Secondo silenzio
Roma, 18 dicembre 1935
Galeazzo ha la faccia del gatto che s’è sgraffignato il topo, la faccia del regista che in un colpo solo s’è fottuto produttore, prima attrice e pubblico di mezzo mondo.
Si gusta la scena di quel filare immenso di donne che salgono i gradoni dell’Altare e cedono la fede alla Patria.
E dalla regina alla gerarchessa der bucio de culo, dalla pescivendola cornuta alla baronessa con il barone castrato, dalle popolane delle borgate che da una parte vedono il mare e dall’altra le galere, fino alle borghesi che se fanno spalmizzare il mascara dal soffio der Ponentino sul Pincio e il Gianicolo con vista sur Cupolone, insomma, non ce n’è una che, tacchi e culo impettiti, non salga su per la Macchina da Scrivere a sacrificare la fede per i soldati che hanno fatto dell’Etiopia la sposa bambina dell’Italia, o meglio, la sorellastra negretta ma non più negletta.
E tutto quello sfilamento di vere che scorticano la pelle incancrenita – si sa, le mani di molte donne con il tempo si gonfiano – fa un baccano vero e proprio fino a largo Argentina; come se da ogni truccheria di Roma, da ogni specchiera accanto all’alcova dove le femmine si fanno e si disfano tutti i santi giorni, cadesse su altrettanti lavabi un diluvio universale di forcine; tin tin, tin tin, tin tin, ’na pioggia de campanelle che i pupi, là sotto, pensano che dalle ceste dove finiscono gli anelli, abracadabra pirimpupam, il Duce Mago faccia venir fuori un esercito di conigli e di pacchi infiocchettati da menar subito sotto l’alberello.
“Lo senti? Oh, lo senti?” fa in orgasmo Galeazzo Ciano a Ettore Rocca, ma subito storce il naso e un ciuffo impomatato gli cade giù sulla fronte. “Co ’ste cazzo d’orchestrine che ci mette sempre mio suocero! Silenzio, Duce mio, ci vuole silenzio! Il rumore dei tacchi, le preghiere di tutte ’ste fiche che nessuno al mondo le ha così belle, e il tintinnare dell’oro... Questa è la vera musica che spacca il culo e le orecchie delle nazioni che si sono unite contro di noi; di ’sti luridi che si nascondono dietro ai negretti per aver la scusa d’abbassarci le ali.”
E in effetti, oggi più che mai, bisognerebbe silenziarlo il solito casino fascista di cappelli spompati dentro le fanfare, bande con i tamburelli, persino una rappresentanza dei pompieri che sbattono piatti d’ottone; e c’ha ragione il Genero del Degenero, come l’hanno soprannominato i comunisti di Riccione: questa è la prima grande funzione religiosa della fede fascista; ci vuole una solenne scodazzata d’organo, non un gracchiar di trombette. E d’accordo, la reazione della patria che se ne sbatte degli altri, delle sanzioni degli inglesi e dei francesi prima colonialisti e poi pacifisti, deve essere allegra, per carità, mica s’invoca la cupezza d’un funerale, e però una certa solennità, e che cazzo, Duce mio, una certa compostezza che per una volta non ceda alla sagra, al tanfo der cacio e pepe, che permetta di raccontarlo un po’ diverso e più serio ’sto popolo che marcia sempre scalzo e seduto, con i piedi sotto la tavola dei bucatini.
E invece niente, ’na matriciana di pennacchi e pellicce, una dodecafonia di strimpellamenti e strombazzamenti che è una cacofonia, anzi ’na cafonata e basta.
“Vigo! Vigo!” urla Galeazzo allo scagnozzo Vigorelli che sta a capo del servizio d’ordine. E quando quello si gira, Ciano non ha bisogno di parlare; gli fa una faccia e allarga due braccia per dirgli: “Ma come si fa? Ma come si fa?” e l’altro scuote il testone e gli risponde: “Mettetevi d’accordo te e Starace.”
Oddio, a essere sinceri c’è un altro suono assai netto che s’accompagna all’oro che cade nella Bocca della Verità del regime, ed è il coro sempre più percepibile dei sospiri delle donne che si sfedizzano; sì, perché in cima alla Macchina da Scrivere riverbera un ahhhh, un esausto ed eccitato mormorio di liberazione che provoca un dubbio tremendo: la causa di ’sto immenso piacere è la felicità dell’amor patrio o la voluttà sottile di potersi finalmente sciogliere dal vincolo con i mariti fascisti?
