Terra

6 novembre 1935

“Questa è la linea,” gli dice Marino e si accende una sigaretta con quella che ha appena spento.

“La tua linea,” precisa Massimo Valerio abbassando lo sguardo.

“Questa è la linea!” urla Marino all’improvviso, e sbatte il pugno sul tavolo.

Oltre la porta chiusa si spengono le voci stanche dei soliti questuanti senza appuntamento che fanno anticamera fin dal mattino pur di parlare con il segretario.

“Lo so cosa pensi; e cosa pensano i tuoi,” Marino abbassa la voce, ma diminuisce solo il volume. Non l’irritazione.

“I tuoi? Ogni volta mi dici: ‘I tuoi.’ Ma chi sono ’sti ‘miei’?” commenta sarcastico Valerio.

“Quelli che vorrebbero ridurre il partito a un mercato delle pulci. Quelli che hanno scambiato la tessera del Fascismo per una cambiale da far pagare al popolo. Ecco chi sono i tuoi.”

“Sono accuse molto gravi. Ricordati che sono pur sempre il vice segretario della sezione,” Valerio si alza in piedi e arretra.

“Ci state riuscendo da tante, da troppe parti a distruggerlo il partito; ma non qui. Non finché ci sono io!” strilla di nuovo Marino, e forse gridare gli serve per tener a bada l’istinto di prendere la pelata vigliacca di Valerio e sfracellarla contro il muro.

“Ma non ti rendi conto di cos’è diventato questo posto da quando lo governi tu? Un refettorio, è diventato. Un ritrovo per disperati, per accattoni; gente che viene qui solo per avere un sussidio, per lamentarsi, per sputtanare ‘i padroni’! Non fai più il sindacalista, Marino. Sei il nostro segretario.”

“La prima Festa del Lavoro intitolata alle operaie della SAFFA si farà. Al Gabinetto di Lettura. Nella data che è stata stabilita,” dice secco Marinelli.

“Almeno cambia il posto; falla da un’altra parte. Ho parlato con il podestà e Bonaldo metterebbe a disposizione...”

“Per caso, il tuo segretario ti ha autorizzato a parlare con il nostro podestà?” lo interrompe e si alza in piedi.

“Lo sai chi mi sembri?” Valerio si fa trasportare dalla furia; ma quando vede l’altro avanzare lento e minaccioso, subito si pente.

Adesso si tratta di non far trapelare la paura. Rimane fermo al centro dell’ufficio.

“Chi ti sembro?” Marinelli ha già superato la scrivania. Non c’è più niente che li divida.

“Tuo...” vorrebbe finire. Il terrore però, assieme a un rapidissimo calcolo di opportunità politica, lo blocca.

“Tuo?” Marino gli è ormai a un soffio.

“Un nostro nemico,” le parole gli escono fuori come strattonate dall’accelerazione del battito cardiaco.

Ma è come se gliel’avesse detto. E se lui l’avesse sentito. Fratello. Tuo fratello.

“Meglio che vada, adesso,” Valerio indietreggia senza voltare le spalle.

“Sì, è meglio,” Marino non gli toglie gli occhi di dosso. “Il popolo aspetta di parlare con me già da troppo.”

Valerio ha una mano sulla maniglia. Sta per uscire.

“Quando tutto sarà finito, perché finirà, Marino; finirà per me e anche per te,” da quando è costretto a frequentarlo, è la prima volta forse che gli parla sinceramente, senza un doppio fine, “il tuo caro popolo sputerà sulla terra in cui sei caduto.”

“Può darsi,” gli risponde lui con un sorriso. “Ma di certo non sarà una terra intestata a te.”