Caino
7 novembre 1935
E un cavallo, forse un asino, una bestia che trascina un carretto, insomma qualcosa del genere, passa di sotto e sono le tre del mattino ed è fin troppo presto per il mercato, ma quello zoccolare, per quanto lento e stanco, gli aggiunge un altro pezzo di cuore in gola; come tutto ciò che, quella notte, si sposta, va via. Perché lui se lo immagina, chiuso in una gabbia, con gli occhi tornati cuccioli come tutti gli occhi spaventati, mentre nessuno gli dice che ne sarà di lui, dove lo porteranno.
“Devi decidere, Marino; non c’è più tempo,” lo scuote il ragazzo con la cicatrice, in piedi nell’ufficio della segreteria.
“Perché nessuno mi ha detto che era già stato ammonito?” rimane seduto a guardare il telefono che non squilla.
“Ancora! Te l’ho già spiegato,” l’amico alza le mani rassegnato. “Nessuno di noi ne era al corrente.”
“A giugno. Il provvedimento è di giugno. E tu non lo sapevi?” lo fissa in modo strano. Come se sospettasse di lui.
“No, non lo sapevo!” gli si siede davanti. “Se sono riusciti a nasconderlo a te che sei il segretario...”
“Mi confermi che dietro il cimitero hanno arrestato solo lui?”
“Sì,” si prende la testa tra le mani, come se avesse risposto a quella domanda già mille volte.
“E perché solo lui? Ferrigo, Cescon, tutti gli altri, dov’erano?”
“Non lo so, Mari,” chiude gli occhi esausto. “Non lo so! Ma cosa ce ne importa di loro, adesso?”
“C’importa eccome!” tuona l’altro sferrando un calcio allo stinco della scrivania. “Se hanno arrestato solo Almo, vuol dire che è stata un’imboscata; vuol dire che è chiaro che non interessava a nessuno colpire i sovversivi ma solo mio fratello. E allora possiamo rivolgerci alla commissione provinciale.”
Dalle scale vengono su di corsa affannati passi d’anfibio.
Ettore Rocca entra nella stanza. Ha il viso pallidissimo, la zazzera scompigliata. E un sorriso stretto, di circostanza, più amaro dei fiumi di caffè che lì dentro hanno impregnato l’aria.
“Come sta?” gli chiede subito.
“Abbastanza bene,” gli risponde Ettore.
“L’hanno picchiato? Qualcuno l’ha...?” quell’abbastanza non gli è piaciuto e allora è balzato in piedi allarmato e vigoroso nonostante la stremante angoscia gli abbia fiaccato i nervi e i muscoli.
“Ancora no,” lo interrompe Rocca.
“Che vuol dire ‘ancora no’?”
“Che finché rimane qui, con Aricò che mi tiene informato anche su quante volte tuo fratello va in bagno, la situazione la possiamo controllare: ma se non interveniamo subito, lo trasferiscono a Padova o, peggio, a Venezia. E allora diventa tutto più difficile.”
“Di cosa è accusato esattamente?” gli chiede Marino.
“Di progettare un colpo di Stato; di essere a capo di un’organizzazione che recluta in tutto il Nord Italia elementi che si preparano a rovesciare il regime.”
“E cos’hanno in mano? I soliti volantini? Qualche copia del Manifesto e i discorsi di Stalin?” Marino sorride sprezzante. “È da quando è nato che Almo e quei quattro dementi dei suoi amici cantano Bandiera rossa per i morti e per Paciote Boraso. E adesso, all’improvviso: colpo di Stato. È una manovra tanto vigliacca quanto disperata di Valerio, di Baseggio e di Calore per mettermi all’angolo. È chiaro.” Finisce con un innaturale, forzato rilassamento della voce: come a voler convincere se stesso e gli altri che il nemico è sempre lo stesso; sempre lo stesso e sempre piccolo. Ha solo alzato il tiro.
“Non è così facile, Mari. Non stavolta,” Ettore lo gela. Gli si siede di fronte. Lo guarda in silenzio.
Marino capisce. Capisce subito.
“C’è di mezzo l’Ovra?”
