Marmaglia innamorata

Aprile 1933

Quando scorge i capelli rossi sfilare dietro al cancello, pensa che no, Cristo d’un Dio contadino e operaio, non può essere lei. E mentre si tira su dalla carriola piena di zolle e ortiche, tutto intruppato di sudore e lordume palustre, pensa che anche il suo personalissimo modo di sacramentare è fin troppo complimentoso.

Il Signore non si merita proprio d’essere chiamato con il nome dei proletari, ché, anzi, per quelli non ha il minimo rispetto.

Insomma, quando abitava in città e in villa, lei non s’è mai fatta vedere, adesso che invece sta nel bovarissimo paesello, Ginevra Trevi viene a fargli visita. E non solo: l’evento miracoloso e amoroso mica lo coglie in maniche e camicia pulite, mentre ispirato legge o scrive sotto il tiglio. No, la principessa ebrea lo doveva sorprendere nell’oscenissimo atto dello sgobbo sulla terra, nella svilente posa del bracciante che, quando finalmente riesce a raddrizzar la schiena, può per l’appunto solo bestemmiare. Dio non c’è. E se c’è, manco è borghese o fascista. È mezzadro, che sono i peggiori.

Il problema è che Almo non può nemmeno far finta di niente e dileguarsi dietro casa. Perché Ginevra gli dice: “Buongiorno,” e subito dietro arriva la voce di sua nonna Emma che chiede: “Disturbiamo?”

Se non altro l’imbarazzato rossore si confonde con quello della fatica e del sole che scotta come in un pomeriggio di luglio, e allora lui va incontro alle Trevi e le fa accomodare in casa.

Non appena le ha rese all’ospitalità di Adele, corre su per le scale, sperando che la sua camicia più elegante, quella bianca con il collo largo e le punte che si tendono fin quasi alla linea delle spalle e sortiscono l’effetto di nascondere un poco la sventola delle sue odiate orecchie, sia stata lavata e stirata da Cesira.

Torna giù in pochi minuti, con le orecchie ridotte, le ascelle asciutte, il viso e i capelli liberi dalla terra.

La porta dell’ingresso è rimasta aperta e Almo scorge Ginevra che passeggia in giardino; in cucina, invece, Adele sta conversando con la vecchia Emma.

“Non mi sarei mai aspettato di vederti qui,” le dice raggiungendola nell’aia.

“Mia nonna ha insistito tanto perché la accompagnassi,” Ginevra gli risponde con lo stesso sorriso di quando accoglie un cliente in merceria.

“Be’, ha fatto molto bene,” trova il coraggio della lusinga, ma non di guardarla negli occhi mentre la dice.

Lei sembra non averlo sentito. Si china per sfiorare con un dito una ginestra.

“La mia preferita,” è così lenta e profonda la sua voce, suona in modo così palesemente malinconico ad Almo, che Ginevra sembra quasi destinata a non veder più un fiore.

“Spero non ci siano problemi,” prova a indagare Marinelli. “Nella vostra famiglia, voglio dire.”

“Siamo venute proprio per capirlo,” lo guarda con un’intensità quasi cattiva.

“Capire che cosa?”

“Mi porti al fiume? Vuoi?” gli chiede e il sorriso stavolta è molto diverso da quello bellissimo ma fasullo che usa in negozio.

È bellissimo e basta.

“Troppi orecchi, negli ultimi giorni,” attacca Ginevra, non appena sotto i loro piedi si spalanca l’Adige.

“Orecchi?” le chiede stralunato Almo.

“Era già successo, ma poche volte. Adesso invece capita ogni giorno. Soprattutto alla nonna, perché sanno che è vecchia e che non può correre dietro a nessuno. Delinquenti...”

“I fascisti?”

“La maggior parte sono ragazzini. Poco più che bambini. Ci incontrano per strada, vengono addirittura in negozio e stringono con una mano la falda della giacca o del cappotto. In modo da ottenere la forma dell’orecchio del maiale. Fanno un grugnito, ci ridono in faccia e poi scappano via.”

