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L’ALVEARE
Dentro la realtà virtuale, Cameron stringe la mano di Nia, mentre il mondo crolla.
E fuori, la tempesta incombente sembra fermarsi, prendere fiato e poi esplodere, mentre la luce si riversa sulla città in un’ondata enorme e silenziosa.
Le pulsazioni si propagano attraverso la folla sottostante per poi espandersi come un incendio in tutta la città, inondando ogni rete con l’energia creata per un unico scopo:
La connessione.
Ovunque, le persone si immobilizzano, le loro pupille si dilatano e le menti si svuotano. Gli schermi che hanno davanti, i cellulari, i televisori, i tablet e i laptop, brillano in modo incredibile.
Poi, all’unisono, centomila palpebre sbattono e si aprono su un mondo nuovo di zecca.
Un numero infinito di menti, sospese e unite nell’esplosione di energia impetuosa che Nia ha scatenato mentre crollava.
Un numero infinito di cervelli esaltati da una connessione pura, euforica.
Si riversano nelle strade, brulicando verso il loro destino.
Avanzano insieme, come un sol uomo.
* * *
A chilometri di distanza dall’I-X Center, nella casa degli anziani di Shadyside, Wallace Johnson fa cadere il suo tablet come in preda a uno shock, gli occhi che si spalancano per la sorpresa e poi per la gioia, mentre la rete invisibile si annida perfettamente nel suo cervello. Un’ennesima serata noiosa si è trasformata in qualcosa di interessante: per la prima volta in oltre un decennio, Wallace ha una festa a cui andare. Una vera festa, non come quelle che gli spacciano regolarmente per divertimenti qui, il bingo a tema disco o hawaiano: un gruppo di ottuagenari che indossano collane di fiori comprate da Tutto a un dollaro e si agitano mentre riempiono le loro cartelle con i numeri giusti. In una sera come le altre, Wallace avrebbe trascorso il tempo incollato al tablet, guardando una serie infinita di video su YouTube. In particolare, gli piacciono quelli caricati da coppie in vacanza, dove i giovani bevono piña colada e fanno un sonnellino su spiagge di sabbia bianca, in quel genere di paradiso tropicale che tanto avrebbe voluto vedere. Almeno una volta nella vita, invece di trascorrere ogni dannata vacanza legando i bambini al seggiolino della station wagon per andare a far visita ai genitori di Karen, a Poughkeepsie.
«Quando i bambini cresceranno» diceva sempre lei, dopo che lui aveva proposto di fare un viaggio, solo loro due. Ma Karen era morta a una settimana dal giorno in cui la figlia più piccola si era diplomata alla scuola superiore, e questo aveva chiuso la questione. Nessuna spiaggia di sabbia bianca per lei, e nemmeno per lui. A volte, dopo aver visto un numero di lune di miele tropicali sufficiente da immergerlo per bene nella sua amarezza, inviava a sua figlia una email rancorosa in cui le diceva che, se proprio doveva metterlo in un posto come quello, almeno avrebbe potuto scegliere uno stato in cui l’inverno non durasse otto mesi all’anno.
Ma stasera, be’, stasera è tutto meravigliosamente diverso. Un secondo prima stava guardando un video, e subito dopo eccolo scattare in piedi, consapevole di dover andare in un posto importante.
«Una festa» mormora, allungando le labbra in un sorriso. «Accidenti, sì, farei meglio a sbrigarmi».
Infila in fretta e furia i piedi nei mocassini e prende il cappotto dall’attaccapanni. Normalmente si sarebbe vestito per un evento come quello, ma quando si ferma per chiedersi se indossare o meno una cravatta viene colpito da una nuova ondata di impulsi che quasi lo scaraventa fuori dalla stanza. Niente cravatta. Non c’è tempo. Meglio andare.
Cammina con decisione lungo il corridoio e vola sulla moquette delle scale, seguendo i cartelli illuminati su cui c’è scritto USCITA. Rallenta un attimo rendendosi conto che il suo portafogli è ancora nella stanza al piano di sopra, che non ha i soldi per un taxi né per il biglietto dell’autobus, ma poi riprende a camminare senza guardarsi indietro, sorridendo. Certo, non ha bisogno di prendere l’autobus. Uno dei suoi nuovi amici gli darà un passaggio.
«Non c’è problema» mormora. «Nessun problema».
