Ultimo silenzio
4 maggio 1945
Ogni volta che sentono la chiave girare, Letizia e i figli, Carlo che ha sei anni e mezzo e Marco che ne ha quasi due, tirano un sospiro profondo, perché vuol dire che anche oggi è salvo, che non sono venuti a prenderlo. Ma lui le ha detto che è solo questione di un giorno o due, che ogni ora è buona, soprattutto di notte, perché da quando hanno appeso il Musso, Claretta, Pavolini e Farinacci, come maiali a dissanguare a piazzale Loreto, come pipistrelli dilaniati mentre dormivano a testa in giù, il popolo non ci credeva: Ma davvero si può? Sì che si può, possiamo scannare chi ci pare, sparargli anche se son già morti, pisciare sui cadaveri, buttargli addosso gli ortaggi come ai guitti in teatro, mettergli in mano i gagliardetti del Littore, e fargli una bella foto. Cheese, sorridete, carogne.
Marino non scappa, non va da nessuna parte, lui, anche se gli altri hanno tagliato la corda già da un pezzo, che non era ancora il 25 aprile; Massimo Valerio in Francia, Uto Corrè in Svizzera, Calcaterra e Calore in gita in Sud America, Menecacci non pervenuto ma venuto a ritirare tutto il grasso liquido dalle casseforti, Ferdi Baseggio mah, è un mistero, qualcuno dice su per i monti, per le Ardenne addirittura, ma va’, non s’è mai mosso da Padova, e chi lo tocca quello, s’è messo in affari nascosti con Gino Cescon, con i soldoni che gli ha dato per tener su la tipografia dove si stampavano solo cambiali scadute sta tranquillo il Ferdi, c’ha il salvacondotto dai rossi lui, il compagno Baseggio.
Che sia una minchiata o no ’sta questione assai tenebrosa del limonamento tra i due nemici, difficile dirlo, certo è che non passa giorno che la Brigata Cescon non ne combini una grossa.
Vendetta, tremenda vendetta; tanto per dire, sono andati a casa del maresciallo Aricò, l’hanno prelevato e portato al mare. E quello sbraitava, Lasciatemi, vi faccio arrestare, io, ma Gino gli ha sferrato un pugno in testa, sono arrivati in spiaggia, e c’erano degli altri ad aspettarli, e lì gli hanno fatto un processo. Anzi, gli hanno letto subito la sentenza, il Popolo Sovrano ti espropria della divisa che tu hai usato solo per compiacere i fasci e per ammazzare i compagni, e allora via, strappategli tutto, giacca, camicia, bottoni e fiamma d’ordinanza, e già che siamo il Popolo Sovranissimo ti espropria anche della testa, e allora l’hanno portato in piazza, con la Cesarina, il picciriddu e anche la gatta Gertrude costretti a guardare, a strillare, a svenire e a rinvenire a furia di calci e bacinelle d’acqua gelata, e hanno attaccato una corda d’attracco dei mercantili a un pennone di otto metri, oh issa, l’Aricò gli han fatto fare la verticale incaprettato per una caviglia, e oh issa, il maresciallo va su su, ’no stregotto siciliano ai tempi dell’Inquisizione sembra, e poi, zàcchete con la forbice, e il Benemerito cade a testa in giù e il professore d’italiano delle medie si fa il segno della croce e storpia il Bardo, Non pensavo potesse uscire tanto sangue da un vecchio. Non pensavo potesse uscire tanta roba grigia da un terroncello.
E così in tutto il Paese che gronda sangue come un melograno spremuto sulla sua terra rossa, che uno si domanda, Ma le fiumane di camerati che pendevano dal Mascellone, le fiumane degli A noi che siamo una cosa sola con il Duce Nostro, che fine hanno fatto? E d’accordo che manganello e olio di ricino erano una suadente maniera di convocare la folla in piazza e però dove son finiti tutti i piazzaroli?
E allora spiaccicati gli Aricò e i rappresentanti del vecchio Stato, gli sbandati si presentano dalle parti dei cumenda fascisti con davanti i carabinieri ma poi, chissà perché, quelli puntualmente si distraggono, c’hanno una “digressione poetica”, direbbe il nuovo sussidiario antifascista, e allora a prenderli ci vanno Cescon e discepoli e giù con le mazzate.
Nella fattispecie della città loro, la violenza è d’una ferocia e d’una quantità esagerate, e prende di mira, per la verità, la periferia dell’ex impero, gli Aricò per l’appunto, un funzionario del Genio civile, due attendenti di Valerio, e anche Ciccio Cusin, che lo spogliano e lo prendono a calci in culo finché non lo costringono a volar giù dal tetto della stalla e no, non muore, ma sdentato parecchio resta, e sciancato alla gamba destra per sempre.
Non sarà che tutta questa abbondanza di sangue sia un modo per coprire la comunella con il Baseggio? pensa Marino. Non sarà che la si butta in caciara, Spacco tutto e ammazzo tutti, di modo che nessuno, un giorno, possa rimproverare a Cescon d’essere stato troppo tenero, e d’esserlo stato per l’invischiamento in affari con Ferdi?
Adesso tocca a voi, Marino scende le scale e sorride, sì, adesso tocca a voi, con i ricatti dei preti, dei ricchi, delle maliarde, con la corruttela dei vecchi marpioni, con le pressioni delle famiglie e degli amici, tocca a voi, ragazzi miei, e fracassate più ossa che potete, io l’ho fatto e lo ricordo bene quel rumore, eccolo, fissatevelo in testa, perché quando si fracasseranno i vostri sogni di rivoluzione, quell’antico scricchiolio vi sembrerà lontanissimo, come un’ala di farfalla che si chiude.
È fuori dall’ufficio e li vede avvicinarsi dal ponte della Porta Vecchia.
Ombre magre e fiere, stracci unti di tutto, stracci d’eroi che non hanno paura, guarda l’orologio sul frontone, Potrebbero appendermi là sopra alla gigantesca punta delle lancette, sì, io farei così al posto loro, e però che strano, non ci sono i carabinieri davanti.
Lo raggiunge un ragazzo, avrà sì e no sedici anni e otto denti.
“Deve seguirci,” gli dice. Compìto, serio, come un soldato.
Marino non ha paura. Anzi, gli vien da sorridere, gli viene tenerezza. Come se si stesse guardando allo specchio, vent’anni prima.
Ma deve rispondere solenne; quel ragazzo merita solennità.
“Perché dovrei? Non vedo autorità, rappresentanti dello Stato tra di voi. Non siete nessuno, per me.”
Dal mezzo del branco, si stacca Ulisse Migliorini.
“Ti dobbiamo portare in caserma; dobbiamo consegnarti ai carabinieri,” gli dice.
“E se mi rifiutassi?” ha già capito, sì, ha già capito.
Ulisse fa tre passi, gli è così vicino da potergli respirare sugli occhi.
“Se ti rifiuti, prima Gino ammazza te. E poi Almo ammazza me.”
Sei tornato. Dove sei, dove ti sei nascosto, dai, lo so che sei da qualche parte, che non ti fidi e finché non mi mettono nella gattabuia che hai deciso tu, non mi molli; un attimo, solo un attimo, vieni fuori.
“Va bene, andiamo,” dice.
Cammina circondato dal branco e chi li vede attraversare la piazza e poi la statale mica capisce se quello che sta in mezzo sia un prigioniero o il capo, e anche chi lo riconosce di certo non sa che stanno per arrestare l’unico fascista espulso, della zona e forse della nazione, che non ha mai rinnovato la tessera.