tutti verso il numero 7, dove c’è la sede del MSI, e a Giulio dentro gli viene un nervoso, una rabbia cieca di quelle con effetti letali quando si mischiano alla sbronza: perché da un lato hanno il potere di fartela passare, tanto da renderti all’improvviso lucidissimo, ma dall’altro te la aumentano, e così ogni freno inibitore e ogni calcolo sulle conseguenze delle tue azioni se ne vanno a puttane.

No, non è possibile, dopo quello che hanno passato mio padre e gli operai durante il ventennio, che la merda sia tornata a galleggiare serafica e tranquilla, che i figli dei fasci se ne gironzolino indisturbati per la città come se niente fosse; che si riuniscano a far festa e a far progetti di potere, no, non lo tollero, allora Giulio torna a casa, e nel giro di un’ora e nel buio della sua cantina costruisce una specie di molotov, un candelotto di chiodi, stracci e benzina infilati dentro un bottiglione di vino; poi sfreccia in via della Madonna e a bordo della sua Wolsit azzurra, una ruota sgonfia e nessun freno funzionante, gli tira ’no scoppio alla tana dei topi, ’na sventola alla casa delle carogne, che par d’essere tornati ai bei tempi del Pippo Salvatore, con il fuoco che s’appiccica ai legni delle case vicine, e un grandinar giù di vetri e schegge dappertutto; vengono fuori i residenti, chi mezzo nudo, chi in mutande e vestaglia e Giulio sparisce lontano e si volge fino all’ultimo per aver la soddisfazione di guardare almeno una faccia carbonizzata di qualche fascio giannizzero, ma no, dal numero 7 non vien fuori nessuno, perché i ragazzi che l’avevano fatto insustare, affiorano spaventati da tre palazzine più in là, dove erano stati invitati, in ossequioso vestito da sera, a festeggiare la laurea di Enrichetta Valandri, la prima figlia d’operai laureata in medicina con 110 ma senza lode, punteggio faticosamente stabilito dopo ore di mediazione al Sediamoci attorno a un tavolo dei baroni con i proletari.

E non è nemmeno l’alba che un uomo che ha solo cinquant’anni, ma sembra già vecchissimo per colpa dell’asma che se lo divora da un pezzo, bussa alla porta di Almo e lo implora, si mette a piangere, Il mio ragazzo, Giulio, ha fatto una stupidaggine, una bravata, aveva bevuto un po’ troppo, m’ha confessato che non voleva far del male a nessuno, si è già pentito, è un giovane tanto bravo, lavora da ammazzarsi alla cementeria, ma se me lo arrestano, come facciamo in casa, io non posso più lavorare, capisci Almo? non mi reggo più in piedi e c’ho l’altra figlia piccola che ha appena cominciato le magistrali, e cosa ci succede se le guardie si portano via il mio Giulio, come campiamo noi? e Almo lo ascolta in silenzio e sta già pensando a come fare, a come aiutare Luigi Comandini, a cui ha già dato una volta il suo cappotto quando s’era malato di broncopolmonite e voleva lavorare lo stesso, ma adesso serve una coperta, una coperta ben più ampia per coprire il fattaccio di Giulio, Vai a casa, Gigi, stai tranquillo, me ne occupo io.

E lui sa che la prima cosa da fare è prendere tempo, è depistare, portare le indagini a una rognosa complicanza, come dice il nuovo Sceriffo della città, siculo come il de cuius Aricò, il maresciallo Posimato, uno con lo sghiribizzo dell’investigazione moderna e accurata, del È troppo semplice per essere vero e Son finiti i tempi in cui i carabinieri o arrestavano il maggiordomo o il caso restava irrisolto.

Un tipo tignoso il Posimato, che non se ne perde uno dei nuovi film americani, e al cinematografo ci va sempre solo e si siede in prima fila, perché vuol avere la sensazione di esserci proprio dentro le immagini, e allora nei duelli western, si mette a fare i versacci d’un bambino, finge di prender la mira, di nascondersi, s’alza in piedi, È là dietro, occhio che ce l’hai dietro, un dimenamento nella sedia di legno, e fa proprio pata pum con la voce un attimo prima che il buono ammazzi il cattivo, E no, bello mio, gli ho sparato prima io, l’ho visto prima di te l’indiano nascosto sopra al tetto del saloon.

Così Almo scrive subito una lettera anonima, una roba delirante che lo diverte assai buttarla giù, dove il Battaglione Comunista Permanente per la Lotta Antifascista rivendica l’attentato in via della Madonna.

