Ha noleggiato una macchina all’aeroporto di Alghero, ha scelto un fuoristrada, un bestione giapponese con quattro ruote motrici. Voleva la più grande possibile, perché non ha prenotato in nessun albergo, non sa nemmeno se dove sta andando ci sia un albergo, e allora è probabile che dentro la Nissan ci debba dormire.

Il paese è a un’ora e mezza da Sassari; un finto labirinto di palazzine disposte a ferro di cavallo, arrampicate sui fianchi abissali d’una vallata.

C’è la nebbia, anche se più sottile. Come da dove è venuto.

Attraversa una piazzola ottocentesca deserta e dal giunco verticale d’una balaustra, mira allo strapiombo. Un vulcano convesso di boschi e foreste.

Cosa facevi qui, cosa facevi tutto il giorno qui, dove abitavi, come passavi il tempo.

“Deve essere lei,” dalle spalle viene una voce squillante.

Il ragazzo che non è più un ragazzo si gira e vede un prete. Lo guarda male. Guarda sempre male i preti, lui. Non l’hanno educato così. Ma ce l’ha nel sangue, evidentemente.

“La zia di sua moglie,” s’affretta a spiegargli il parroco. Appena ha incrociato il suo sguardo, ha capito di non andargli a genio; e più cerca di fare il simpatico, peggio è.

“Io non l’ho chiamata,” gli risponde.

“Be’, evidentemente qualcuno l’ha fatto.”

Katiuscia.

“La conosce?” gli chiede il ragazzo che non è più un ragazzo.

“Oh, no; però la signora ha avvertito il parroco del suo paese, Bultei, che ha chiamato me; pensi un po’: sapevo persino a che ora sarebbe arrivato. Potere della Chiesa,” parla in fretta e pulito; è calvo, basso, grassoccio, con un ombrello rosso anche se non piove. Sembra il Padre Brown di Chesterton. Il problema è che è tornato a fare il simpatico.

“Sa anche che cosa sto cercando?” taglia corto e si accende una sigaretta. Quasi per istintiva provocazione.

“Tracce di un suo parente, da quello che ho capito.”

“E lei può aiutarmi?”

“Non io. Ma, forse, qualcuno che conosco.”

Padre Brown gli si avvicina.

“Potrebbe offrirmene una?”