Il ragazzo che non è più un ragazzo si ferma a due metri dalla quercia.

Più o meno deve essere stato quello il punto in cui il fotografo s’è posizionato per scattare.

E anche il cielo di varechina, gli alberi spogli e il parco che gocciola umidità e fanghiglia in attesa di un’altra pioggia: tutto come allora.

Non la villa, che è coperta dalle impalcature per una scossa di terremoto che, un anno prima, l’ha fatta barcollare.

Villa Kunkler è adesso in mano a una società che costruisce vetri e parabrezza per la BMW e la Mercedes. Qualcuno dice che uno dei soci voglia andarci ad abitare. Oppure che l’affitteranno per matrimoni, convention, feste private.

Il ragazzo ha fotografato con il cellulare il ritratto, che suo padre conserva in un cassetto del suo ufficio. Per zoomare sui visi, i vestiti, i dettagli. Ingrandimento di giovani fantasmi.

Parte da sinistra; nel display, appena fuori dal raggio della quercia, si vede Cesira: la gonna larga, il viso paffuto, i capelli lisci e corti con un accenno di frangetta. Tiene le mani dietro la schiena e sorride. È felice; tranne i più piccoli che hanno visi illuminati da una raggiante incoscienza, è l’unica, tra i grandi, a sembrare felice.

Forse Cesira non se l’aspettava: aveva capitanato le operazioni di vestizione e di acconciatura delle figlie; aveva fatto in modo che si disponessero sotto l’albero, in ordine, impedendogli di allontanarsi e di giocare. E quando tutto era pronto, s’era messa in disparte, dietro al fotografo. Ma prima Adele e poi Carlo, l’avevano richiamata: “Che fai lì? Devi esserci anche tu.”

Sarebbe altrimenti un ritratto di nobili, senza. Ma con la governante, i posteri non avranno dubbi: sì, questa è una famiglia socialista.

Il ragazzo, con il pollice sullo schermo, muove lentamente l’immagine verso destra. Ecco Adele: il viso tirato ma bellissimo; gli occhi scuri, arguti, il naso piccolo all’insù e un cammeo fin troppo grosso, in quel corpo che è tutto una dolcezza e una miniatura, che le spilla la camicia. E poi Carlo: la giacca e la cravatta, probabilmente, d’un marrone scuro; i baffi lunghi, impettiti e l’espressione seriosa, a metà tra il condottiero e l’intellettuale.

Al suo fianco c’è Almo: un ragazzino piuttosto alto per aver dodici anni; capelli folti e castani, corti sui lati; le orecchie un po’ a sventola, il naso pronunciato e uno sguardo così chiaro che si perde nella abbacinata sgranatura della foto.

La sua testa è, quasi innaturalmente, piegata verso la spalla del padre. In quella disposizione simmetrica, la cui scansione dello spazio che divide i corpi sembra essere stata misurata con un metro, tanto è uguale e precisa la distanza fra tutti, Carlo e Almo sembrano una foto a parte.

Come se all’ultimo, un attimo prima dello scatto, il padre con quel braccio sinistro che non si vede, avesse afferrato il fianco del figlio e l’avesse portato più vicino a lui.

Un istintivo gesto di elezione, di preferenza, perché subito dopo, il viso buono di Sergio, la cravattina di Orio e la timidezza del piccolo Faliero, riprendono a susseguirsi nell’ordine perfetto.

Davanti, ci sono le figlie. Nina, la più grande: è molto seria, indossa un cappottino nero e tiene in braccio Mara di cui, tra il fagotto in ciniglia che la avvolge e la cuffietta in pizzo sul capo, si riesce a scorgere ben poco.

Anche le altre due non fanno una gran figura: Maria, con i capelli corti e un naso poco gentile, sfoggia un sorriso troppo finto; e Lara, con il vestito a fiori bianchi e blu, imbronciata, all’ultimo ha di sicuro voluto fare un dispetto. Allora ha chinato la testa e ha chiuso gli occhi.

In mezzo a loro, c’è Marino: i capelli neri già radi, tirati indietro, il naso aquilino, gli occhi stretti come fessure, la camicia bianca, spavaldamente sbottonata sul petto, nonostante il freddo di gennaio.

Si è abbassato a terra, nella posa dei giocatori di calcio, per mettersi all’altezza delle bambine. Ma la mano destra distesa appositamente sul ginocchio svela il motivo della sua posizione lontana e diversa rispetto agli altri maschi.

Il ragazzo che non è più un ragazzo, grazie allo zoom, riesce a vedere tra l’indice e l’anulare del nonno, lo strappo sui pantaloni. Quel buco che, nel momento stesso in cui Marino ha flesso le ginocchia per nasconderlo, deve essersi ulteriormente allargato.

Ma di chi sono quei riccioli biondi? Di chi è quel viso tanto diverso da tutti gli altri? Di chi quegli occhi così grandi, quel sorriso così divertito e quella cicatrice sulla guancia? Chi è il ragazzo appoggiato al fusto della quercia che chiude la fila dove c’è Marino ma che guarda verso Almo? Anche la sua età sembra stare in mezzo: quattordici, al massimo quindici anni.

Torna nella casa dei genitori. Ma suo padre non c’è. Allora chiede alla madre. Le mostra la foto e Giovanna non gli fa nemmeno finire la domanda.

“È un mistero,” gli dice. “Nessuno ha mai capito chi sia. La prima volta che ho visto questa foto è stata più di trent’anni fa. L’aveva portata Mara, la più piccola della famiglia, a tuo padre. Mara non si ricordava chi fosse questo ragazzo; un allievo del bisnonno Carlo a cui dava lezioni private o forse un vicino di casa. Eppure non appena ho visto questa faccia, mi son detta: ‘Io l’ho già incontrato.’ E mi è venuto in mente.

“Avevo sedici anni e un mio professore mi mandò, quell’estate, nell’ufficio del nonno Marino a far da segretaria. Fu lì che conobbi tuo padre. Il nonno aveva problemi al cuore ed era già piuttosto malandato; in udienza non andava quasi più; oddio, non che facesse differenza, perché, come avvocato, era un disastro.

“Però mi voleva bene; subito, dal primo momento, ero diventata la sua Giannina. E mi raccontava cose che a sua moglie e ai suoi figli non aveva mai detto.

“Un giorno, mi fece vedere una foto. Nella biblioteca di Marino, da qualche parte, deve esserci ancora. Non ricordo in quale città fosse stata scattata: lui era vestito tutto di nero, magro che non ti dico e aveva vicino lo stesso ragazzo che stiamo guardando ora.

“Non mi disse chi era. E io non glielo chiesi. Me l’aveva fatta vedere per un altro motivo: voleva dimostrarmi che anche lui aveva avuto vent’anni, il fisico senza pancia e che, ai bei tempi, una di sedici come me, per quel bell’imbusto lì, avrebbe perso la testa.

“Mi disse: ‘Non avevo niente. Non sapevo come mettere insieme il pranzo con la cena e dovevo scegliere tra il cuscino e la coperta. Ma ero felice. Me ne ero appena andato di casa.’”