E Almo sa perfettamente che quel genio del Posimato non appena leggerà il foglio, si rivolgerà al suo attendente e gli ordinerà, Portami tutti i fascicoli dove c’è la firma dei rossi con cui avete avuto a che fare in questi anni, vediamo un po’ la scrittura.

E con la lente d’ingrandimento che ingrandisce sempre più la sua goduria, gli sovviene l’illuminazione, L’ha scritta Almo Marinelli, bella famiglia quella, delinquenti da una parte e dall’altra, gentaccia, forza, andiamo a fargli una visitina, e l’attendente prova a contrastarlo, Maresciallo, scusi, sentiamo prima i testimoni di via della Madonna, qualcuno c’ha telefonato per dirci che ha visto uno in bicicletta, ma Posimato taglia corto, È una falsa pista quella, appuntato mio, sempre la solita storia: quello in bici era il maggiordomo, mentre noi cerchiamo il paròn, dite così voi, vero? Il capo dobbiamo prendere.

E comincia la trafila degli interrogatori e delle perquisizioni, Su, Marinelli, tu sai chi è stato, diccelo, forza, o preferisci pensarci in galera? Non ti son bastati gli anni che hai fatto? Ne vuoi ancora, Marinelli? Ti manca tanto Gaeta?

Ma Almo nega tutto, la lettera, il Battaglione, il suo coprire qualcun altro, e il maresciallo perde la pazienza sul serio, e nel suo ufficio, gli rifila una pappina in piena faccia, gli sbraita, Non farò la fine di Aricò io; altro che otto metri, v’appendo per i coglioni alla punta dell’Everest, se non fate quel che vi dico.

Almo finisce sotto processo un’altra volta e, dopo ore di camera di consiglio del giudice socialista, che Siamo sempre stati moderati ma i comunisti c’han fatto un didietro così, e allora sia pure con moderazione, adesso li fottiamo noi; e opportunamente interpellati il questore e il prefetto, entrambi di ispirazione cattolica liberale, tutti e due fieri d’aver condannato i repubblichini alla fucilazione, E però li abbiamo accompagnati e abbiamo pregato assieme a loro fino all’ultimo; insomma, dal tavolo non dei contributi, ma delle consultazioni, come dice il nuovo vocabolario democristo, tutti si fanno il segno della croce, e però, diamine, uno in croce ci deve finire se no che ci segniamo a fare.

Almo Marinelli è colpevole: l’ha buttata lui la molotov.

Gli danno un anno e otto mesi di reclusione.

E vedi, amore, se te li racconto tutti questi sguardi diversi non è soltanto perché servano a me, ma perché anche loro li hanno cercati.

E ’sti fantasmi che ho lasciato sul cancello, offesi che non ti dico, adesso mi fanno un po’ pena; sfiniti dal carcere, dalla miseria, dai calci dei nemici e dall’indifferenza di quelli che, anche grazie a loro, hanno messo il culo al caldo d’un ufficio pubblico, d’una cattedra, d’una poltrona da parlamentare, i fratelli, poveracci, pur non reclamando niente, non volendo niente per sé, sarebbero tentati di raccontare ciò che hanno passato e anche l’umiliazione che stanno vivendo.

Ed è comprensibile che siano due cose molto difficili; soprattutto la seconda, perché se sei rimasto fermo al palo, ci fai la figura del coglione a dire che a quel palo t’hanno pure torturato.

Nel dubbio d’essere per l’appunto santi o coglioni, hanno cercato sponda in chi avevano intorno, ma la maledizione è continuata imperterrita.

Perché appena provavano a parlare, si trovavano dinanzi il Comandini di turno che chiedeva loro favori, interventi, sacrifici, ed entrambi i Marinelli – in questo caso, non c’è dubbio, coglioni e non si discute – pur di dimostrare che ancora contavano, che ancora un potere nei rispettivi greggi ce l’avevano, si prodigavano di nuovo, mettendo in gioco la pelle.

E anche gli amici di sempre, tipo Ettore Rocca o Ulisse Migliorini, stavano sempre lì a strattonarli, Dai che ricominciamo, Dai che tu sei il nostro punto di riferimento, Dai che ci riprendiamo il partito.

Ma quando nessuno ti ascolta, inevitabilmente, tu smetti di parlare.