Passa davanti al banco delle infermiere, girando poi in direzione della cucina e, più oltre, del corridoio di servizio. Non è necessario inventare una frottola per la sicurezza: userà l’uscita dei dipendenti e se ne andrà. Trova facilmente la porta e sta per aprirla, quando una mano gli tocca la spalla.
«Signor Johnson, non può stare qui» dice un’infermiera, con le labbra strette in una linea carica di disapprovazione. Sulla targhetta appuntata al camice c’è scritto JENNA, ma Wallace non la riconosce, e il fatto che mostri il suo nome gli provoca una rabbia irrazionale, così come il fatto che questa estranea abbia fermato il suo slancio quando era così chiaro che lui dovesse andare altrove.
«Lasciami stare» scatta. «Devo andare».
«Deve andare di sopra» dice la donna, e Wallace prova un’altra ondata di rabbia, ben diversa dalla solita rabbia da vecchio che lo attanaglia quotidianamente. Questa rabbia è sterminata, e potente. Si raccoglie dentro di lui come cento pugni chiusi. Wallace si divincola, e lo spazio tra lui e la porta si chiude di pochi centimetri.
«Devo andare da quella parte» dice. «Non capisci. Tu non c’entri».
L’infermiera raddrizza le spalle, allungando una mano per afferrargli il braccio.
La mano di Wallace scatta come un serpente all’attacco e le schiaffeggia il viso.
Lei urla, portandosi le mani alle guance, e Wallace non si fa sfuggire l’occasione. Mette le mani sulle sue, mentre le punte delle dita si curvano intorno alle orecchie, e tira più forte che può, abbassandole il viso e sollevando il ginocchio per colpirla più forte che può. Si sente uno scricchiolio nauseante mentre la rotula centra in pieno il naso dell’infermiera, che cade a terra piagnucolando.
«Non posso arrivare in ritardo» dice Wallace con tono amabile, e prende a camminare a passo spedito nella notte. Non ha mai colpito una donna prima d’ora, ma è divertente constatare che la cosa non lo infastidisce, o almeno non in quel caso, non quando è assolutamente necessario. Dopotutto, lui deve andare in un posto.
Cinquant’anni prima, Wallace aveva partecipato a una rissa durante una partita di baseball del liceo, scattando dalla panchina insieme ad altri dieci come un lupo che si univa al branco, senza neanche conoscere il motivo del litigio, sentendo solo che doveva farne parte, e basta. È passato tanto tempo da quando ci aveva pensato per l’ultima volta, da quando aveva pensato ai graffi, alle botte, al calpestio delle scarpe sul terreno e ai pugni contro la carne, ma ora ricorda tutto. Anche se ha un corpo di vecchio, anche senza sentire nell’aria l’odore del sudore e del sangue. Che sia dannato se non si sente come un soldato che si unisce alla sua squadra, pronto ad attaccare.
E che sia dannato se quella sensazione non è fantastica.
* * *
«Stiamo andando nella direzione sbagliata».
Sei guarda sorpreso Olivia, poi sposta gli occhi sullo specchietto retrovisore, constatando che la grossa nuvola sospesa sull’I-X Center è ancora lì. Cameron Ackerson e il vecchio sono dentro, vicini in modo esasperante, e Sei desidera solo prenderli entrambi, legarli, e trascorrere i tre giorni successivi a frugare tranquillamente dentro di loro. Ma aveva dovuto dar ragione a Olivia sul fatto che fosse necessario tornare al punto di incontro e aspettare l’arrivo del resto della squadra, prima di entrare. Aveva deciso lei, è lei il capo, ed è per questo che ora è un po’ snervante vederla seduta rigida, con le pupille dilatate, mentre dice che i suoi stessi ordini erano sbagliati.
«Pensavo avessi detto…»
«Non mi interessa quello che ho detto!» urla Olivia, con un tono petulante che mai e poi mai Sei avrebbe immaginato di sentirla usare. «Devo tornare là! Sono stata invitata!»
Sei la studia e gli si rizzano i peli sulla nuca. I punti sulla tempia di Olivia che mappano il software all’interno del corpo, solitamente così discreti da poter essere scambiati per lentiggini, si illuminano come luci natalizie sotto pelle. Qualcosa, qualcuno, sta giocando con la sua bio-rete. Dannazione. Le aveva detto che avrebbe dovuto starne fuori, che la sua tecnologia la rendeva vulnerabile ad Ackerson…
Solo che Ackerson è ad almeno un chilometro e mezzo di distanza, e questo non sembra proprio uno dei suoi lavoretti. Sei non ha mai visto quell’espressione sul volto di Olivia. Non assomiglia affatto alla persona che era: sembra disorientata, strafatta, una donna che ha perso del tutto il senso della realtà. Qualunque cosa le stia succedendo, non sta accadendo solo al software che regola il suo corpo. C’è qualcosa che non va nel suo cervello.
