No, non è rimasto seduto sul gradino del numero 16 fino all’alba, ma fino alle quattro sì, e cioè nell’ora in cui Marino, lassù, al numero 7, è stato rapito dal sonno.

E il ragazzo che non è più un ragazzo ha affrontato il mostro, l’ha letto e riletto, sfruttando l’unica luce del lampione in via della Madonna dove i passi son spariti e al loro posto si sono scatenati gli aghi battenti del telegrafo: Crrr Crrr, si allega Ordinanza della Commissione, Crrr Crrr, Certificato di Nascita, Cartella Biografica, Crrr Crrr, dalla Prefettura al Ministero dell’Interno, Crrr Crrr, Certificato Medico e Situazione di Famiglia, Crrrr Crrrrr, dal Protocollo di Padova a quello di Roma, Verbale di Notifica dell’Ordinanza, Rapporto della questura e dell’Arma, Crrr Crrr Crrrrrrrrr, Comunico infine che il Marinelli Almo è celibe, non ha beni di fortuna, è di misere condizioni economiche e poiché lo stesso è pericoloso si ritiene necessario sia assegnato in colonia, a Bosco, provincia di Sassari, per anni cinque.

Torna a casa, si siede sul letto, accanto a Katiuscia che dorme leggera come sempre quando lui è via e non le ha dato notizie, e lei apre gli occhi, gli dice, Pensavo fossi davvero scappato con la russa, e lui non le risponde ma la guarda, la guarda e le fa una carezza, come a scusarsi, perché la battuta di lei in fondo è vera, sì, lui deve scappare, partire subito, ha già controllato il primo aereo che decolla dal Marco Polo di Venezia, e le racconta, le racconta di quello che gli ha detto Cocai, di come sono andate effettivamente le cose, ché a Cocai come andarono veramente le cose gliel’ha detto sul letto di morte e d’un pronto soccorso Ettore Rocca. Con cui il Gabbiano comunista si era finto invece un camerata, di più, un suo giovane attendente in tempo di guerra dalle parti del Gran Sasso. E Rocca, con una gamba già amputata e tutti e due gli occhi sfocati dal diabete, c’era cascato e gli aveva spifferato tutto, anche se forse, un attimo prima di passare di là, gli era venuto il dubbio e allora, per ripicca, ché non si sa mai che quello fosse un rosso impostore, aveva trovato la forza d’alzare il braccio destro e di dire, “A noi.” Aspettando che l’altro facesse altrettanto. E Cocai, pur esitando, pur sentendo un’improvvisa paralisi all’arto ma con un ballare di voltastomaco, alla fine chiuse gli occhi e fece il maledetto saluto romano. “A noi, camerata Rocca,” ed Ettore morì con un sorriso furbastro e assai compiaciuto tra le labbra, perché una volta finito tra le braccia misericordiose del Padre, e cioè di Benito, avrebbe potuto dirgli: “Hai visto? Anche in ’ste condizioni, fino all’ultimo: ho convertito un comunista.”

Prima, Lindo Polonio li aveva cercati entrambi, i fratelli, sia Almo che Marino, ma quelli l’avevano trattato come hanno sempre fatto con i loro figli. Si erano ostinatamente negati, Non mi ricordo, scusami, ho da fare adesso, non mi ricordo, vai via, son pieno di malanni, non sto bene, addio. E a Lindo non gli sembrò vero che Marino, anche negli anni Sessanta, quando tutto era finito e faceva l’avvocato, continuasse a portarsi addosso il marchio dell’infamia, del Caino che ha condannato il fratello, girando per le strade, per i tribunali dove non vinceva una causa, perché nello sguardo di ogni giudice comunista lui era il bastardo fascista che aveva mandato al confino suo fratello, e per i giudici che comunisti non erano, era pur sempre un uomo senza cuore, uno che non ha il diritto di difendere nessuno, se è vero che non ha esitato a sputare sul sangue del suo sangue.

E con Almo era stato peggio, Cocai non era riuscito proprio a incontrarlo. Appuntamenti sempre rimandati all’ultimo.

No, mio padre non c’è, sicuro che le aveva detto di venire qui? gli faceva sulla porta la piccola Libera e allora Cocai aveva provato innumerevoli volte a sorprenderlo, nel bar della sede del PCI, sotto casa, fuori dal tabacchino, ma niente, e del resto chi ha passato metà della sua vita a fuggire dalla polizia segreta, vuoi che non ce la faccia a smarcarsi da uno come Cocai, ma lui non s’era dato per vinto e allora, quando alla moglie di Almo, ormai esausta, scappò che il marito ogni tanto faceva l’amministratore in un albergo di Caorle, il Gabbiano volò sulla terrazza dell’Hotel Miramare e finalmente incontrò lo spilungone invecchiato ma sempre con le orecchie simili ai beccucci delle teiere del Caffè Florian.

E in quel meriggio di settembre con pochi turisti e le onde grosse, avevano passeggiato insieme sulla spiaggia, e Lindo, che tra il vento e l’emozione riusciva a parlare a malapena, gli rammentò la sua storia, di come Almo gli avesse salvato la vita, e Marinelli fumava e tossiva, tossiva e lo guardava e si capiva, si capiva dalla luce sbarazzina e anche un po’ malinconica che tiene ogni uomo in fondo alla pupilla quando rivive un giorno della sua giovinezza, che si ricordava di tutto, ma alla fine, alla fine del lungomare e della storia, alla fine del vento e dell’ultima sdraio vuota prima del pontile, Almo aveva fissato l’orizzonte, e aveva finto, aveva simulato magistralmente due occhi da ebete, da uno colpito da precoce demenza senile.

Mi dispiace, hai sbagliato persona: io non so chi sei.

E mentre butta dentro lo zaino due camicie e un paio di jeans, le mani del ragazzo che non è più un ragazzo tremano perché sente vicino, di nuovo vicinissimo, lo sciabordante silenzio di quel mare ed è come se le sue dita venissero spinte da altre dita, da quelle affusolate di Almo che, in una prigione, sta controllando se Nina gli ha preparato bene il bagaglio per il suo esilio.

“Chiama mia zia, quando arrivi,” gli dice Katiuscia.

E no, non gli chiede che cosa vada a fare laggiù, perché più lo guarda muoversi veloce tra l’armadio e il letto e più le sembra che lui abbia, persino nel tenere in mano le cose, qualcosa di diverso. Katiuscia ha capito che per scegliere il nome di suo figlio e per diventare padre, lui non può più accontentarsi di parlare con i fantasmi. No, lui adesso deve diventare e vivere come uno di loro. Così, per andare in fondo a Marino, diventerà Almo e viceversa. E dei due, a seconda dei viaggi e degli esili, delle prigionie e delle guerre, sarà quello che, in quel particolare momento, è rimasto più distante dalla città in cui sono vissuti.

Allora Katiuscia lo bacia, e lui la bacia. E sì, è anche quello a suo modo un addio. Perché lei sa che il ragazzo che non è più un ragazzo che sta per partire, quando tornerà, non sarà più lo stesso.