Finiscono ai margini, precipitano piano piano, e Almo, funzionario del PCI con uno stipendio da fame, non fa altro che scrivere e cancellare; e Marino, avvocato che ha la brutta abitudine di farsi pagare le rare parcelle con un cappone o un pollo perché in fondo ha ancora l’animo del sindacalista, sprofonda nei libri e nei suoi appunti pesciolini; e anche se i partiti li trattano come roba vecchia e fallita, come scorie tossiche d’un recente passato da dimenticare in fretta, loro rimangono attaccati alla loro fede, un po’ perché, come ha detto Cocai, a quel punto ammettere di essere stati rinnegati dalla loro idea li avrebbe portati al suicidio, ma anche perché non trovano nessuno con cui interrogarsi, struggersi liberamente, fare il punto definitivo sul senso di quella stessa fede.

E giustamente tu mi chiederai: “Ma le famiglie, le madri, le mogli, che ci stanno a fare?”

Allora viene il 25 dicembre del ’53 e Adele ha riunito per pranzo tutta la famiglia e manca solo Orio che, dopo aver fatto l’artificiere in guerra, è emigrato in Argentina in cerca di fortuna lasciando qui una ragazza incinta e si spera solo una; ci sono le sorelle, Sergio che è diventato maresciallo dell’aeronautica, Faliero che è in mezzo al cinematografo e alla vendita dei film che tanto piacciono al maresciallo Posimato, e anche Almo, da poco uscito di galera.

Il cruccio di risolvere il problema dei fratelli coltelli è toccato naturalmente alla vecchia Cesira, perché se veniva uno di sicuro non poteva esserci l’altro, e Senta, Signora, sono figli suoi e se la veda un po’ lei, sbotta la governante, e allora Adele fa la cosa più semplice, sicura d’interpretare nel modo più giusto il comune sentimento comunista familiare: chiama Letizia e invita lei, i bambini e Marino per il caffè, Intorno alle due, cara, venite intorno alle due, perché sa che Almo per quell’ora sarà già bello che andato, deve averci una simpatia che vuol tenere nascosta, l’Almetto suo.

E in quel trattarsi con perfida affettazione, tipico d’ogni rapporto suocera-nuora, Letizia fa le dovute moine, Grazie, Adele, verremo di sicuro, Marino e i bimbi saranno contentissimi, ma appena mette giù il telefono, dice a suo marito, Vacci tu se vuoi, ché se non siamo degni di stare a tavola con la tua intelligentissima famiglia, non lo siamo neppure di prenderci il caffè, e lui prova ad alleggerire, Eh dai, fallo per i bambini, è sempre la loro nonna, e poi è una casa grande, ci sono anche i figli di Sergio, si divertiranno un mondo tra cugini, e lei, D’accordo, andiamo, ma a un patto; che a un certo punto io salgo sulla sedia e canto Faccetta nera, e detto da una che sotto sotto è sempre stata una socialista non è male.

Naturale che Marino ci vada da solo, e la giornata filerebbe via tranquilla tra una fetta di torta margherita, il caffè, il tè con i biscotti fatti in casa, se non che Adele a un certo punto chiede a Marino: Mi passi per cortesia il mestolo grande di legno? È nel terzo cassetto, e lui che ultimamente legge addirittura in francese, le risponde, Subito, mère!, le passa l’arnese, ma un secondo dopo se lo ritrova dritto in fronte; Adele gli ha rifilato una botta in testa, c’ha messo una forza e una precisione ’sta piccoletta che sembra ancora una bambola solo un po’ appassita, che nel salotto cala l’agghiaccio e il primogenito di Sergio esplode a piangere, e i figli e le figlie la guardano, ma soprattutto guardano Marino, pronti a fermarlo nel caso reagisca, ché l’istinto dello squadrista è sempre lì che dorme in un cantone, e invece le dice, apparentemente senza emozione, Non so cos’hai capito, ma ti ho chiamata madre in francese, tutto qui, e invece lei deve aver capito merda o qualcosa di simile, che è esattamente quello che adesso si sente e allora gli sussurra, Scusami, non so che mi è preso, con gli occhi bassi e un pianto nervoso mal trattenuto e Marino fa una carezza al bambino che piange, Era solo un gioco, stavamo giocando io e la nonna, e se ne va, e in quel suo averlo picchiato per un nonnulla c’è il grumo di rabbia e amore che lei ha covato dentro per anni, l’irresistibile attrazione e la razionale repulsione per Marino che dentro di lei da sempre combattono, la passione bruciante per un figlio che l’ha tradita ma anche per l’uomo che ogni volta riesce a sedurla, tante, troppe cose, e la madre si ritira in camera, e il Natale d’ognuno finisce lì, e poi Cesira entra senza bussare, e chiede a Adele, Ma ad Almo gliel’ha chiesto se era proprio necessario non invitare a pranzo Marino? E a Marino gliel’ha chiesto se gli dava così fastidio incontrare Almo?

