Topi

1937-1938

E con Massimo Valerio a capo della segreteria tornano fuori tutti; risalgono gli argini e i tombini dove si erano nascosti, Ferdi Baseggio, Uto Corrè, Tito Menecacci, Augusto Calore, il Calcaterra e persino Ciccio Cusin.

Vengono su piano piano, come silenziosamente, quando stavano a galleggiare nei pozzi neri, hanno rosicchiato le grate delle fogne per non farsi sentire da chi là dentro li aveva buttati.

Calma, calma, ragazzi, non ripetiamo l’errore d’una volta che ha permesso a Marinelli di fotterci, ché quello mica è morto, ha ancora una pletora di muscoli giovanissimi che lo segue; per un po’ lasciamo che Massimo se la sbrighi da solo, che, dal Consorzio alla Camera di Commercio, dalla Banca all’Acquedotto, nomini facce nuove, facce da culo che del culo nostro però non devono puzzare; teniamo la testa bassa, per adesso, e a chi ci chiede qualcosa, petto in fuori e un virile sospiro profondo: “Siamo sempre a disposizione del fascio e della sua lotta; lo siamo sempre stati. Anche a fianco di chi ha provato a tapparci la bocca e buttarci fuori. Se il nuovo segretario avrà bisogno di noi, presenti!”

Per un po’ di mesi stanno a tramare lontano dal numero 7 di via della Madonna; poi, una volta pubblicato il Manifesto della Razza che apre di fatto la caccia all’ebreo, irrompono una volta per tutte.

Eh già, aspettavano il momento giusto per ricalcare la ribalta, e il momento è giusto quando il Benituccio Nostro gli chiede di fare i rastrellamenti piuttosto che gli intrallazzi; di tornare ad avere vent’anni, di fare gli squadroni della morte contro i bastardi capitalisti che aiutano i comunisti; e mica si capisce come uno possa essere capitalista, ricco sfondato, ebreo e pure marxista, ché una volta Ciccio Cusin, al Leon D’Oro, il dubbio l’ha sollevato, ma il Calcaterra gli ha subito chiuso la bocca.

Sei comunista tu? No. Sei ebreo tu? No. Sei ricco tu? Io no, ma tu sì, con tutta la terra che c’hai.

Cusin, non capisci un cazzo. Ricominciamo.

Son comunista io? No. Sono ebreo io? No. Dobbiamo espellere dalla Patria tutti i giudei che si fanno il capitale alle nostre spalle e che fan lingua in bocca con i comunisti; sì o no? Sì.

Attento, adesso: se non sono ebreo, né comunista, son ricco io?

Silenzio.

Tutti, al tavolo, han sospeso le forchette e i bicchieri e si son messi a fissarlo.

Meglio cambiar parola, se no facciamo mattina.

Cusin; son capitalista io? No.

È seguito uno scrosciante applauso e il lardoso minorato mentale s’è alzato in piedi, tutto rosso e accaldato, e ha fatto pure l’inchino, convinto d’averla spuntata; mica l’ha data vinta al Calcaterra, ha dovuto riformulare il Calca per aver la risposta che voleva.

E si gonfiano il culo a vicenda, ’sta manica di sorci flaccidi e zozzoni; siamo pronti all’Azione e alla Rivoluzione, altro che i balilla marinelliani, e allora si sono rapati a zero, sì, anche Ferdi Baseggio, via i diaspri e la ferraglia dalle dita e dal collo, camicia nera attillata con certe maniglie di carne dentro che basta che s’alzino un poco di scatto e subito s’ode un concerto per tonfi e ciccia.

E subito dopo Ferragosto, nella canicola della malora che incontrando il primo getto d’asfalto svapora su assetati miraggi come tra le dune negre d’Etiopia, anche loro, a bordo delle cabriolet e delle moto, sembrano apparizioni di corvi all’ingrasso e via, tra i colli e la città, le ville e le tenute, i mulini e i vigneti, a batter cassa e porte che per troppo tempo non gli hanno aperto più.