Meglio non saperlo e ben venga, in questo caso, la baraonda di Starace che copre quel miagolare di gattacce in calore.
“Dov’è Marinelli?” gli chiede a un tratto Galeazzo.
“Nell’ufficio del partito; con il governatore Bottai. Che mi ha chiesto di venire a chiamarla.”
“Chiamarla?” gli chiede Ciano con un sorriso furbo.
“Sì,” Ettore non capisce e s’imbarazza.
“Bello mio, mi raccomando,” comincia a camminare verso il Palazzo dei Bottoni Neri. “Se per caso c’è anche Starace, che non ti scappi un ‘Chiamarla’ o qualunque altra parola che mi dia del ‘Lei’. Il nuovo vocabolario fascista di Starace impone il ‘Voi’. Sempre e solo il ‘Voi’. Chiaro?”
“Chiaro, signore.”
Galeazzo si ferma in mezzo a piazza Venezia.
“Signore o signori? Com’è corretto?” s’interroga tra sé e ride che è un piacere. “Glielo devo chiedere, ad Achille. Se mi danno del ‘Voi’, io sono uno o sono tanti?”
“Gli hai già spiegato, Peppe?” chiede Galeazzo a Bottai prendendo posto nella poltroncina di velluto nero.
“Non ancora; io e Marinelli abbiamo avuto giusto il tempo di conoscerci,” gli risponde il governatore dietro la scrivania.
“Dov’è Ettore?” Marino, seduto in mezzo ai due, si rivolge a Bottai.
“Rocca è rimasto a godersi lo spettacolo,” gli risponde Ciano con un sorriso leggero. Che significa: Gli ho ordinato di restare fuori.
“Dunque, segretario Marinelli,” continua suadente, volutamente conciliante. “Inutile dirti che contro di te ci arrivano, ogni settimana, proteste da ogni parte.”
“Da tre parti, per la precisione,” lo interrompe subito Bottai. “Possidenti, nobili e vescovi. Anzi, mi correggo. Da una parte sola: visto che quelli sono lo stesso letame.”
“Peppe, per cortesia, non ti ci mettere anche tu,” gli fa affettuosamente Ciano accendendosi una sigaretta. “Devi aiutarmi a far capire al camerata Marinelli la linea da seguire.”
“Perché? È cambiata?” Marino guarda Galeazzo con due occhi da cui esce una tale smaccata stupefazione che non ci sono dubbi: lo sta provocando, lo sta proprio prendendo per il culo.
“Sì; un poco sì,” gli risponde, tendendosi in avanti. E rimane a fissarlo serio, come per dirgli: Non giocare con me.
“Un poco, quanto?” Marinelli si sforza subito d’apparire più permeabile e disponibile. “Non devo più considerare il Fascismo come rivoluzione permanente?”
“Se per rivoluzione permanente intendi far la guerra all’associazionismo cattolico, predicando l’ateismo radicale, continuare con le spedizioni contro i ricchi, mettendo nella testa dei giovani che si debba espropriare la proprietà fondiaria per darla ai poveri, allora sì: quella roba lì è finita.”
Peggiore inizio non poteva esserci. Bottai lo capisce e subito s’inserisce.
“Quello che Galeazzo vuol dire...”
“Quello che voglio dire, l’ho appena detto,” lo interrompe stizzito Ciano.
“Adesso sono io che ti dico: ‘Galeazzo, non ti ci mettere anche tu,’” reagisce il governatore senza timore.
“Insomma, segretario,” continua Bottai, che si alza in piedi e gli parla di spalle, mirando, dalla finestra, la processione sempre più folta delle donne sull’Altare della Devozione. “Non stiamo attraversando un momento facile. La guerra in Africa ci ha messo contro tutti; ce la faremo, certo che ce la faremo. E pur avendo già trovato il modo di raggirare le sanzioni, i divieti di importare ed esportare, è inutile nascondercelo, almeno tra di noi: la nostra economia subirà un brutto colpo.”
“Molto brutto,” rimarca Ciano. “E non possiamo fare a meno dei più ricchi, delle industrie e dei capitali privati. Anche l’appoggio della Chiesa è fondamentale: ci deve aiutare a calmare il popolo. Quando vorranno il pane e noi non l’avremo, i preti daranno loro il Corpo di Cristo. E li sazieranno.”
“Non c’è dubbio; in questo sono maestri, e noi dobbiamo imparare tanto,” accondiscende Marinelli con inaspettata arrendevolezza.