E lei non le risponde, ma quando la porta si chiude, pensa che è vero, ha sempre dato per scontato tutto, non ha nemmeno provato a metterli insieme seduti allo stesso tavolo, e dai bellissimi occhi della bambola appassita vengono fuori tante lacrime, le lacrime d’una madre che si sente un fallimento, e no, amore, questi non sono gli occhi giusti per finire o per cominciare qualcosa.

E la simpatia nascosta di Almo è talmente clandestina che per molto tempo nemmeno quelli che lavorano e che frequentano la sezione del PCI s’accorgono di qualcosa.

Ma è là che lui ha conosciuto Iolanda e la prima volta che l’ha vista, è rimasto colpito dal suo profilo in controluce, un poco inclinato sulla macchina per scrivere, e dalle dita che battevano velocissime i tasti ma quasi senza far rumore.

Il suo corteggiamento per molti giorni è tutto nello spiarla da quella posizione, fuori dal piccolo ufficio, nell’insistere in una distanza che gli permette di intuire, senza essere scoperto, il viso attraverso uno specchio affisso dall’altra parte della stanza e che quando lei si stiracchia sulla sedia, riecheggia un boccolo dei capelli castani, un barlume del suo sguardo, vigile e concentrato sulla trascrizione dei documenti che parlano delle condizioni dei lavoratori nelle fabbriche.

Il primo amore non si scorda mai perché quando è il momento del secondo, un uomo può consapevolmente commettere gli stessi errori solo in modo più furbo e sottile, e allora anche l’interno spoglio della sede del PCI diventa la vetrina d’un negozio, e il corridoio, appena fuori, il marciapiede d’una piazza, dove Almo sosta a lungo prima di trovare il coraggio d’entrare.

E forse il suo rimandare la conoscenza, persino un semplice saluto, Buongiorno, con un sorriso gentile, è conseguenza anche della strana aria calvinista che sembra aver gelato ogni cosa dell’idea comunista, finalmente libera di espandersi dopo la caduta del regime.

Tutto un non si fa, non si deve, non si dice, non è bene, non è conveniente, ovunque un censurare comportamenti poco corretti, che nel linguaggio e nei gesti possano rivelare un eccesso di libertà, lo scardinamento smodato dei costumi conservatori e dei tabù cattolici, e allora, con calma, no alle accelerazioni distruttive, la rivoluzione delicata, la rivoluzione travestita, questo ci vuole, di modo che i borghesi e i padroni si ritrovino spazzati via dal proletariato al potere senza nemmeno accorgersene.

Sarà, ma il tempo passa e la rivoluzione a furia di travestirsi sembra averci preso gusto, sembra non volerselo togliere più di dosso l’abito di scena, e allora la timidezza di Almo è dovuta anche a questo, perché due compagni che amoreggiano nella Casa di Marx sono svergognati come due che si sfiorano nella Casa di Dio.

E alla fine è Iolanda che fa la prima mossa, che esce dalla vetrina e lo raggiunge in corridoio, gli dice, Buongiorno, compagno Marinelli, perché anche lei attraverso un brandello di specchio l’ha visto, e fin da subito ne ha avvertito il fascino, tutte le donne della sezione lo avvertono, si tratta d’un eroe, uno che ha visto l’inferno, uno che il Diavolo ce l’aveva in casa, che dal Diavolo è stato mandato in esilio, che il Diavolo l’ha fatto arrestare dopo il 25 aprile: una leggenda, insomma.

E cominciano le lunghe passeggiate insieme, e l’appuntamento è sempre in un’altra città, a Padova, per evitare gli occhi e il chiacchiericcio indiscreti, e tra le statue di Prato della Valle, e dal Bo fino in piazza Cavour, verso il Bassanello, sui ponti e gli argini dell’Adige, le manovre della seduzione per lui sono semplici, fluide, senza intoppi, come una specie di ricompensa al travaglio, ai tormenti patiti nella storia con Ginevra, e per Iolanda, invece, comincia l’inseguimento, un provare a dare la caccia al suo passato scivolandogli dentro la vita come una stagione, un sorso d’acqua, un raffreddore, che non te ne accorgi quando s’impossessano di te.