E ci finisce di mezzo l’inconsapevole Aricò.

Naturalmente, la strategia l’ha pianificata il Ferdi.

Lo sa, conte, quanto tengo a lei e alla sua famiglia; ma il maresciallo ha sul tavolo un rapporto che dice che la madre di sua moglie, la sua compianta suocera, ci avesse il sangue equivoco.

Caro principe, Aricò s’è messo in testa di fare come il prefetto Mori in Sicilia; quello ha sgominato i mafiosi e lui vuol passare alla storia per aver cancellato gli ebrei; ha un’ossessione che lo rende sordo e intrattabile, forse perché da terrone vuol dimostrare d’essere più ariano di noi. E così mi ha fatto sapere che nella vostra famiglia, principe mio bello, c’è una vena di ebreume che corre; un suo zio di terzo grado, che magari lei nemmeno ha mai conosciuto, ma che potrebbe essere motivo d’imbarazzo.

Il giro di ricatti e pagnotte, di pizzi ed estorsioni per chiudere un occhio e di rendite per diventare ciechi in eterno, ricomincia puntuale e il maresciallo se ne accorge tardi, e cioè quando la moglie Cesarina si busca un esaurimento nervoso che la chiude in casa un mese a piangere per la vergogna.

All’improvviso non le arrivano più gli inviti ai ricevimenti, ai compleanni, e le felicitanti partecipazioni a matrimoni e feste di laurea; insomma, si ritrova, di punto in bianco, fuori dalla crème, come il tuorlo d’un uovo marcio colpevole d’imputridire la torta.

E a metà settembre, la governante dei conti Malanesi, incontrandola nella bottega delle TreTrevi, che aspettava di pagare, le è passata davanti senza nemmeno guardarla in faccia, e rivolgendosi ad Anna Trevi, ha detto a voce alta: “Tocca a me; tanto la signora non scuce.”

Battuta niente male, bisogna ammetterlo, tanto più che il veleno viene sparso in una merceria.

Un imbarazzo, poverina la Cesarina, un rossore e un sudore, mentre dietro e intorno gli occhi delle altre la squadravano e la odiavano; è scappata fuori ed è andata dritta in caserma dove è scattato l’interrogatorio all’Aricò – il quale, più codardo che onesto – ha respinto ogni accusa.

Il maresciallo, già da un pezzo, rimpiange i tempi del duumvirato Marinelli-Rocca. Ragazzacci anche quelli, s’intenda, co’ ’na spocchia e ’na violenza, attaccabrighe che ti si aggrappavano ai testicoli se non facevi come dicevano loro, e però sempre meglio di ’sti rubatombe, di ’sti vecchi sciacalli che lucrano sul terrore e sul terrone.

Ha provato a parlare con il segretario Valerio, ma quello ha fatto spallucce, Che le devo dire, maresciallo caro, tenterò, sì, tenterò di capire la situazione, ma abbiamo altri problemi adesso, problemi ben più seri, con questo vento di guerra che soffia, e bla bla bla, che in certi uffici della sua struggente Messina in confronto sono chiari e diretti come i crucchi. Che in certi uffici della territudine usano meno giri di parole per dirti, Non fermo il delinquente perché il delinquente è d’accordo con me.

E allora, quando gli si mette contro anche il picciriddu, devoto a mamma sua che a quindici anni ancora gli versa l’acqua nel bicchiere pranzo e cena, e la gatta Gertrude, quando stacca dal lavoro, non gli regala più ’na fusa e gli lascia lo straccio sul sofà – Scàldateli da solo i piedi –, Aricò fa di tutto per incontrare Marino, ma Ettore Rocca e anche Ercole Ferraretto gli dicono che No, non è possibile, perché Marinelli è affaccendato, ha bisogno di star solo, e il maresciallo non protesta più di tanto perché, avendo tra le mani una come Letizia Leoni, tutti farebbero lo stesso.

E però, ragazzi, io ci ho prèscia: quanto dura ’sto affaccendamento solitario?