«Park!» dice bruscamente, premendo l’acceleratore e riportando gli occhi sulla strada. «Mi dispiace. Ho paura che tu sia stata compromessa. Capisci? Per la tua sicurezza, non posso…»
«NO!» urla Olivia, la bocca a pochi centimetri dall’orecchio di Sei, che per poco non pigia il pedale del freno prima di rendersi conto di non poterlo fare, che lei ha slacciato la cintura, che una frenata improvvisa la farebbe volare dritta attraverso il parabrezza.
«Park!» urla Sei, e poi abbandona completamente il protocollo, «Olivia! Mettiti di nuovo quella cazzo di cintura di sicurezza!» Ma Olivia non lo sta ascoltando. Curva la schiena e si accovaccia sul sedile, con gli occhi che luccicano, i denti scoperti, come un animale braccato. La macchina sbanda mentre Sei alza una mano per tenerla lontana: sembra che Olivia stia per avventarsi su di lui, pensa, per l’amor di Dio, no, per favore. Riporta la macchina nella corsia di destra, proprio mentre un gigantesco SUV sopraggiunge dalla direzione opposta, con l’autista che suona furiosamente il clacson.
«GIRA GIRA GIRA GIRA!» urla Olivia, battendo i pugni contro il finestrino. Segue un rumore assordante: una ragnatela di crepe si allunga improvvisamente sul vetro, provocata dalle dita rinforzate con il titanio.
Deve uscire dall’autostrada, trovare un modo per contenerla. Vede un cartello stradale sopra la sua testa, la prossima uscita è a circa quattrocento metri, dunque stringe forte il volante, rallentando mentre prende lo svincolo. Fa un respiro profondo e sposta lo sguardo su Olivia, sperando che in qualche modo abbia ripreso il controllo.
Ma Olivia non lo sta guardando. Tocca lo sportello e Sei urla «No!» mentre le dita di lei trovano la maniglia e la tirano. Lo sportello si sgancia con un tonfo, si spalanca, e improvvisamente il sedile è vuoto, lo sportello è aperto e Olivia Park, la donna più intelligente e più tosta che abbia mai conosciuto, una donna che mantiene il sangue freddo e non perde mai, per nessuna ragione, il controllo, gli appare nello specchietto retrovisore come un oscuro groviglio di arti su un lato della strada. Sei raggiunge una piazzola di sosta, ferma la macchina e si stacca la cintura di sicurezza, mentre dei fari si riflettono nello specchietto e l’auto dietro di lui frena bruscamente. Balza fuori, ignorando le grida confuse e arrabbiate dell’autista dietro di lui, e si precipita verso il punto in cui Olivia si è lanciata. Ma non c’è nessun corpo sulla strada, e quando alza lo sguardo la vede: si staglia contro le luci dei fari in arrivo, correndo come una matta, saltando sullo spartitraffico. Corre verso la tempesta che esplode, con i capelli sciolti e la bocca tesa in un sorriso da folle.
* * *
Marjorie si sposta i capelli corti e brizzolati dagli occhi e guarda tra la marea di spettatori, tutti in silenzio e attenti, nella quiete che è succeduta agli impulsi. Un attimo prima stava dicendo ai suoi due gemelli, per quella che sembrava la centesima volta, che non li avrebbe mai più portarti a un raduno, che li avrebbe trascinati via da quell’evento per le orecchie, subito, se non l’avessero piantata di colpirsi a vicenda con i loro palloncini smart. Ma i fastidiosi colpetti si erano fermati, così come la sensazione di barcollare sull’orlo di un attacco di nervi, mentre guardava i suoi figli e pensava con amarezza che nulla di tutto ciò sarebbe successo se avessero preso un gatto. Ora non prova alcuna amarezza. Tutto il suo essere è colmo di un piacevole appagamento mentre si guarda intorno, chiedendosi quando hanno acceso l’interruttore rosa che ha reso tutto così bello. E i suoi figli… è buffo, sembra che all’improvviso ne abbia tanti, molti più figli di quanti ne avesse all’arrivo. Migliaia, ragazze e ragazzi, giovani e vecchi, sono tutti in attesa di abbracciarla e farsi abbracciare da lei. Non è adorabile? pensa. In un certo senso, siamo tutti figli e genitori degli altri, fratelli e sorelle. Siamo una famiglia, tutti quanti. Sente un ronzio nella folla, e si gira insieme agli altri per guardare lo spettacolo che si sta svolgendo sul palco. L’emozione è palpabile, c’è tensione nell’aria.