Non servirà, lui se ne accorgerà sempre un attimo prima e scapperà appena in tempo, e Iolanda ricomincerà daccapo, e una volta, in un cinema all’aperto, all’improvviso glielo dice, Io e te siamo perfetti, ed è vero perché loro possiedono ciò che è necessario per un matrimonio, e forse per qualunque cosa che duri nel tempo tra due che si sono incontrati da qualche parte; sì, ci vuole sempre uno che insegue e l’altro che, a sua volta, corre dietro a qualcos’altro, ma l’importante è che quel qualcos’altro non abbia un nome, rimanga segreto e misterioso, e poi succede che uno dei due si stanca e si ferma. E delle due l’una: o muore o fa un figlio.

Un finale niente male – per il cinema andrebbe da Dio e Posimato ci butterebbe anche un paio di lacrime – potrebbe essere in una calda giornata di luglio.

C’è una donna incinta che è appena andata a trovare la suocera in via della Salute, e deve affrettarsi per non perdere la corriera che la riporterà a Padova, esce dal cancello, attraversa la strada e le viene incontro un’altra donna, bionda, molto bella, con due marmocchi scalmanati che fan disperare lei e sballottare le borse della spesa di qua e di là, e le due donne si incrociano ma all’inizio solo quella incinta guarda l’altra, come se l’avesse riconosciuta, l’altra invece no, ma quando ormai sono di spalle, la bionda si ferma, come se avesse tardivamente realizzato, e non si volge ancora, resta lì a pensare, mentre i figli corrono avanti e se le suonano con le frasche d’un platano.

Poi Letizia si volta di scatto, Sì, è lei, è la moglie di Almo, forse l’ha vista in una foto del matrimonio che le ha mostrato Faliero, e incontra gli occhi di Iolanda, Tu devi essere la moglie di Marino, sei tu la ragazza che ho visto nel ritratto sopra il pianoforte a casa di Adele, e no, non si muovono, ma è la più grande, Letizia, che fissandole il pancione, le rivolge un sorriso bellissimo e rassegnato, un sorriso complice ma anche dolente, perché lei c’è già passata e ha più esperienza.

Se pensi che quando nascerà, lui scapperà di meno, ti sbagli. Se pensi che quando crescerà, tuo figlio riuscirà a prenderlo al posto tuo, ti sbagli. Se speri che sia femmina e che allora, sia l’una che l’altra cosa saranno più semplici, ti sbagli. Non accettano ricatti, loro. Da nessuno.

E Letizia le fa un cenno con il capo, Iolanda le risponde con un altro sorriso, Buongiorno, dice, quasi tra sé, e ognuna va in pace e per conto suo, e sì, amore, sarebbe bello chiudere la storia e aprire la tua vita dentro gli occhi di due donne a cui è bastato un silenzio piccolo piccolo per diventare amiche, per sentirsi vicine, ma sarebbe sbagliato, perché nessuna delle due, una volta a casa, trova il coraggio di dire al marito, Sai, m’è sembrato di aver visto la moglie di Almo fuori dalla casa di tua madre, sapevi che è incinta? Sai, mi pare d’aver incontrato Letizia e i tuoi nipoti, no, silenzio, ed è un silenzio reticente e persino un po’ codardo, per non svegliare i loro fantasmi, la colpa, la rabbia, l’antico dolore.

Lo racconteremo ai nostri figli, pensano tutte e due, Sì, racconteremo tutto a loro, e questo è l’errore madornale, imperdonabile che fanno le madri che guardano ai figli come al prolungamento del loro inseguire gli uomini, l’eterna ripartenza d’una corsa che loro prima o poi saranno costrette a interrompere. Ma quale prolungamento, quale eternità! per Almo e Marino, è l’esatto contrario: i figli saranno l’amputazione. Il loro oblio.

*

E li terranno sempre a distanza. Da ragazzi, da adulti, ma anche da piccoli.

E dedicheranno a loro ogni sforzo, gioiranno dei loro successi, si preoccuperanno per le malattie e gli sbandamenti, per le ribellioni e i momenti di debolezza, ma non accorceranno mai d’un centimetro quella distanza.

