E quella è l’ultima tappa, l’ultimo girone dei due, tre giorni dell’inferno che ha promesso a Katiuscia.

Ma no, stavolta, non entra, resta fuori dal cancello di Villa Venier.

Guarda il sole che tramonta, ed è un tramonto anche l’appassito arancio che spennella la facciata altissima, interrotta dai balconi verdi, dalle terrazze veneziane in pietra bianca, come la doppia scalinata d’ingresso; e alle due del pomeriggio del 17 luglio del ’44, deve essere sembrata perfetta alle SS e così hanno disposto sulla gradinata di destra la fila delle donne e su quella di sinistra gli uomini, benissimo, così i due camion li parcheggiamo proprio lì, scendono dalle rampe e subito dentro, non dovremo sprecare fiato e pallottole, perché nessuno avrà il tempo e lo spazio per scappare. E però, attenzione, manca qualcuno all’appello, Sì, un uomo, dice il commissario Racanati, gli ho dato il permesso d’andare a Padova per curarsi i denti, gli era venuta un’infezione, un ascesso che c’aveva la bocca gonfia e sanguinante come un cocomero quando lo spacchi in due, D’accordo, commissario, aspettiamo, aspettiamo l’ebreo, ma qua ne manca un altro alla conta, sì che ne manca un altro. E in quell’attimo le donne e gli uomini che stanno salendo sui camion e anche quelli che sono già saliti trattengono il respiro, i vecchi chiudono gli occhi e Racanati s’avvicina al crucco e sottovoce gli dice, È un bambino, è solo un bambino, che vi costa lasciarlo qui, fate finta di esservelo dimenticato, Si sbaglia, commissario, è un ebreo, su forza, ché lei mi è simpatico e non voglio mandarla sotto corte marziale, dov’è questo Samuele Ancona? Nessuno gli risponde e allora vanno in cinque dentro, e si dirigono subito verso le stanze occupate dalle suore, fino in fondo, in uno sgabuzzino chiuso a chiave, buttano giù la porta e trovano il piccolo avvinghiato alla suora, Los, los steh auf! Alzarsi, alzarsi in piedi, e Samuele si alza e prova a correre via, mentre la suora urla, Lasciatelo stare, lasciatelo stare, maledetti, maledetti! e il bambino arriva nell’androne dove ci sono le altre sorelle e chiede, Dov’è? e loro gli rispondono, Fuori, nel camion, pensavano lui si riferisse alla mamma, Come nel camion? Ma non m’avevate detto che lui mi difendeva, che non avrebbe permesso a nessuno di portarmi via, di darmi le botte, mi sono battezzato per questo e adesso Dio è nel camion?

E le suore si fanno il segno della croce, il bambino piange e urla, e i soldati lo prendono, e poi uno di loro fa una cosa, una cosa che s’è ripetuta da altre parti, a Parigi, a Varsavia, sì, spara contro lo specchio, e nessuno ha mai capito perché lui e gli altri l’abbiano fatto, se per annientare anche la materia morta che però aveva la colpa d’aver riflesso un giudeo vivo, o al contrario per non doversi guardare mentre facevano una cosa mostruosa a un bambino, chissà, ma nemmeno gli spari servono a tenerlo buono, anzi, Samuele si dimena e morde e scalcia ancora di più, e mostruoso oppure no, tra un po’ gli devono picchiare il calcio del fucile sulla testa per calmarlo, per cui quando entra Ginevra e lo prende in braccio e lo porta fuori, nessuno osa rimproverarla, nessuno le chiede, Ma come hai fatto a entrare qui? Chi è il coglione che t’ha lasciata scendere dal camion? Los, los, per carità, va bene così.

E nel momento in cui i camion partono e lasciano nel giardino gotico solo una nube di polvere, quella storia diventa di tutti, e allora Villa Venier adesso ospita un Museo in ricordo della Shoah, dove vengono i ragazzini e una guida racconta loro che tutti gli ebrei sono stati deportati ad Auschwitz, e che di loro non è tornato praticamente nessuno, e sì, ci finiscono dentro nel racconto le camere a gas e i forni crematori, ma in modo generico, senza specificare per non impressionare troppo.