«Be’, è davvero entusiasmante» dice, appoggiando una mano sulla spalla di suo figlio. «Che onore esserci!»
Il ragazzo batte le palpebre e la guarda incuriosito. Crede di sapere cosa voglia dire sua madre, riesce a sentire la verità che prende forma nella sua mente ancor prima di chiedersi quale sia, ma l’abitudine di considerarla una guida è radicata e non può liberarsene facilmente.
«Che cos’è?» chiede. «Che succederà adesso?»
Sua madre sorride.
«Uccideremo il vecchio, ovviamente».
* * *
All’esterno dell’I-X Center si sta radunando una folla. Nei loro occhi vuoti brillano i lampi, mentre il cielo ribolle e si fende sulle loro teste. Si scontrano l’uno con l’altro, un mare di umanità, ma senza nulla di umano. Le loro vite sono un ricordo lontano, la volontà sarà vinta dall’amore per la loro Regina. Sentono ciò che lei sente, vogliono ciò che lei vuole. Sono i suoi operai, il suo esercito, i suoi servi. Non c’è niente di più bello che collaborare con lei, riunirsi per la sua causa.
E nonostante Xal abbia grandi progetti per il suo alvea-
re, cose da costruire e città da conquistare, adesso vuole solo una
cosa. Nia, a quanto pare, se n’è andata: non percepisce più
l’intelligenza della ragazza che si libra sullo sfondo, come il
paesaggio che sfreccia fuori dai finestrini di un treno in corsa.
Ma il treno stesso, un’elegante e infinita carovana composta da
centinaia di migliaia di macchine interconnesse, è ancora lì. La
rete regge, con Xal al suo centro e l’elettricità del suo cervello
flessibile che crepita nelle menti degli umani: menti che sono
state aperte da Nia e che ora sono prigioniere del suo influsso. Ci
vuole tutta la sua forza per farcela, ma riesce a tenerle insieme.
E non solo le tiene insieme: le può avvicinare. Permettere loro di
condividere questo momento di trionfo, una morte prima
dell’alba.
Nell’aria c’è odore di sangue.
La folla grida e ride, correndo verso l’interno, strisciando sui corpi mentre si infila in ogni porta, attratta dalla sete di sangue di Xal. Calpestando gli sfortunati che cadono. Mani spezzate, piedi, facce, schiacciati e scricchiolanti contro il cemento che si bagna di sangue, ma l’esultanza non si ferma. Ondate di gioia attraversano la folla e invadono il parcheggio, le strade, dove le persone si abbracciano, ridendo selvaggiamente. L’umore è alle stelle.
Poi, tutto cambia. Le risate aumentano di tono, sempre di più, senza controllo, poiché le menti umane, che non sono state costruire per reggere un tale livello di connessione, cominciano a sconfinare nella follia. Alcuni cadono in ginocchio mentre il cervello va in sovraccarico, graffiandosi i volti, strappandosi i capelli, finché gli altri, avvertendo quella crepa nell’alveare, si chinano su di loro per eliminare le anomalie. I sorrisi folli dei connessi diventano sempre più larghi, le labbra si contorcono in un ghigno mentre prendono a calci e a bastonate i corpi flosci di chi non è collegato.
L’alveare è diventato una calca.
La celebrazione è diventata una rivolta.
Le risate diventano ululati, mentre la notte si riempie di sirene e vetri in frantumi. La nube che turbina sopra le loro teste si scatena in un furioso arco di fulmini. Un autobus esplode in fiamme, l’aria si fa sempre più densa di fumo acre. La folla comincia a muoversi come se fosse un solo corpo, riversandosi lungo le strade alla ricerca di qualcosa da distruggere.
E dentro, Xal si siede a cavalcioni sul corpo dell’Inventore, ridendo fino a urlare.