Libera si ricorda soprattutto delle sue mani grandi, d’un orsacchiotto bianco che è venuto fuori dalle sue dita ingiallite dalle sigarette, e si ricorda che d’inverno spesso tornava a casa a notte fonda pieno di fango fino ai capelli, e d’estate ancora più tardi e persino la sella della bicicletta brillava e colava dal sudore, perché Almo era delegato alle attività del partito nelle fabbriche del Polesine, volantinaggio, riunioni, scioperi, rapporti con i padroni e i sindacati, e da Padova a Contarina, tanto per dire, sono quasi due ore di macchina, ma guai a pesare sul partito, a farsi rimborsare spese che potevano essere utili alla lotta proletaria o, magari, a far su uno scatolone per la Befana comunista pieno di bambole per le figlie degli operai più poveri, e allora andata e ritorno pedalare.

Marino non conosce orari e i suoi clienti abituali son personcine che per Letizia fan parte di un’unica, grande famiglia, la Famiglia Pagherò, l’ha battezzata, ’na schiatta de morti de fame, cugini del camerata tal dei tali, amici degli amici di Nuccio Poeta, te lo ricordi il caro Nuccio? Quando ero in galera, Letizia, t’ha sempre fatto arrivare la legna per la stufa, le uova fresche, anche un maglione per Marco, che s’era buscato la bronchite, e allora devo stargli vicino al nipote suo, poveraccio, ché l’han messo in mezzo a ’sto pasticcio di macchine rubate, a questa truffa di cambiali e protesti, ma di sicuro è innocente, no, non può essere un ladro e un disonesto il nipote di Nuccio Poeta.

Ed erano dolcissimi con i figli, introversi ma simpatici, assenti ma buffi quando c’erano, poco inclini a imporre divieti, ordini tassativi, una grande libertà concedevano sempre, e fino a una certa età Libera gli s’addormentava sulla pancia e con le labbra sul collo, e fino a una certa età, Carlo gli si sedeva sulle ginocchia mentre Marino gli declamava Ezra Pound o La pioggia nel pineto, e dai loro padri hanno ricevuto una quantità considerevole di baci e carezze, eppure – è difficile per loro spiegarlo – di quelle attenzioni rimane l’eco d’una dolcezza lontana, sfumata, così come del senso e dell’odore dei loro corpi, perché anche nei gesti dell’affetto i padri erano trattenuti, si fermavano su una soglia invisibile, sempre un passo prima dell’accesso alla totale confidenza; e gli atti dell’amore erano sempre improntati a una sorta di autosterilizzazione, tipica di chi ha la peste addosso e non ti vuole contagiare.

Pochissime urla, rari rimproveri, nessuna punizione cattiva, e meno che meno una sberla, solo un picchiare con gli occhi, ma anche lì, crescendo, i figli hanno capito; non era tanto bontà d’animo, quanto il faticoso controllo d’un demone che, se lasciato libero, avrebbe potuto proferire insulti peggio delle frustate o botte irreparabili, se vengono da chi, per lungo tempo, ha fatto a pugni per ammazzare o evitare di farsi ammazzare.

Un giorno del 1961, che Marino stava sempre più male ed entrava e usciva dagli ospedali e in ufficio ormai non ci andava più, succede un mezzo disastro, Carlo e anche suo fratello Marco ormai sono grandi, e insomma l’avvocato Marinelli se ne va a fare quattro passi in centro, e Letizia gli raccomanda di comprarle le Muratti, e lui invece se ne dimentica, perché in via Cavour ha trovato Ettore Rocca e si son messi a parlare una buona mezz’ora, e allora Letizia scatena le bufere tipiche delle mogli che mandano giù mandano giù mandano giù e poi, quando meno te l’aspetti, per una cazzata, ti vomitano addosso anche i succhi gastrici di dieci anni prima, Per te ho rinunciato a tutto, guarda che vita, che sacrifici ho fatto, non mi compro un cappotto nuovo da tre anni, ero ricca io, ma va bene tutto pur di stare insieme, e cosa ti domando, cosa ti domando? Solo le sigarette, di comprarmi le sigarette, e niente, anche di questo ti dimentichi, perché son più importanti i tuoi amici barboni di me! e Marino ha poca energia e respiro per replicare, per alzare la voce, ci prova, ma non ce la fa, e si rimette il cappotto per uscire e andare dal tabacchino, ma lei lo ferma, Dove vai, dove vai, è freddo ormai, e tu non sei nelle condizioni, e allora il demone viene fuori dalla sua tana, Marino prende una sedia e con una botta secca tira giù il lampadario della cucina, e Letizia tira un urlo e scappa via terrorizzata, e i figli che sono di sopra scendono giù subito e lo trovano ancora in piedi, accasciato sul tavolo, con un fiatone che sembra averci pezzi del cuore scordato in bocca, e però sorride, e poi ride proprio, da solo come un matto, perché dopo un lurido aristopratico e suo padre comunista ci voleva una moglie rompicoglioni per farlo tornare ragazzo.