Ettore annuisce.
Il ragazzo con la cicatrice bestemmia.
“Ne sei certo?” Marino rilancia agghiacciato.
“Quando sono andato in caserma, Aricò mi fa: ‘Strano; il prefetto, il questore, il podestà... non s’è fatto sentire nessuno. E si negano tutti, al telefono.’ Allora, m’è venuto il dubbio. Se quelli, dinanzi a uno appena messo via con un cognome che pesa, spariscono, vuol dire che hanno avuto l’ordine di sparire. Perché qualcun altro, qualcuno che gli sta sopra, comanda le operazioni.”
“E allora?” gli chiede il ragazzo con la cicatrice.
“Ho fatto una visita alla Rossella, la moglie di Bonaldo. Fortuna che il nostro podestà era impegnato a Villa Kunkler nella solita seduta spiritica con il principe; e così, dopo essermela spupazzata un po’, sono entrato nell’ufficio del marito,” non c’è ironia nel suo racconto, nemmeno un po’. “Ho letto il rapporto.”
Si alza, guarda fuori dalla finestra; si accende una sigaretta. L’unico punto luce in via della Madonna ancora avvolta nel sonno e nel buio.
“L’ammonizione di giugno a tuo fratello,” ricomincia con voce raccolta, quasi ferita, “è scattata dopo l’arresto di un veneziano. Tale Sparapan. Questo tizio ha indicato come capo del Partito Comunista un altro coglione. Un fabbro. Da Murano. Tagliapietra, mi pare, una roba così. Sparapan ha parlato di riunioni dove progettavano di colpire Mussolini, Ciano, Bocchini. C’era anche Almo; Sparapan ha fatto il suo nome.”
“E poi?” Marino ha capito che è solo l’inizio.
“Poi arrestano anche Tagliapietra. E siamo a settembre. E quello, sicuramente per salvarsi il culo, butta tutta la merda addosso ad Almo; lo indica come il capo dell’intera organizzazione, insieme a Cosimo Ferrigo, contro cui, a Milano, adesso c’è un ordine di cattura. Sarebbero stati proprio i milanesi, quelli in stretto contatto con Togliatti, a nominare Almo e Ferrigo qui in Veneto. Tagliapietra racconta anche di come tuo fratello abbia provato a convincere un bambino di Venezia a sparare a Mussolini durante l’incontro con Hitler a Stra; gli avrebbe persino messo in mano una pistola di contrabbando.
“Almo viene indicato come il vertice di un vero e proprio esercito pronto a marciare. Nell’ultima riunione avrebbe detto: ‘La guerra in Etiopia sarà la fine di Mussolini. E a lui subentrerà un generale. Noi dobbiamo essere pronti alla guerra civile: a schierare per le strade un esercito nostro che con l’aiuto del popolo, dovrà combattere fino a sostituirsi a quello dello Stato.’ Di sicuro un mare di balle. Ma sufficienti per far intervenire l’Ovra.”
L’ha ascoltato fin lì con gli occhi bassi, la testa china. Le dita, che giocherellano con una gomma e una matita, adesso tremano.
“Che priorità?” chiede a bruciapelo.
“Alta,” Rocca risponde in apnea. “Vogliono chiudere la pratica entro la fine dell’anno.”
“Quindi Valerio e i suoi non c’entrano?” chiede il ragazzo con la cicatrice.
“Sì; ma in un secondo momento. Hanno saputo dell’Ovra prima di noi. E hanno voluto aspettare il momento giusto per far arrestare Almo.”
Marino lo guarda con una smorfia disorientata.
“Sai chi c’era dietro il cimitero con tuo fratello, stanotte? Tre di quattordici anni. Dovevano prenderlo con dei ragazzini, capisci? In questo modo, la confessione del Tagliapietra, soprattutto nella parte in cui Almo prova a convincere il bambino di Venezia a sparare al Duce, viene rafforzata. Trova una conferma forte: Almo è un abituale corruttore di minorenni indifesi e suggestionabili. È pericoloso. E va eliminato.”
Marino sbatte ripetutamente la matita sul tavolo. Un picchiettio che solfeggia l’indeciso tumulto dei suoi pensieri.