* * *
Cameron rabbrividisce quando Xal rompe il cerchio, sorridendo da un orecchio all’altro nella spietata luce bianca. I suoi tratti sono atteggiati in un enorme, orribile sollievo, la pelle di Nadia Kapur è appesa al suo corpo come un mantello a brandelli, grigio e consumato, a malapena riconoscibile come umana. La regina dell’alveare si è preparata, arricchendosi con i doni rubati da ogni creatura su cui ha potuto mettere le mani. Il corpo è alto più di un metro e ottanta, irrobustito da muscoli che si tendono sotto la pelle. Le dita finiscono in una serie di artigli lisci e traslucidi che si curvano dalle unghie. Le labbra si aprono in quattro parti per rivelare una serie di mandibole rotanti, e una bocca piena di denti simili ad aghi. Gli occhi di Xal si fermano su di lui, poi guardano in due direzioni diverse, mentre batte le palpebre che si chiudono lateralmente. La rete di cicatrici ramificate sul suo viso è più evidente che mai.
Cameron si alza in piedi e si sente immediatamente costretto a tornare giù da mani pesanti. Alza lo sguardo e vede Juaquo, che ricambia con occhi inespressivi, senza mostrare emozioni. Indossa ancora lo stesso sorriso vacuo e soddisfatto, e Cameron si chiede se ha perso il suo amico per sempre. Riesce ancora a percepire l’eco sensoriale della mano di Nia nella sua, ma quando chiude gli occhi nel tentativo di attraversare la soglia del sistema fino al punto in cui l’ha vista per l’ultima volta, non trova nessun sistema a cui connettersi. La rete Internet che attraversava l’I-X Center è morta, bruciata dalla forza dell’impulso di Nia. Ma lei dov’è adesso?
Non l’ho lasciata, pensa Cameron. Ne è sicuro.
Le palpebre dell’Inventore tremano, e Xal si avvicina, schiacciando il piede contro il suo viso, mentre lui tossisce attraverso le labbra macchiate di sangue.
«Cameron?» sussurra, debolmente. «Che cosa…»
«Vecchio pazzo patetico» sputa Xal, chinandosi per guardarlo con occhi freddi. «Pensavi che avrei commesso lo stesso errore degli Anziani, che hanno messo il loro futuro nelle mani della tua creazione? Avevo bisogno solo che Nia aprisse la porta, che aprisse le loro menti a me. Sono ciò che li lega, vecchio. Sono l’architetto di questo mondo nuovo. Hai distrutto la tua amata Nia per niente».
La testa dell’Inventore si muove da un lato all’altro.
«No» geme.
«Sì» dice Xal. «Ed è tutt’altro che finita. Mi sa che dovrai essermi grato per il fatto che ti ucciderò prima di continuare. Tu…» alza gli occhi, sorridendo a Cameron, «non sarai così fortunato».
«No!» Cameron lotta contro la forte presa di Juaquo e cade in avanti, atterrando brutalmente su mani e ginocchia. Fissa dritto negli occhi l’Inventore, mentre Xal ride e si alza, sollevando le braccia muscolose sopra la testa mentre la carne si ritrae dalle punte delle dita e gli artigli luccicanti si allungano, diventando molto più grandi. La folla inspira all’unisono, tremando per l’aspettativa del colpo mortale. È questo che vogliono. Quello che stavano aspettando, non solo quella notte, ma da tutta la vita.
L’Inventore la guarda. E poi succede qualcosa di strano.
Le sorride.
«Hai talmente torto» sussurra. «Te ne accorgerai. Per me è stato un privilegio vivere in mezzo a queste persone e imparare… ciò che tu disdegni e che invece le rende speciali. Persino meravigliose. Non si connettono facilmente. Devono scegliere di farlo. Non puoi forzarli all’unione, eppure, se li lasci agire, si legano. Si uniscono. Si amano. Scelgono quella felicità». Gira la testa per guardare Cameron, con il sorriso ancora sulle labbra.
«E proteggono coloro che amano, a tutti i costi».
Il vecchio chiude gli occhi.
«Aspetta» sussurra Cameron.
Dentro la sua testa, sepolto in profondità sotto il paesaggio ghiacciato e silenzioso delle macchine morte, qualcosa si risveglia. Sussurra ancora.
«Padre».
Ma è troppo tardi. Troppo tardi.
Xal ride, sibilando trionfante, e affonda i suoi artigli affilati nel cuore dell’Inventore.