E lo sai, amore, ci sono due occhi che proprio non te li aspetti, a questo punto della storia.

È Giovanna, tua nonna, mia madre, che in quel mattino d’ottobre del 1964, se li trova dietro le spalle, all’improvviso, mentre sta facendo il letto e le pulizie nella grande casa di via Santo Stefano.

Sobbalza per lo spavento, e anche l’uomo misterioso che ha appena infilato la testa dentro la camera ha un controspauracchio niente male, tanto che gli cade il Borsalino dalla testa.

E subito s’affretta a scusarsi, a spiegarle, Ho suonato e qualcuno mi ha aperto, ma quando sono entrato non c’era nessuno al piano di sotto, ho chiamato a voce alta per annunciare la mia presenza, ma niente, e allora ho pensato di salir le scale. Sono un amico dell’avvocato Marinelli, onorato, signorina, mi chiamo Giuseppe.

E Giovanna gli porge la mano e lui gliela bacia in modo assai elegante, senza toccarle la pelle con le labbra, e anche lei si scusa, Deve averle aperto Cesira, avrà pensato che fosse uno dei figli che è tornato a casa, e così ha premuto il pulsante senza premurarsi di sapere chi stesse entrando e di sicuro sarà giù in cantina a sistemare, e poi, detto tra noi, è diventata un po’ sorda con l’età, io sono Giovanna, aiuto ogni tanto l’avvocato in studio, e no, non gli dice che in verità lei è la fidanzata del figlio, di Carlo, perché insomma, una che rammenda il letto di due che non sono ancora ufficialmente i suoi suoceri potrebbe dare un’immagine poco opportuna della famiglia.

Giuseppe però non si muove dalla soglia e guarda il letto in disordine, concentrato, come se cercasse qualcosa, e Giovanna, allora, gli dice che purtroppo l’avvocato non è in casa, e che non sa quando ritornerà, perché proprio quella notte ha avuto un altro attacco cardiaco, una crisi respiratoria che è venuta l’autoambulanza con tanto d’ossigeno a portarlo via, e che naturalmente anche Letizia è andata con lui, Mi dispiace tanto, dice l’uomo imponente, alto un metro e novanta, ma nel suo viso abbronzato sempre rivolto verso il letto affiora un sorriso strano, indecifrabile, e alla ragazza non piace per niente che uno sconosciuto se ne stia lì a fissare le cose intime di Marino e Letizia e che addirittura sorrida dopo aver saputo che l’amico che è venuto a trovare è stato ricoverato in ospedale.

Ma Giuseppe, come se avesse intuito il disagio di lei, esce da quella visione in cui s’era perduto e le dice, Mi deve scusare, io piombo qui in questa casa, addirittura in camera da letto... In verità, io non sono amico di Marino, ci siamo conosciuti solo per telefono, tanti anni fa, quando ero a capo della vigilanza in un posto qui vicino, dove c’erano degli ebrei, e l’avvocato Marinelli mi chiamava per avere informazioni su una famiglia di sua conoscenza. C’eravamo ripromessi di incontrarci di persona, ma poi è successo quello che è successo, mi hanno trasferito a Brescia, e sempre a Brescia m’hanno arrestato, perché, sa, signorina, io facevo parte di quelli dell’avvocato, del fascio insomma, e quando sono uscito dal carcere, tre anni mi sono fatto, sono tornato al paese mio, a Campobasso, e ho messo su famiglia, e sono stato davvero un maleducato poco fa a spiare dentro questa camera, e mi scuso, ma a un tratto mi è tornato in mente un vecchio passatempo, una cosa bellissima che facevo nella villa dove c’erano quelle persone, gli ebrei, voglio dire: lei penserà che sono un matto, ma quando loro si svegliavano e scendevano per lavarsi e fare colazione, io andavo nelle loro camere e piano piano ho cominciato a capire i letti, anzi, a leggere le lenzuola, anche le coperte e i cuscini, si capisce, ma quelli sono più misteriosi, meno sinceri, le lenzuola invece, dal modo in cui sono buttate, in cui sono arrotolate, a seconda della sponda da cui pendono, della distanza dal cuscino, dell’inclinazione che crea quella gobbetta lì, al centro, verso il basso, la vede? Sì, signorina, le lenzuola non mentono mai e te lo dicono subito se su un letto c’è stato amore, sonno tranquillo oppure un girarsi e rigirarsi tormentato, e le sembrerà incredibile, eppure nelle stanze di Villa Venier, anche in quelle occupate da uomini e donne avanti con l’età, io leggevo di continuo l’amore, perché nonostante le tribolazioni, la privazione della libertà, la paura e la spaventosa certezza di quello che stava per succedere, loro non hanno mai rinunciato, mai smesso d’amarsi, e Giuseppe s’interrompe e finalmente si sposta dalla porta, perché aumenterebbe ancora più l’imbarazzo della giovane ragazza se le dicesse che anche nelle lenzuola di Marino e Letizia lui ha letto l’amore, proprio nella notte in cui il cuore gli è ceduto un’altra volta, ma a questo era indirizzato il suo sorriso, a questa grandiosa follia dei corpi dentro altri corpi che se ne fottono del male.