Ginevra invece si ferma. È tutto perfetto. Il suo abito a fiori bianchi e blu, il cappellino azzurro con il fiocco giallo, le calze bianche ricamate; il cielo, il fiume, i campi di fiori di soia che sono vestiti uguali a lei e Almo che può finalmente giocare le sue carte, perché è molto cambiato dall’ultima volta che si sono visti; ha perso un padre, un fratello e un amico. E solo chi ha perso tanto, può conquistare tutto.

“Hai paura?” le chiede.

“Non lo so; forse dovrei,” gli risponde e ricomincia a camminare lungo l’argine. “Abbiamo un cugino che abita vicino a Dresda; dice che Hitler ci odia e siccome non fa altro che magnificare Mussolini...”

“Lui ti piace?”

“Chi?”

“Mussolini.”

“Certo che mi piace,” risponde quasi stizzita. “Ha fatto tirar su la testa alla nostra patria. L’ha rimessa insieme. Le ha dato orgoglio, forza. Ci fa sentire importanti, soprattutto noi donne. E i poveri... anche per i poveri sta facendo tanto. Tu non lo puoi sapere; ma nessuno capisce i poveri come noi donne.”

“Non proprio nessuno,” dice composto, anche se quel panegirico al Benito da lei proprio non se l’aspettava. “Il Comunismo capisce i poveri meglio di chiunque altro; fidati.”

“Ah, davvero? Allora ti racconto questa. L’altro giorno in negozio entra la signora Bonamore; ha sei figli e il marito che lavora nei campi sotto padrone. Sai dove manderà in vacanza, quest’estate, quattro dei suoi ragazzi? In colonia, ai Lidi di Romagna. E non spenderà una lira. Anche l’anno scorso ha fatto così. Mi ha raccontato che la cosa più bella è che in colonia mica ci sono solo i figli dei poveri; ci sono anche i figli dei ricchi. Ma sono tutti uguali. Dormono nelle stesse camere e mangiano lo stesso pane. Chi altro ha mai fatto questo per il suo popolo? Un comunista... questo Togliatti, per esempio, a cui non va mai bene niente... lo farebbe?”

Il cielo non è più così terso. C’è uno sciame di foschia che sale dal fondo del canneto.

“Oh, non è che ti piace; tu l’adori proprio Mussolini,” Almo sorride sprezzante, si accende una sigaretta nervoso.

“Sono italiana, prima che ebrea,” Ginevra ribatte altezzosa.

“Anche tua nonna e tua madre la pensano come te?”

“Sì, assolutamente.”

A guardarli bene anche i fiori di soia sui campi sono di un giallo bolso. E il vestito di lei ha delle macchie all’altezza della pancia.

“Perché allora vi preoccupate tanto?” sembra irriderla, in verità è molto deluso. “Se il Duce è il sant’uomo che dite, volete che all’improvviso si metta a odiare gli ebrei solo perché glielo chiede Hitler?”

“Vogliamo solo che il Duce, il partito, tutti quanti sappiano che noi siamo amici loro. Siamo pronte a fare un proclama. Noi e tutta la comunità: viva il Fascismo e viva gli ebrei fascisti.”

Adesso anche il fiume gli sembra un torbidume di pantegane e legni. Come le gambe di Ginevra. Insulsi pali anche loro.

“È stata di mia nonna l’idea,” continua Ginevra. “Andiamo a trovare Marino Marinelli. Raccontiamogli di questa brutta gente che ci maltratta e della nostra fedeltà. Lui saprà cosa fare.”

Se prima era deluso, Almo adesso è arrabbiato. E offeso. Ginevra Trevi è una fascista convinta e non è venuta lì per lui.

Diventa allora un immenso piacere poter ammazzare il suo entusiasmo.

“Avete fatto un giro a vuoto,” le dice. “Marino non abita più con noi da molto tempo.”