Ma pochi sanno che il viaggio delle carni stipate, nude, lacerate, con un solo secchio d’acqua putrida per vagone, non doveva mai fermarsi, nessuna sosta, avevano ordinato da Berlino, e che nelle cataste dei corpi svenuti e spaventati, si erano accordati che i più giovani stessero sopra, perché i loro bisogni che infradiciavano chi stava sotto tanfavano di meno e perché i vecchi così non dovevano far troppi passi per fare la roba loro in quello stesso secchio da cui tutti avevano prima bevuto; e pochi sanno che l’unica sosta è stata in mezzo alla campagna polacca, che era quasi l’alba e li hanno fatti scendere e c’era un altro treno di fianco al loro, da cui sono venuti fuori esseri piccoli, gonfissimi e pieni di rughe, e da lontano i contadini del primo mattino hanno pensato a dei nani e invece erano bambini, bambini che venivano da Drancy, ed erano le piaghe e l’herpes rampicante da tutte le parti a farli assomigliare a degli gnomi avvizziti e nessuno sa che Ginevra ha saltato il binario per raggiungerli e che s’è presa un pugno nella tempia per averlo fatto, ma poi qualcuno ha lasciato correre, Los, los, ci servono volontarie in quel kinder mattatoio, lasciatela andare, fatela ripartire con loro, e così lei ha fatto, perché poco dopo Villach sua nonna Emma le era morta tra le braccia e Anna le aveva detto, Va’ via, lasciami sola, e fino ad Auschwitz lei ha fatto ballare gli gnomi fischiettando il Danubio blu di Strauss e ha provato a farli parlare, a farsi dire i loro nomi, per memorizzarli e svegliarli tutte le volte che s’accorgeva che stavano per cedere, perché se chiami uno per nome lo fai sentire importante e gli dai un motivo per non morire, ma molti di loro erano così piccoli da non saperlo il loro nome, alcuni di loro erano così piccoli che il nome a quell’età è solo Mamma, mamma, mamma, e No, vi prego, non chiudete gli occhi, non li chiudete, dormite quando arriviamo e siamo arrivati ormai, e invece loro s’addormentano, s’addormentano tutti, sì, anche Samuele, tra gli ultimi a spegnersi e un attimo prima d’andare in pace e al buio, le sorride e le dice, Scusami, principessa.

E con il naso dentro il cancello, il ragazzo che non è più un ragazzo li vede nitidi e perfetti, Almo e Marino, che sono ancora lì e che da lì non se ne sono mai andati. Stanno come lui con le mani sulle inferriate, e le labbra che toccano il ferro, e vede suo nonno ingrassato e con una brutta cera e suo zio più magro di quando è tornato dal confino, si è subito precipitato là appena l’hanno mollato dal carcere di Gaeta, in fondo il secondo svenimento di Adele può aspettare.

Ma adesso non si tratta più di sentirli lontani, e nemmeno di sentirli ostili, semplicemente il ragazzo che non è più un ragazzo è arrivato nel punto morto, nel punto in cui le vite dei due fratelli hanno poco da dire, perché da lì in poi loro spariscono, e spariscono perché non si parlano più dentro il silenzio buono, ma si ignorano dentro un silenzio cattivo, e il silenzio cattivo parte proprio da quel posto, nel momento in cui Marino si prende la colpa di non aver protetto Ginevra e Almo non glielo perdona, e allora Marino diventa uno di loro, un fascista punto e basta e Almo resterà sempre uno degli altri, un comunista punto e basta.

E per la verità c’è un’ultima cosa tra di loro, una cosa che sembra appartenere al silenzio buono, ma il ragazzo che non è più un ragazzo non ne è sicuro, perché più ci pensa e più gli appare come la parificazione d’un conto da parte di qualcuno che non vuole avere debiti con il nemico.

E così, lì, su quel cancello, decide di non cercarli, di non chiamarli più, li ascolterà se vorranno parlargli, ma non farà come loro, non resterà tutta la vita sospeso in quella valle di lacrime a chiedersi come sarebbe andata se fosse andata diversamente, perché da quel punto morto in poi ci vogliono occhi diversi, come quelli dell’aguzzino a Gaeta, per raccontare ciò che rimane della storia, e se lui continuasse a stare dentro suo nonno o suo zio, non farebbe altro che ripetere ciò che ha già raccontato, e anche decidere il nome di suo figlio attraverso di loro significherebbe chiamarlo come una storia già vissuta e non come una ancora da vivere, come una condanna e non una speranza, come un compromesso e non una rivoluzione, e siamo sempre lì.

Avrebbe dovuto fermarsi prima, il ragazzo che non è più un ragazzo, e scegliere il nome, Almo o Marino, in base a uno dei loro momenti da eroi, uno dei giorni della giovinezza in cui l’hanno combinata grossa e gloriosa, quando hanno distrutto Villa Malanesi o hanno preso a pugni un comandante. I giorni in cui ancora pensavano di vincere, di essere loro, solo loro il punto di vista giusto.

Si stacca dalla villa e gira le spalle anche a loro, che lo guardano dolenti e un poco delusi, e in quel gioco crudele che deve essere la vita come appare a un fantasma, protestano sottovoce perché il loro ragazzo non ha nemmeno lasciato un fiore per Ginevra, e invece, all’improvviso, lo vedono tornare indietro e mettere sotto un tombino coperto da un pezzo di legno, un pacco di lettere, che sono quelle di Almo per lei, quelle mai inviate dal bosco di lecci, e finché qualcuno non le troverà saranno la sua pietra d’inciampo, in memoria di una ragazza che ad Auschwitz è morta il 5 settembre 1944, forse gasata, forse d’infarto, forse fucilata per aver aggredito la kapò che le voleva sfilare un cappotto nero, e ci vorrebbe un altro punto di vista per togliere quel forse, lo stesso per dare il nome a suo figlio.