“Senza contare, caro il mio giovane e valente segretario...” Bottai gli si avvicina subito festoso, non se l’aspettava una tale incondizionata sottomissione, “che i nemici del Fascismo – oh, intendiamoci, eh? Io la penso esattamente come te: e continuo a considerarli tali – hanno adesso l’occasione di dimostrarci da che parte vogliono veramente stare.”
“Giusto, Peppe, giusto,” gli fa l’occhiolino e un sorriso Ciano, firmando di fatto la pace dopo il punzecchiamento iniziale.
“Sapete,” attacca Marino e si fa anche lui quasi pretesco nell’umile gentilezza del tono. “Proprio due giorni fa, dalle mie parti, alla Casa del Fascio, io e una folla di ragazzi... Oh, avreste dovuto vederli quanti erano, io per primo non credevo ai miei occhi; ce n’erano alcuni sotto i dodici anni... Abbiamo letto un articolo del nostro Duce; forse ce l’ho ancora, vi chiedo un attimo di pazienza...” estrae dalla borsa un foglio a colpo sicuro, come se tutto fosse già stato previsto. “Ecco, trovato: ‘Non è il denaro a fare la guerra. Sono il coraggio e il sacrificio degli uomini. Tra l’oro e il ferro, Macchiavelli aveva scelto il ferro, e noi con lui. Nel dilemma superlativamente idiota: burro o cannoni, noi abbiamo già deciso: i cannoni.’”
“E allora?” chiede Ciano con un sospiro spazientito.
“Allora, la domanda che voglio porre a voi che siete la mia guida è questa: al popolo fedele al Fascismo a cui son già arrivate dal fronte d’Etiopia le lettere dove si comunica la morte di un figlio, d’un marito, d’un fratello, a causa del fuoco nemico, che cosa devo rispondere? Che i loro ragazzi son morti per tenere le cose in Italia esattamente come stanno e che magari, ad Addis Abeba, il conte tal dei tali raddoppierà le sue ville e le sue piantagioni?”
“Marinelli, per cortesia,” prova a fermarlo Giuseppe Bottai.
“Ve lo sto chiedendo senza alcuna polemica; vi prego di credermi,” insiste Marino facendosi addirittura supplichevole. “Per questo, permettetemi ancora e poi mi taccio: a quelli che laggiù sono già morti e ancora moriranno mangiati dalla malaria e a quelli che torneranno a casa convinti di farsi curare, che cosa devo dire? Che non c’è abbastanza chinino e curaro per salvar loro la pelle perché la cupola di San Pietro o la porta della canonica del nostro bellissimo Duomo necessitano di un’urgente rinfrescata di colore? E che un soldato fascista morto per la patria non vale il chilo di burro mattutino di cui la famiglia dei principi deve assolutamente poter disporre, oltre alle ossa per la colazione dei loro cani?”
“Perché devi rendere tutto così difficile?” Bottai torna a sedersi nervoso e sconsolato. “Se ti abbiamo convocato qui, a differenza di tutti quelli che rispondevano ad Arpinati e Cavina, è perché a te teniamo. Teniamo molto.”
“Segretario Marinelli, anche noi preferiamo i cannoni al burro,” Galeazzo parla senza tradire emozione. Anche se quella lezione sulle parole del suocero l’ha indispettito profondamente. “Ma il caso vuole che, in questo momento, i cannoni possiamo comprarli solo con i soldi del burro. Di chi lo fa e di chi lo mangia.”
Si alza e prende una considerevole distanza da lui. Come a voler dire a Marino e soprattutto a Bottai che non ci sono più margini per trattare.
“Ho così risposto alle tue domande?” gli chiede.
“Sì,” anche Marino si alza. “Vi faccio l’ultima, se posso.”
“Che sia davvero l’ultima, però,” Ciano è durissimo.
“Vi serve anche il burro degli ebrei?”
*
È ripartito da solo, a bordo dell’ultimo treno della notte.
Ettore Rocca ha preferito restare a Roma un altro giorno. Per capire gli sviluppi, cosa succederà dopo il nulla di fatto dell’incontro con i papaveri del partito.
Marino gli ha detto che era inutile. Sa perfettamente che ancora non lo cacceranno. Almeno finché avrà con sé tutto quel seguito di ragazzi. Di giovanissimi che riempiono la Casa del Fascio, ogni mercoledì pomeriggio. Solo quella è la sua forza. Ormai gli è chiaro che il fascio s’è sfasciato in tre pezzi. In tutta Italia è così.