“Ma tornerà adesso, vero?” gli chiede sempre con quel tono innervosito di chi è costretto ad affrontare l’ovvio.

“E perché dovrebbe tornare?”

“Se non dorme da voi, dove andrà ad abitare? Lo sai?” lo incalza con ansia improvvisa.

“Ginevra, perdonami; ma che domande mi fai? A Treviso. Lui sta a Treviso.”

“Oddio, scusami. Scusami davvero,” agita le mani e in quell’agitare ci sono tutte le voci sui litigi di quella famiglia, che lei ha sentito, ma che non ha considerato abbastanza. Se l’avesse fatto, non avrebbe mancato di tatto così.

“Tu proprio non lo sai. E magari neppure tua madre. Nessuno della tua famiglia lo sa.”

“Che cosa dovremmo sapere?”

“Tuo fratello è stato nominato segretario del partito.”

*

Quello che doveva essere il Ballo di Primavera, diventa, a tutti gli effetti, la festa in onore del nuovo segretario.

E così il Gabinetto di Lettura si ingagliardetta di nero fin sui cristalli; e per fortuna che ci sono gli abiti delle signore a dare un po’ di colore, perché anche i fiori, personalmente scelti dalla podestadessa Rossella Bonaldo, sono un lugubrume: tutto un bluastro pecioso nei vasi, un violaceo che sta sì bene accanto all’argenteria, ma al turibolo dell’incenso.

Non dico mazzi di rose ma, che ne so, una margherita, un tulipano, niente, e così il maresciallo Aricò, quando entra, si mette subito la mano nei sacrosanti superstiziosi cannoli siciliani, e un attimo dopo il marito della Rossella, il podestà vero e proprio, si limita invece a far le corna dietro la schiena, complimentandosi a trentadue denti con la consorte: “Davvero perfetta, cara,” per poi aggiungere, una volta che lei s’è girata: “La veglia funebre.”

Sono state recuperate e inchiodate, all’entrata della Sala degli Specchi, due gigantografie del convitato di pietra cor mascellone d’acciaio: anche il Duce, immortalato con una specie di fez in testa, saluta il nuovo segretario. E per la verità, l’ufficio del podestà è pieno di scatoloni con quei poster. Ma la pubblica affissione è stata sospesa; per colpa dei soliti nottambuli manigoldi che, bisogna ammetterlo, con una mano niente male, hanno disegnato sopra il faccione una tazza del cesso, lasciando invece intonsa la cordicella che corre giù dalla stramba feluca, tramutata nella catenella d’uno sciacquone.

Ma stasera non c’è niente da temere, anzi, a giudicar dal futìo di giovinezza presente che, ultimamente, al regime aveva detto “assente”, sono i manigoldi che devono cominciare a tremare.

E sono tutti lì che l’aspettano, l’astro nascente del rinascente Fascismo; il prefetto Fazioli, il vescovo Desiati, il federale nonché padrino particolare Cavina, Ivaldo Bocchini appena designato nella segreteria del Ciano Galeazzo e la pletora al completo del sindacato e delle corporazioni.

Tant’è che all’ultimo è stato deciso di tramutare la Stanza dei Velluti dove si gioca a scopone in una saletta riservata per gli habitué del potere. E lì come nell’androne e nella sala da ballo, tra i ducetti che s’abbuffano di tartine come tra i ragazzi che si scatenano nei valzer e nei fox, si respira un’aria selvaggia di sudore e brillantina; ’sto ostia di Marino Marinelli ancora non è venuto e non ha parlato, eppure la sua nomina è bastata ad accendere l’entusiasmo, a ridare energia.