Passa un tempo di silenzio e movimenti che sono scricchiolii, smottamenti inevitabili di corpi sospesi; un tempo che sembra interminabile, mentre un tenue chiarore profana la corazza di tenebre che si slabbrano in una luce diafana.
“Cosa devo fare?” chiede a un tratto Marino. E pur nella secca compostezza delle sue parole, gli altri due ne avvertono tutta la profonda disperazione.
“Muoverti prima di loro,” Ettore Rocca gli si precipita addosso; deve convincerlo senza più farlo pensare. “Se lo lasciamo dentro in attesa del processo, lo trasferiscono di sicuro. E, tranne che nella galera della nostra città, in ogni altra parte l’Ovra è più forte dentro che fuori; lo colpirebbero subito.”
“Perché non chiami Cavina?” s’intromette il ragazzo con la cicatrice rivolgendosi a Marino. “Prova ad arrivare direttamente a Mussolini.”
“Cavina non conta più niente,” risponde al suo posto Rocca. “Espulso Arpinati, adesso tocca a lui.”
“Vado da Aricò. Lo costringo a manomettere il verbale d’arresto. Ci metto dentro degli errori. Qualcosa che renda invalido il fermo,” blatera Marino, confuso, allucinato. “Lo libero e subito dopo mi dimetto.”
“Sempre che ci riusciamo, a cosa servirebbe?” Ettore abbassa la voce perché sa di fargli del male. “Vuoi che gli sparino in mezzo alla strada? Magari mentre è in compagnia di tua madre o di una delle tue sorelle?”
“Tu mi stai chiedendo di condannare Almo... di condannare mio fratello a...” si mette le mani in faccia; lo interrompe un rantolo di sofferenza atroce.
“Sì, te lo sto chiedendo,” continua Ettore trattenendo a sua volta e a stento la commozione. “Perché è l’unica cosa che puoi fare. Se tu lo proponi, nessuno può ostacolarti. È un tuo potere.”
“Quanto?”
“Devi metterli a tacere tutti.”
“Quanto?” grida.
“Il massimo. Cinque anni.”
“E dove?”
“Il più lontano possibile.”
“Mari, Mari...” la voce soffusa e amica lo ridesta.
Si ritrova raggomitolato sulla sedia, con le gambe stese sulla scrivania e un piccolo cumulo di cenere sul petto. Si è addormentato. Non doveva addormentarsi.
“Che ore sono?” chiede al ragazzo con la cicatrice.
“Le sei passate.”
“Novità?”
“Procede tutto bene; ci siamo messi in contatto con il prefetto. Fazioli è d’accordo. Aspetta di ricevere il rapporto. Lo abbiamo già scritto. Devi solo dargli una controllata e metterci la firma.”
“E poi?”
“La prefettura manderà tutto al ministero dell’interno con richiesta di provvedimento immediato.”
“Avete indicato anche la destinazione?”
“Sì,” china il capo.
“Dove?”
“Sassari.”
“Il più lontano possibile.”
“Il più lontano possibile, Mari.”
“Quando parte?”
“Fra due giorni, se tutto va liscio.”
“E nel frattempo?”
“Rimane qui; con Aricò che gli fa da maggiordomo,” trova la forza di sorridergli.
“Dov’è adesso?”
“Qui sotto.”
Marino si alza di scatto. Non se l’aspettava.
Si aggiusta la camicia, si sistema i capelli.
Deve farsi trovare perfetto.
“Abbiamo ottenuto di accompagnarlo a casa per prendersi un po’ di cose: una valigia, i vestiti. Salutare la famiglia. Ma prima d’andare a Sant’Urbano te l’abbiamo portato qui.”
Si allaccia la cravatta, infila la giacca.
“Ma lui lo sa?”
“Che lo mandi al confino per salvargli la vita? Noi non gli abbiamo detto niente. Abbiamo fatto male?”
Non gli risponde.
Meglio così; mi odierà. E l’odio gli servirà per reagire. Per affrontare il suo esilio. Avrà la ragione suprema per continuare a vivere, per tornare. Vendicarsi. Farmela pagare. Cosa di meglio?