C’è la massoneria affaristica, la nobiltà clerico-agraria che s’è convertita al regime, intrufolandosi dentro peggio d’un germe, e a cui interessa esclusivamente moltiplicare privilegi e ricchezza; c’è la piccola borghesia che idolatra Mussolini più per timore che per convinzione, ma che dinanzi alla campagna d’Abissinia, comincia a recalcitrare quando le viene chiesto l’anello e un figlio; e, infine, ci sono quelli della rivoluzione permanente, che sono i più giovani e i più pericolosi.
E non c’è dubbio che i fascisti dei primi due tipi guardino ai terzi con spavento e tolleranza; con spavento perché mal sopportano il loro atteggiamento antiborghese e incendiario, ma con tolleranza, perché, finché quelli staranno dentro il partito non potranno fare i danni dei comunisti se dovessero – non voglia mai il Dio Duce – prendere il comando.
E Marino, che appartiene a questi ultimi, è naturalmente inviso ai primi, che, non a caso, gli hanno fatto il trappolone, sfruttando l’Almo eversivo. Ma, dopo il confino comminato al fratello, Marinelli ha perso adesioni anche tra i moderati, fino a quel momento, tutto sommato ben disposti verso il nuovo segretario, di certo più onesto dei suoi maneggioni predecessori.
Perché, che diamine, c’è maneggio e maneggio; e dunque è stata cosa buona e giusta dare un freno agli intrugli agrari, alle compravendite fondiarie fatte passare per donazioni al partito e che in verità erano vere e proprie rapine dei vecchi dirigenti; e però arrivare a non guardare in faccia neppure tuo fratello, be’ insomma, prendere un ragazzo di vent’anni, che sarà anche comunista ma che mica ha ammazzato nessuno, e mandarlo a morire di fame tra le capre e i pastori, questo è segno d’una intransigenza ottusa, di una indisposizione al compromesso, all’idea del Perdono Celeste di Nostro Signore, a cui aspira indefesso e inginocchiato il grigiore piccolo borghese. Questo no; non si fa.
Solo i ragazzi del Littore stanno con Marino. Solo gli estremisti che a quell’età non guardano in faccia nessuno, né madre, né padre, né fratelli, stanno con lui. E anzi, dopo quella scelta, la vicinanza al segretario s’è fatta ancora più calorosa. Rasenta la devozione.
Tanto che qualcuno ha scritto sul muro, proprio sotto il Gabinetto di Lettura: VIVA MUSSINELLI.
Marino, nella sua terra, è entrato per metà già dentro il Benito ed è prossimo a mangiarselo, a sostituirlo tutto.
Ma quanto durerà? si chiede, guardando fuori dal finestrino il buio dopo Firenze.
Potrà mai averla vinta la purezza originaria adesso ridotta a una corrente del mare fascista, se chi la rappresenta viene spedito al fronte, lontano, convinto di combattere guerre per la patria, che, nei suoi confini, viene invece spolpata, inghiottita dalle mascelle obese dei massoni, come una lurida particola al prezzo d’un contrito Miserere? Quante guerre ci saranno ancora? Il numero giusto per togliere dalla faccia del mondo ogni rivoluzionario? Su quanti ancora, negli anni e negli orrori che verranno, lui potrà contare?
E poi c’è la questione degli ebrei. Quando lui l’ha tirata fuori, ed è stato bravo a farlo proprio in quel momento, ché tutto ormai sembrava finito e le difese s’erano abbassate, il Cianazzo Galeotto s’è ammutolito ed è sparito nella stanza adiacente dove squillava il telefono, mentre il governatore non ce l’ha proprio fatta a governare l’imbarazzo.
Che gli dobbiamo dire, Peppuccio mio, alle Trevi e a tutti gli ebrei che vengono, ogni giorno, nelle nostre sezioni e ci chiedono che ne sarà di loro, dopo che il Baffetto Imbianchino gli ha fatto delle leggi a Norimberga che quelle dei Dogi a Venezia contro gli appestati in confronto erano carezze?
No, calma, signori, calma, ascoltate me medesimo Bottai che queste cose le so: è vero che il Duce, dopo le frustate della comunità internazionale, è andato dal Führer a farsi leccare le ferite, ma, attenzione, a Bari il Nostro è stato chiaro: nessun asservimento ai tedeschi; a ’sti dementi che si credono la razza superiore. Per Mussolini e per noi, ci sono solo fascisti da una parte e nemici dell’Italia dall’altra. Così è diviso il mondo.