Certo, l’entrata in scena del bello mica tanto ma tenebroso di certo nuovo segretario è per molti già una tribolazione. Tanto per capirci; Ettore Rocca aveva promesso alla podestadessa Rossella che, cinque minuti prima dell’arrivo di Marino, l’avrebbe avvertita. Dandole così il tempo di salutare l’autorità con le degne fanfare; secondo i piani acustico-scenografici, le trombe di ben cinque grammofoni, con allineamento simultaneo delle manovelle, avrebbero dovuto dismettere ogni suono d’intrattenimento per diffondere potentissimamente Giovinezza. E i camerieri, non appena Marino si fosse affacciato nel corridoio, avrebbero dovuto stappare venti bottiglie di champagne, ai cui tappi sono state legate nuvole di palloncini neri destinati ad attraversare gli antichi soffitti, per volar fuori verso la piazza Maggiore.

Naturale poi che il discorso di Marinelli fosse previsto in due parti ben distinte; il primo, quello politicante ma assai importante, doveva essere un’amabile conversazione nella privata stanza di lor signori i bottonari; il secondo, invece, quello politico, ma chi se ne chiava di quel che dice, doveva consistere in un appassionato saluto ai giovanotti, sul palchetto della Sala delle Feste.

E invece Ettore Rocca irrompe nella Stanza dei Velluti, senza nemmeno bussare.

“Siamo qui,” dice con un sorriso stretto e subito sparisce.

Non passano dieci secondi che dalla scalinata sembra venire su una mandria di cavalli; uno sbattere di ferraglia, anfibi e stivali, con degli scossoni ai muri che, nella saletta di quelli importanti, al principe Giovannini gli torna il coccolone della vecchia spedizione punitiva: “Ma è venuto qui per parlare o per distruggere tutto?”

Allora il podestà in testa, dietro il vescovo e poi gli altri, mettono il muso fuori e per poco non vengono travolti dalla fiumana che puzza peggio d’una mandria di cavalli; perché, intorno al Marinelli, non ci sono solo Rocca e altri ragazzi in camicia nera, ma anche operai che hanno appena staccato dall’Utita, con i grembiuli tutti imbrattati d’olio da macchina; e ragazzetti sì e no di quindici anni che sembrano I mangiatori di patate di Vincent Van Gogh: i pantaloni corti, le scarpe rotte, i denti marci e le vesciche da stalla fin sul naso.

Ci sono anche una decina di ragazze che ci vuole un po’ per metterle a fuoco, tanto la fatica sui campi e nelle fabbriche ne hanno svilito la gentilezza delle forme e soprattutto dei capelli, ridotti a ciocche sfibrate.

“Scusa, Ettore, ma Marinelli non viene prima da noi?” per un attimo il podestà Bonaldo riesce a intercettare Rocca.

“No; il segretario ha deciso che parlerà a tutti nella Sala delle Feste,” gli risponde.

“Ma come si fa?” protesta Bonaldo. “Non vorrai mica che portiamo il vescovo in mezzo alla calca?”

Non ottiene risposta e può solo seguire la coda di quella parata di pezzenti che si porta via anche il panico furibondo della podestadessa che non fa altro che urlare: “La musica! La musica! Le bottiglie! I palloncini!” e tira per la giacca i camerieri, le amiche, e scalcia il povero marito. “Hai rovinato tutto! Hai rovinato tutto!” si mette a piangere isterica e lo sciagurato Bonaldo la lascia al maresciallo Aricò che, tanto più adesso che Ettore Rocca diverrà il braccio esecutivo del partito, sa perfettamente che quella sarà la vera funzione sua e di tutti i carabinieri; consolare le femmine, vittime, a vario titolo, del Fascismo.

Prima di salire sul palco, nella sala gremita che all’improvviso si fa silenziosa e anche un po’ turbata dall’irruzione di ’sta manica di pellegrini appestati pellagrosi, Marino si assicura che il suo esercito trovi spazio nelle prime due file.

Non un saluto alle autorità, figurarsi ai prelati. Non un “buonasera”, un “grazie” a nessuno. Attacca subito con la solennità di chi annuncia una guerra.