Dura abbastanza da consentirgli di prendere la laurea in legge e di diventare avvocato. E il tempo di dedicarsi all’amore per Letizia, nella mansarda di viale Fiume, dove i giorni d’autunno colgono i loro corpi accalcati tra le lenzuola, come le foglie sui marciapiedi.

Ed è un’oscillazione della passione, adesso vorace, ingorda del corpo e di ogni cosa di lei, che Letizia ha già imparato e a cui, con il tempo, sarà destinata a rassegnarsi: tutte le volte che l’amore per il Fascismo e la sua fede si affievoliranno, lui tornerà da sua moglie con impeto e dedizione assoluti; ma quando la politica avrà bisogno della sua forza e del suo impegno, allora Marino non s’accorgerà più del suo nuovo taglio di capelli, del loro anniversario, a volte nemmeno la saluterà per la strada.

E in quei mesi, Marino, espulso dal partito, non rinuncia mai a continuare la sua battaglia; almeno tre sere la settimana, esce e rincasa alle prime luci dell’alba, dopo aver presenziato alle riunioni con “i ragazzi”, come li chiama lui, che gli chiedono, incessantemente, di autorizzarli a qualcosa d’eclatante.

Dai, Marino, andiamo a prendercela di nuovo la sezione; tutti in via della Madonna, e se non sgomberano subito, mettiamo Valerio a testa in giù dalla finestra finché non sente che le scarpe ci scivolano dalle mani.

E va bene, Marino, se non ti va, facciamo una cosa a parte; fondiamo un movimento a parte: un Fascismo nuovo, che poi è quello delle origini che è stato tradito, e che costringerà il Paese a venirci dietro. In fondo, è quello che ci chiede anche Mussolini, talmente ostaggio dei suoi da non capirci più un cazzo di quello che sta succedendo al suo giocattolo.

Su, Marino, fai un “Manifesto”, anzi, no, non un “Manifesto” che se no ci danno subito dei comunisti. Butta giù un “Atto Ricostituente”, bello questo, no?

Dove distruggi Hitler, la Germania, e tiri la canna a questa merda crucca della superiorità della razza. Vuoi vedere che si trasferiscono qui tutti gli ebrei e noi diventiamo la sezione più ricca d’Italia? Vuoi vedere che diventiamo noi la capitale del fascio?

E lui, che ha ormai trent’anni, li ascolta con attenzione e gratitudine, Ettore Rocca, Ercole Ferraretto e anche questo nuovo ragazzo, Rodolfo Maratini, in grado di recitare il D’Annunzio più astruso a memoria.

Marino non dice né sì né no, rimanda ogni decisione, e un giorno pare pronto a mettere a ferro e fuoco la città e un altro invece li ammonisce di esprimersi in modo meno duro e offensivo nei confronti del segretario e di quella che è pur sempre la loro classe dirigente.

In verità, la sua incertezza è dettata, da un lato, dal desiderio di proteggere i ragazzi e il loro entusiasmo dalle vendette del regime; no, non se la sente proprio di fomentare la loro purissima burrasca, rischiando di mandarli sotto processo o peggio dentro un rastrellamento che spesso finisce in un’esecuzione sommaria.

Non vuole mettere altre madri, altri padri contro altri figli. Distruggere altre famiglie.

E dall’altro sa che queste adunanze spontanee, queste passeggiate all’aria aperta, che da viale Fiume finiscono nel piazzale dietro il Duomo, dove, vento o pioggia che sia, si improvvisano veri e propri comizi aperti con i camerati seduti per terra, sono arrivate all’orecchio dei banditelli riciclati, dell’Armiamoci e Marcite delle vecchia guardia sempre più in guardia.

