Di lei ha un ricordo vago, di quando era bambino, al funerale di Faliero; la figura esile e minuta, i capelli raccolti in una coda bassa, lunghi e castani, come le iridi dietro gli occhiali.

Quando, proprio grazie ad Antonietta, la vedova di Faliero, l’ha rintracciata al cellulare e le ha chiesto di raggiungerla per saperne di più su Almo e Marino, non le ha detto che vorrebbe chiamare suo figlio come uno dei due.

Scegliere il nome significa ritenere un fratello più meritevole e più giusto; significa condannare l’altro.

Si trova a bordo del taxi che dalla stazione di Porta Nuova lo sta conducendo nel luogo dell’appuntamento e mentre la guarda dal finestrino venirgli addosso con i suoi viali grigi, i palazzi sempre troppo grandi, le facce dei passanti sempre troppo meditabonde e persino le insegne pubblicitarie e le epigrafi dei morti su muri prima della Mole, tutte con un eccesso di grafica elegante, con un tracimare di arzigogoli, di patacche sabaude, pensa che no, Torino non gli è mai piaciuta.

Non gli piacciono le città che t’ammazzano di storia e musei, che in ogni vicolo e piazza tengono una lapide e un’iscrizione per dirti: anche qui è successo qualcosa d’importante che ci vorrebbe una dozzina di vite buttate solo a fare il turista per sapere tutto.

Non gli piacciono le città che si prendono sul serio, che commemorano ogni giorno un santo o un eroe, le città morte perché troppo consapevoli di guerre e trattati, di fasti e rese. Non gli piacciono perché ancora, in certi caffè, resistono camerieri che nel servirti la colazione ti schifano con lo sguardo e con la smorfia leporina delle labbra, loro abituati a lavorare per una dinastia di principi, costretti adesso a sgambettare per un’orda di pezzenti.

Lei, nemmeno a farlo apposta, lo aspetta in un’altra biblioteca. Che non è quella privata di suo padre, ma la Nazionale, in piazza Carlo Alberto, dove la figlia di Almo lavora.

E ci vuole il sorriso di lei che si chiama Libera, che l’attende sul mezzanino di una scalinata, per liberare il ragazzo che non è più un ragazzo da quel grumo d’angoscia che gli è venuto nel camminare ancora in mezzo a cataste di libri, nello sterminato cruciverba orizzontale e verticale di scaffali antichi, dove brulicano silenziosi migliaia di volumi che – come ogni parte di quella città odiata – lo scrutano altezzosi dalle loro copertine dure e polverose, consapevoli pure loro, nonostante nessuno li legga perché nessuno ne è all’altezza, di racchiudere i misteri e le soluzioni del mondo.

Sì, ci vuole Libera che lo abbraccia come se da sempre l’avesse aspettato, per sciogliergli quel colpevole senso d’assurdo che lo spacca dentro: il suo mettersi in viaggio piuttosto che stare accanto al pancione di sua moglie; il suo ossessivo cercarsi uomo prima di sentirsi padre.

Si siedono in un ufficio dove, per fortuna, di libri non c’è traccia. Solo un tavolo, due sedie, stampe vecchie e di un’altra città, e la rassicurante schermata bluastra di un computer.

Libera esordisce subito con un: “Mi dispiace se potrò aiutarti molto poco.”

Non gli chiede nemmeno di approfondire ciò che lui le aveva preannunciato al telefono; e cioè il progetto d’un libro, una ricerca, forse la sceneggiatura per un documentario su Almo e Marino, sui quei personaggi, su quei tempi là.

“Sono una brutta razza i Marinelli,” gli dice Libera. “Ma io non mi ci conto; e spero nemmeno tu. Io sono diversa, molto diversa da loro.”

“Perché? Come siamo? Anzi, come sono?” le chiede, correggendosi con un sorriso il ragazzo che non è più un ragazzo.

“Gente che parla sempre degli altri. Mai di se stessi. Della vita straordinaria che ha fatto mio padre, io non so quasi nulla. E quel poco che so, lo devo alla zia, ad Antonietta, la moglie di Faliero. Pensa: ha tagliato fuori dal suo passato persino mia madre. Anche con lei era un muro. Silenzio assoluto.”

Ancora il silenzio.

“Iolanda, giusto?” la interroga.

“Sì. È ancora viva; molto anziana e molto acciaccata. Ma resiste.”

“Quando si sono conosciuti?”

“Dopo la prigione; era tutto finito ormai. Lo ha conosciuto che il peggio, o forse il meglio, era bello che andato. Lui era un uomo già segnato. E già determinato a tenersi tutti i segni dentro.”

“Immagino che tu abbia chiesto ad Almo di raccontarti. Anche di Marino, di quello che è successo...” non finisce la frase. E non ha bisogno di finirla.

“Tante volte. Soprattutto negli anni Settanta. Era il periodo della contestazione; mai come in quel momento, tanto più che vivevamo a Padova, io e i miei amici avevamo bisogno di qualcuno che ci spiegasse: che cosa stava accadendo alla Sinistra, all’Italia intera. Mio padre, funzionario del PCI, avrebbe potuto essere un modello per tutti noi. Sarebbe bastato che parlassero, lui come altri, per non far cadere tanti ragazzi nelle mani sbagliate. Le mani sbagliate dei compagni che sbagliavano.”

“E invece?”

“Niente.”

“Ma qualcosa t’avrà pur detto.”