“Siamo qui per dimostrare che il Fascismo ha innanzitutto una missione; fare degli ultimi, i primi. Siamo qui per dire che un luogo come questo, nobile circolo della cultura risorgimentale, a cominciare da stasera, risorgerà per davvero. Non temete; continuerà a essere esclusivo,” fa una pausa, poi tuona all’improvviso. “Sì, escluderà tutti coloro che sfruttano le lavoratrici e i lavoratori! Escluderà coloro che vogliono tramutare la sacra idea fascista in un’appendice del capitale! Escluderà tutti coloro che puzzano di colonia francese, inglese, di talco da preti! E includerà invece le donne e gli uomini che profumano di lavoro, di fatica e di giovinezza piegata sui libri!”

Impazza l’applauso scrosciante; dei borghesi alti e piccoli, degli straccioni davanti e dei camerieri fuori.

“Eccessivo. Eccessivo e maleducato,” commenta il prefetto Fazioli che proprio non ha digerito il fatto di non essere stato citato.

“Però, affascinante,” batte le mani sua moglie.

“Porca puttana,” bofonchia il podestà a Ivaldo Bocchini. Applaude e ripete: “Porca puttana,” e mica si capisce se vuol dire “finalmente” oppure “questo ci porta tutti nella merda”.

L’unico tra i notabili il cui rossore in viso non è d’imbarazzo ma di immensa goduria è Cavina, che non vuol smettere proprio di godere.

“Mi sembra poco convinto; anzi, lei mi sembra piuttosto contrariato,” dice al vescovo Desiati che gli è a fianco.

“No, assolutamente,” gli risponde quello intimidito. “Sono abituato ad ascoltare e poi a riflettere prima di esprimermi.”

“E che c’è da riflettere? Non vede? Il nostro segretario è entrato qui come nostro Signore nel tempio. E nessuno come lei dovrebbe compiacersene. Lo sente? Parla come il suo caro Vangelo.”

“No, come il suo caro fratello.”

La voce, nel labirinto di suoni, è arrivata da dietro.

Cavina s’è subito girato. Ma ha fatto appena in tempo a vedere una tarchiata figura dalla testa pelata che prendeva, di fretta, l’uscita.

Trattasi di Massimo Valerio. Uomo di Calore. Anzi, più esattamente, il terzo uomo: era lui alla guida della macchina che, per tre volte prima che il gallo cantasse, è passata sopra ad Angelino Montato.

*

E per la verità, mentre racconta gli eventi della festa, anche lei sembra reduce da un grave incidente.

Vincenza Migliorini, sorella del compagno Ulisse, ha due borse sotto gli occhi che sembrano lividi da pugni più che tracce di bagordi.

“Eppure, quando tuo fratello è salito sul palco...” dice sognante, dondolandosi nell’amaca sospesa tra le travi del ballatoio. “Mi ha guardata; te lo giuro, ha guardato solo me. E mi ha anche sorriso.”

Giù, nel pagliaio, Cosimo e Gino se la ridono in silenzio. Solo Almo non sembra per niente divertito. Come sempre, quando gli parlano di Marino.

“Poi però, circa a metà del discorso, io ho capito che c’era qualcosa che non andava,” continua Vincenza. “Perché all’inizio, lui parlava e si voltava di qua e di là, da una parte e dall’altra, per dar l’impressione di rivolgersi a tutti. Ma a un certo punto, basta. Fissava solo un angolo della sala.”

“Che non era il tuo,” la canzona Cosimo.

“Che non era il mio,” gli fa eco lei. “E però Marino guardava quel punto esattamente come stai facendo tu. Che da là sotto provi a indovinar il colore delle mie mutande.”

“Porta a casa,” Cescon fa una carezza al viso paonazzo di Ferrigo. “Da chi è stato ipnotizzato il Marinelli Sbagliato?”