Certo, a Verona abbiamo fatto fucilare una paio di giudei, di ebrei, volevo dire, di ebrei – scusate, m’è scappato, perché so che da noi qualche testa calda comincia a chiamarli in questo modo – ma mica per il sangue li abbiamo stramazzati; erano spie inglesi, cospiravano contro il regime, per questo, pata pata pum; l’avremmo fatto anche se erano svizzeri, boemi o americani. E lo stesso vale per quelli che abbiamo messo via in tomba o in galera a Varese, a Macerata e anche a Ragusa, o giù di lì.
Garantisco io: dite agli ebrei di dormir sonni tranquilli. Ché se s’addormentano da camerati, non si sveglieranno mai da giudei.
Sarà per il risparmio a causa del “brutto, anzi molto brutto momento economico che ci aspetta”, come hanno detto Bottai e Ciano, che nello scompartimento del treno c’è un freddo maledetto. E sarà per tutti i dubbi che lo tormentano e le trappole dei nemici interni, vicini e lontani, che lo insidiano, sta di fatto che, in mezzo al petto, gli torna una fitta bruciante e gli prende per tutta le pelle un gelo da febbre terzana.
E se la prima ha già capito essere per l’eredità del padre, il secondo è perché ha ceduto il cappotto ad Almo; difatti, per ripararsi dall’inverno, non ha avuto altra scelta che tirare fuori dall’armadio un impermeabile da mezza stagione.
Per lui, da segretario o da sindacalista, nella mansarda di Treviso come in quella della sua città, il momento economico molto brutto c’è sempre stato, a prescindere dal morso dei cani che fanno la guardia al sole d’Africa.
E gli viene ancora più male a pensare di dover scendere, immergersi nel gelo delle strade e camminare un’ora buona e più per raggiungere la segreteria, perché sì, dormirà là quel poco di ore che sconfinano nel mattino, visto che nel suo antro che guarda la Porta Vecchia è più freddo che sul treno.
E poi in ufficio c’è la musica; c’è la musica che gli tiene compagnia, che lo scalda o lo raffredda, lo calma o lo eccita a seconda di ciò che lui chiede al silenzio prima di liberarla nell’aria, ed è il pensiero della musica che lo fa reagire, che gli fa allungare una mano per leggere Mussolini, quello vecchio e quello nuovo, per sapere da lui, perché di lui ancora si fida, che cosa sta cambiando nell’idea a cui tutto ha sacrificato ma che adesso comincia a sentire sfuggente, confusa, persino nemica.
No, non ce la fa. Non riesce proprio a muoversi.
E mentre sta passando di là, nel sonno che, per quanto convulso, ha pietà di tutti, anche dei poveri e degli sconfitti, in quella veglia sfocata, gli sembra che la donna che gli è seduta di fronte assomigli un po’ a Letizia; attorciglia le gambe come il suo amore o forse sono le calze, il blu delle calze di pizzo leggero, che gliela fanno tornare in mente, e ci voleva, sì, ci voleva proprio, perché questo si aggiunge alla speranza della musica che lo aspetta e allora fa un po’ meno freddo, meno male, vicino al cuore...
Si ridesta dolcemente, senza scossoni, mentre il treno sta per lasciare la stazione dove si è appena fermato.
Non sa quanto ha dormito, ma sente un rilassamento dei nervi e un insperato tepore; i brividi e il marchio sul petto sembrano miracolosamente passati.
Fatica non poco a inquadrare il viso della donna che ancora gli è di fronte e che gli parla solo quando è certa che lui abbia ripreso il controllo di sé.
“È appena sceso un uomo a Ferrara,” gli dice sottovoce. “Era salito a Bologna e quando l’ha vista non ha voluto svegliarla. Mi ha pregato di dirle che a lui non serve più; e allora gliel’ha lasciato lì sopra, come una coperta; è stata proprio una fortuna. Lei era così pallido. Adesso ha ripreso un po’ di colore.”
Marino non capisce. Poi, abbassando lo sguardo, si ritrova avvolto da un cappotto verde scuro; una vecchia zimarra rattoppata, con il collo sciupato e tutti i bottoni scompagnati. È molto ampia, buona per uno alto non meno d’un metro e ottantacinque.
“Il signore che le ha reso il soprabito si chiama Luigi. Luigi Comandini. E la prega di ringraziare ancora e tanto suo fratello per averglielo prestato.”