Tornano giù e Giovanna, ancora un po’ turbata, gli vorrebbe offrire un caffè, ma lui s’è già rimesso il cappello, No, grazie, ho ancora qualche giro da fare prima di tornare a casa, potrebbe essere l’ultima volta che vengo da queste parti, sa, il viaggio è lungo e alla mia età guidare è sempre più faticoso, si ferma al centro dell’androne e guarda verso un sacco di stoffa che lui ha lasciato sulla panca di legno scuro al suo arrivo.

La invita a seguirlo, poi le sue mani grandi aprono delicatamente l’involucro, come si farebbe con un nido che potrebbe nascondere una fragilissima forma di vita.

E le spiega che quando sono arrivati i tedeschi a portar via gli ebrei, lui l’aveva nascosto, messo in salvo, l’aveva gelosamente custodito, fino a sentirlo suo, ma ultimamente, aveva pensato di non aver nessun diritto di tenerselo, perché, è vero, quel grammofono era stato per lui molto importante, gli ricordava che il Fascismo non è stato solo robaccia in mano a ladri e assassini, ma è stato anche uomini come lui e Marino, uomini buoni e giusti, e però, quello apparteneva all’avvocato Marinelli e a lui andava restituito, Funziona ancora perfettamente, sa? Oh, sì, l’avvocato sarà di sicuro contento quando tornerà dall’ospedale e lo troverà e anzi, signorina, dia retta a questo vecchio, gli faccia sapere che gliel’ho riportato; vedrà, Marino avrà un motivo in più per rimettersi presto.

Racanati fa un altro baciamano di commiato e prima d’andarsene sorride a Giovanna in modo molto gentile ma anche un po’ malandrino, come se avesse intuito che lei è molto più d’una semplice segreteria, e per me, amore, si potrebbe chiudere qui, e chiamarti con il suo nome, Giuseppe, perché mi sembra davvero poetico e stravagante quest’uomo, e poi il suo punto di vista è forse il migliore, ha partecipato a questa storia senza farne veramente parte, ha voluto bene a Marino senza averlo mai incontrato, forse è stato persino sollevato quel giorno d’ottobre quando ha saputo da Giovanna che lui non era in casa, perché in fondo la forza e la bellezza di Racanati, che ha tirato avanti fino a ottantasei anni e la morte l’ha colto mentre faceva l’arbitro sul prato di casa in una partita di calcetto tra i suoi sette nipoti, stanno proprio nella scaltra distanza di sicurezza che lui ha sempre mantenuto dai fantasmi e dal loro fanatismo.

E poi non sarebbe male, per te, rispondere a chi ti chiede, Perché t’hanno chiamato Giuseppe? Chi era? Un uomo che sapeva leggere le lenzuola. T’immagini che roba, che colpo per le donne soprattutto.

Ma purtroppo Almo e Marino, i tuoi avi, con tutto il rispetto per Adele, sono dei gran figli di buona donna, rivoluzionari, teppistacci, e anche dall’altra parte non sono cambiati per niente, e si sono staccati dal cancello della villa, ti dico la verità, un po’ me l’aspettavo il loro improvviso, estremo ritorno, porta pazienza, che ci vuoi fare, quelli vogliono aver sempre l’ultima parola.