“Fa che non sia Ginevra Trevi, fa che non sia Ginevra Trevi...” prega tra sé Almo. Senza nemmeno provare vergogna, adesso che gli conviene, di chiedere la grazia al tanto vituperato Deuccio Mezzadro.

“Letizia Leoni,” risponde Vincenza con un sospiro.

“Vabbe’, te lo meriti. Promosso a padrone. Anzi, piccolo borghese.” Almo ringrazia il Cielo.

“Eh no, puttana miseria!” esplode Cosimo con un allargo disarmato di braccia. “Non t’offendere, Almo mio; tuo fratello è proprio una merda.”

“Ma chi è ’sta Leoni?” chiede Gino. “Mica sarà parente di quello che gestiva tutti quei campi vicino a Barbarano e che s’è mangiato il patrimonio al gioco?”

“Bravo, la nipote,” conferma Almo.

“Però non è giusto. E del resto dal capo dei fasci che c’era da aspettarsi? Voglio dire: Marino se ne sta fuori non so quanto tempo, torna e che fa subito la prima sera? Si porta via la nostra Greta Garbo,” dice Cosimo.

“Uh, addirittura, e che sarà mai?” ribatte Cescon, che vuol provocare Vincenza.

“È più bella ancora della Garbo,” sibila sconsolata la piccola Migliorini. “Contro una così, come si fa?”

Si alza e scende lentamente dalla scala a pioli, visto che deve tenere la mano sinistra stretta alla gonna, per evitare pruriginosi svolazzi.

“Ma lo sai, Gino, in quanti c’hanno provato con quella?” Cosimo è un fiume in piena. “Persino un conte dei miei coglioni, parente dei Volpi, sì, quelli di Venezia; e da quello che dicono, niente. Manco una slinguazzata sotto il Ponte dei Sospiri. Poi arriva questo e zac... Ma non poteva starsene a Treviso?”

“Un attimo, Cosimo,” prova a rincuorarlo Cescon. “Se il Marinelli Sbagliato è innamorato, mica vuol dire che è ricambiato.”

“Ostia, in rima; complimenti, maestro,” gli sorride Ferrigo.

“Ricambiato eccome,” Vincenza, con un piede già nel cortilaccio, tronca ogni speranza. “Se ne sono andati insieme, alla fine. E Marino ha fatto di tutto per non perderla in mezzo alla folla.”

“Be’, non esageriamo,” Cosimo s’irrigidisce. “Ci sarà stato pure un bel carnaio al Gabinetto di Lettura, ma, ora, addirittura parlar di folla, lì dentro...”

“Non lì dentro,” lo interrompe la Migliorini. “Sulla piazza. Ad aspettarlo fuori c’erano almeno cinque volte le persone che stavano alla festa. Giovani, ragazzi, non vi dico. Roba che ho pensato: ‘Ma siamo così in tanti ad aver vent’anni da queste parti?’

“Be’, vado in centro a farmi ancora del male. Di sicuro mi diranno che il fidanzamento è già ufficiale.”

Vincenza sbatte il vestito con le dita per togliere polvere e pagliuzze e sparisce nel pomeriggio che odora di soia e di nontiscordardimé sui campi dove il giallo e l’azzurro fanno a botte e grovigli.

“Guardiamola da questo punto di vista: se non altro, la sorella di Ulisse rimane dei nostri,” ironizza Gino Cescon.

“E mia madre dovrebbe restar moglie di mio padre,” aggiunge Cosimo Ferrigo.

Geniale precisazione gramsciana che, in altre occasioni, avrebbe travolto tutti in una risata senza fine. E lui, invece, no. Non li ha nemmeno sentiti.

“Dobbiamo fare qualcosa,” dice secco. Ed è così smisurata la rabbia che cova dentro, che – come sempre accade agli uomini che provano qualcosa di troppo grande per i limiti della loro carne – il viso sembra senza espressione.

“E cosa?” chiede Cosimo, quasi impaurito.

“Qualcosa di sbagliato,” risponde il Marinelli Giusto.