Perché quelli hanno imparato la lezione, e stavolta non fanno muro contro muro, ma trattano, gli mandano messaggi concilianti, e addirittura Massimo Valerio scrive a Starace e gli dice che il ritiro della tessera a Marino Marinelli è una porcheria inaccettabile e che la sezione sarà costretta a prendere una posizione molto dura; sì, minaccia di portare la questione all’attenzione del Gran Consiglio del Fascismo. E chissà perché, in mezzo a tutti i problemi molto gravi, con ’sta aria di guerra che tira, come ha detto Valerio ad Aricò, la risposta di Starace arriva in un baleno e l’Achille ammette il suo tallone e l’errore, e pure Peppe Bottai manda una lettera a Marinelli: Vediamoci, camerata; suvvia, vuoi che non lo troviamo un modo per tornare insieme?

E vengono i giorni di Natale e del nuovo anno, e sono, in fondo, tempi che lui ricorderà per sempre come qualcosa di caldo e pacificato; un po’ come il nevischio che insiste fino a febbraio inoltrato, ma senza invadenza, giusto per rendere più ispirati gli innamorati, gli studenti e i bambini, e anche Marino è davvero felice.

Non ha più visto Almo da quando è tornato, e anche se gli abita a meno di mezzo chilometro in linea d’aria continua a frequentarlo muovendosi tra i quattro oggetti del silenzio che riempiono la sua mansarda.

E solo una volta gli è sembrato di vederlo, fuori dal negozio delle TreTrevi che da gennaio sono rimaste due perché con l’aria che tira hanno preferito spedire Ginevra da uno zio che abita lontano; giurerebbe che era lui, perché Marino ha riconosciuto il suo cappotto. Il cappotto fascista.

Ma il fatto che Almo non gliel’abbia reso, magari tramite Maria e Faliero, che della famiglia sono gli unici che con lui si fanno vivi, chiedendo nel contempo di restituirgli la sua zimarra verde, gli basta. Gli basta per sapere che anche Almo, in una stanza della nuova casa di via della Salute dove i Marinelli abitano, si è costruito un altro silenzio per fargli arrivare la sua voce.

E poi c’è il ragazzo con la cicatrice che lo tiene informato: Almo s’è rimesso, adesso pesa quasi sessanta chili, studia, legge, scrive e ancor più cancella come sempre, ma esce poco.

Gino Cescon e Ulisse Migliorini lo vanno a trovare spesso e portano al seguito altri ragazzi di cui il fascio non è fiero.

Ma sono sempre gli amici a parlare, a fare progetti e nuovi abbozzi di rivoluzione; il più scatenato è Cescon. Come se avesse qualcosa dentro, di sicuro la colpa per il fatto che Almo sia stato perseguito dai fasci e lui no.

Anche Angelino Montato e Cosimo Ferrigo, si capisce, ma quelli sono morti e, tranne che sotto forma di incubi, mica possono ogni giorno ricordargli che fin lì non gli è successo niente. In fondo, un comunista indenne e incolume non è un vero e proprio comunista; al massimo, un inoffensivo socialista.

Cescon ha una violenza, una rabbia dentro. Forse vengono fuori le antiche divisioni tra lui e Almo, o forse quella colpa è talmente insopportabile da tramutarsi in odio per il compagno che tutti dicono abbia pagato anche al posto suo; sta di fatto che più di qualche volta, Adele ha dovuto metterlo alla porta.

Ma va bene così, non c’è pericolo imminente, perché proprio in quei mesi Marino capisce che lì e in tutta Italia si fanno meglio i cazzi propri quando fai parte sì del potere, ma ne rappresenti il motivo critico; come nel suo caso.

Non ha più titoli, ma, nello spauracchio che possa riprenderseli, Baseggio e Baseggianti si guardano bene dall’attentare alla pace sua e della sua famiglia.

E ci manca il colpo di grazia, d’una grazia infinita, in un giorno di primavera, quando Letizia entra nella mansarda, rimane sulla porta, non gli dice niente e gli parla con un sorriso.

Il sorriso che hanno le donne in quel preciso momento che un po’ ti chiedono scusa e molto ti dicono, Sono nata per questo.

E voilà, Marino capisce che le famiglie diventeranno due.