Si mette il cappotto sulle spalle. Esce. In mezzo alle scale, lo aspetta Ettore.
“Pochi minuti, Marino,” gli dice.
Lo supera. Scende giù. Corre. La porta è aperta. È là. Dall’altra parte della calle in ciottoli, seduto sull’unico scalino del numero 16.
Sette anni. Dal funerale di Carlo. Sette anni che non lo vede.
È fuori adesso.
Prima di goderselo, le cose urgenti. Vuole essere sicuro che non ci siano trappole, intoppi.
Si volge a destra; in fondo ci sono due carabinieri. Gli fanno un cenno di saluto con il capo. Poi a sinistra; Aricò fuma e gli fa ciao con la mano.
Adesso lo guarda.
Dio, come sei cresciuto. Che alto e che naso e che barba e che capelli lunghi, che bello che sei.
“Ti hanno fatto del male?” gli chiede e si siede di fronte. Sull’unico scalino del numero 7.
Dio, come somigli al papà, come sei diventato uomo e anche un po’ vecchio, Mari.
“Sto bene,” gli risponde secco, freddissimo. Come un prigioniero politico al suo aguzzino.
Però hai pianto. Lo vedo dagli occhi che hai pianto.
“Senti, puoi andarci tu dalla mamma? Non mi va, non me la sento d’affrontarla. Lei e tutti gli altri...” Almo si accende una sigaretta e prova a fermare le lacrime. “Di’ a Nina di portarmi la roba in caserma.”
“Va bene; me ne occupo io,” gli dice.
“Sempre che ti facciano entrare.” Gli è scappata via. È stato più forte di lui. Sorride.
E ci mancava pure il sorriso, oltre al suo essere seduto sui gradini come allora, come quando lui aveva rotto con il padre e se n’era andato di casa; ci mancava pure il sorriso, quel sorriso che affiora da un pianto antico, come adesso il sole dalla nebbia di novembre.
“Già, non c’avevo pensato,” sorride anche Marino.
Hai freddo, stai tremando. Tu hai freddo.
“Perché hai solo il maglione? Dove l’hai lasciato il cappotto?”
“L’ho dato, ieri, a Comandini. S’è preso la broncopolmonite. Ma vuole continuare a lavorare in falegnameria e così... Hai presente la famiglia Comandini, quelli che stavano in viale Fiume? Adesso si son trasferiti a Ferrara.”
Marino si alza. Lo raggiunge. Gli è di fronte. Si china su di lui.
Da quanto non siamo così vicini, da quanto non siamo così vicini, da quanto non siamo così vicini.
Va per mettergli il suo cappotto sulle spalle. Come quella volta, a Bologna, sul treno.
Almo glielo prende dalle mani.
Si guardano ancora. Tra le ginocchia che sporgono dallo scalino e le ginocchia flesse sulla pietra, ci sono trenta centimetri.
Bastano a proteggerti, a farmi colpire per primo, se arriva un’onda. L’onda più grande.
“Mari, è ora,” gli dice Rocca da dietro.
Vengo via con te. Ma sì, come da piccoli: camminiamo dentro il mare, lo attraversiamo tutto, finché non torniamo a casa.
“Grazie,” sibila Almo.
E no, non è per il cappotto.
Se ti accarezzo, t’arrabbi? Se ti faccio una carezza, magari sulle orecchie a sventola, t’arrabbi?
“Mari...” insiste appena Ettore.
Se mi abbracci, arrestano anche te.
Marino non si muove.
Andrà tutto bene. Sarà dura, sarai lontano, irraggiungibile. Ma ce la farai. Ce la faremo.
Sei grande, ormai.
Non glielo dice.
Gli sembra di morire.
“Bravo il mio ragazzo.”
Glielo dice. Con un sorriso.
Poi corre dentro e va a morire dentro. Per non vederlo portato via dalle guardie.
E lì sulle scale interne della segreteria, sviene quasi, buttato giù da un dolore lancinante al petto.
Lui lo sa, ne è sicuro come dell’alba che ha appena visto.
È lo stesso di suo padre.