“Oh, sì,” e la voce tradisce una rabbiosa delusione mai sopita. “Sui macrosistemi, sugli ‘editoriali a voce’, come li chiamavo io, era bravissimo: il partito deve fare questo, Berlinguer non ha capito quest’altro, Marx lo stiamo tradendo, basta lingua in bocca con la DC, fate bene a contestare però, gli intellettuali in fabbrica vanno bene però... Ma era di lui che io, che noi, avevamo bisogno. Della sua storia non di quella del partito. Della sua giovinezza non di quella dei suoi amici morti in guerra e in fabbrica.”

“Neanche un cenno?”

“Su cosa?”

“Su Sassari, Gaeta...” insiste con dolcezza perché sa di farle male. “E sulla storia della molotov?”

“Domani, amore.”

“Scusa, Libera?”

“Quando gli chiedevo; quando insistevo perché lui mi parlasse: ‘Domani, amore. Te lo dico domani,’ mi rispondeva. Ed era straordinariamente bravo a trovare un milione di pretesti per scapparmi via.” Adesso, un po’, solo un poco, le si inumidiscono gli occhi.

Lui si sente deluso e anche risentito. Insomma, cinque ore di treno all’andata e sette che lo aspettano di ritorno, ché gli tocca fare il cambio a Milano e a Verona, per che cosa? Non glielo poteva dire al telefono che era inutile vedersi perché tanto lei non sapeva niente?

“Come tuo nonno con tuo padre. Stessa storia,” gli dice lei.

È lì, non tanto dalle parole, ma da come le ha dette, che il ragazzo che non è più un ragazzo capisce. Capisce e la vede.

Vede una ragazza, nell’autunno del 1984, che, pochi mesi dopo la morte del padre, prende un altro treno, attraversa il Nord Italia e sale nell’ufficio di suo cugino, un avvocato, figlio di uno zio che lei non ha mai conosciuto. E anche lei l’ha cercato al telefono, anche lei ha tirato in ballo una ricerca per l’università, per il Museo della Resistenza o per una biblioteca dove ha appena vinto un concorso, e gli ha chiesto un appuntamento per fargli alcune domande su Almo e Marino.

E il cugino sconosciuto l’ha accolta, le ha sorriso e l’ha abbracciata, le ha detto, Mi dispiace, ma temo di non poterti aiutare molto. Lo so che potevo avvertirti subito al telefono, che potevo evitarti ’sta sfacchinata, ma se mi hai cercato significa che avevi bisogno di me, di me che sono come te, che abbiamo avuto padri che non si sono mai raccontati e che ci hanno messo al mondo per rendere immortale il loro mistero. E forse loro, poveracci, che il silenzio l’hanno conosciuto e di quel silenzio son morti, si sono ostinati a dirci, Domani, amore, a rimandare ogni spiegazione di sé, per salvarci, per proteggerci dai demoni a cui si erano condannati. Il tuo nome, Libera, non è solo il nome ideologico di un antifascista funzionario del PCI, ma è il nome che un prigioniero ha dato al suo amore per toglierlo dal pericolo delle catene. Per questo dobbiamo vederci anche se nulla abbiamo da raccontarci; perché ciò che stai cercando, l’ho cercato io e lo cercheranno i nostri figli: tutti faremo lo stesso errore e allora una volta, proprio perché i nostri padri ci hanno voluto liberi da loro, chiameremo un figlio con il nome di un attore o di un cantante famoso, e un’altra invece, andremo in confusione e continueremo con i Carlo, i Marino, gli Almo; e tanto questi quanto gli altri prenderanno lo stesso treno e proveranno in tutti i modi a mettersele addosso, le catene. A finirci dentro, quella prigione. A conoscerlo, quel silenzio.

Sta per alzarsi, ma all’improvviso il desktop del computer si illumina e compare la foto di un gatto.

“È tuo?” le chiede.

“Sì.”

No, meglio non domandarle il nome. Che non ci si metta anche il gatto, adesso, a complicare le cose.

“Tuo padre amava i gatti?”

“No, non penso proprio,” gli risponde Libera. Vorrebbe chiedergli il motivo della sua strana domanda, ma il ragazzo che non è più un ragazzo la precede.

“L’hai mai visto da qualche parte?” le mostra il ritratto di famiglia immortalata nel parco di Villa Kunkler. E le indica il ragazzo con la cicatrice.

Libera esita un istante.

“Non mi pare. Però, facciamo così,” prende il cellulare dalla borsa e fa uno scatto alla foto. “La mostro a mia madre. Anche se l’ha conosciuto, dubito che possa ricordarsi. Ma non si sa mai. Tu, invece, prendi questi.”

Gli porge una borsa in tela. E dentro ci sono loro. Sempre loro. Maledetti. I libri.

“Erano di mio padre. Secondo me, ti serviranno. Soprattutto uno. Che non era suo,” gli dice Libera.

Aspetta di essere da solo. Nel primo spazio utile, fuori dalla Biblioteca Nazionale.

Ne estrae uno a caso; è un brogliaccio di storia sindacale. Lo apre.

Non deve nemmeno leggere per subire lo stordimento, la vertigine.

La sente. Ai polsi. La piccola morsa delle catene. Li sente. Il terrore e l’eccitazione di chi è libero e sta per essere catturato.

Guarda Palazzo Carignano e la piazza. Sorride.

Torino gli piace un po’ di più.