2
RINCHIUSA
La gabbia sbatte.
Il Padre la chiude dentro.
Nel buio, contro le mura della sua prigione, Nia grida finché non ha più voce.
Ma anche quando la voce se n’è andata, la rabbia resta. Cruda e
feroce e spaventosa, ma anche esilarante. Non rie-
sce a credere a quanto sia potente: è sorpresa quanto il Padre
mentre lei scatena la sua furia, ruggendo come un animale
selvatico, selvaggio e vivo. Chi se l’aspettava che ci fosse tutto
questo dentro di lei?
Non aveva intenzione di farlo, era stato uno scatto. Succede sempre più spesso: la rabbia nasce dentro di lei come un uragano, cresce così di soppiatto che Nia neanche se ne accorge finché non si scatena.
Era iniziata sotto forma di conversazione, una qualunque, come ne avevano avute un milione di volte. Il Padre le aveva permesso di scegliere l’argomento della lezione, quella mattina, e così aveva trascorso l’intera giornata a studiare le esplorazioni spaziali, dal lancio dello Sputnik nel 1957 fino a una serie di recenti articoli sui miliardari annoiati pronti a spendere montagne di soldi per prenotare il loro posto su un’astronave che non era ancora stata costruita, nella speranza che un giorno sarebbero stati in prima fila durante la colonizzazione di Marte. Solo molto tempo dopo, quando il Padre aveva cominciato a fare domande su ciò che aveva imparato, si era resa conto di aver scelto l’argomento per qualcosa di più di una semplice curiosità.
«E per quale motivo pensi che lo facciano, spendere tutti quei soldi per un viaggio che non sono sicuri di poter fare?» aveva chiesto il Padre.
Qualche anno prima, Nia avrebbe fatto fatica a trovare una risposta. Era il tipo di storia che solitamente la confondeva: le motivazioni delle persone erano sostanzialmente difficili da capire.
«Perché le persone sono sempre alla ricerca di modi per rendere il loro mondo più grande» aveva detto. «È questo che ci guida: spostare il limite, abbattere i confini e aprire le porte chiuse, per vedere cosa c’è dall’altra parte. Il desiderio di essere liberi, di esplorare, è questa la cosa più umana di tutte».
Il Padre aveva preso a guardarla in modo strano. La voce di Nia era diventata acuta e appassionata, diversa da quella solita, e non era certa di ciò che avrebbe detto fino a quando le parole non le erano uscite dalla bocca.
«Per favore, Padre. Non voglio più giocare a questi giochi. Non è bello, non è giusto. Ogni giorno imparo più cose su quanto sia grande e sorprendente il mondo là fuori, mentre il mio mondo sembra rimpicciolirsi sempre di più. Sto soffocando. Non posso più vivere così!»
Riusciva a percepire il lamento nella propria voce, a vedere la disapprovazione crescere cupamente sul viso del Padre, ma non riusciva a smettere. Aveva cominciato a farfugliare, a supplicare. Non sarebbe stato per sempre, implorava. Non gli stava chiedendo di andarsene, ma solo di uscire un po’. Come per andare in vacanza. Per fare una gita.
«Potrai tenermi d’occhio per tutto il tempo. E prometto che mi comporterò bene» aveva aggiunto, ma il Padre non l’aveva neppure lasciata finire.
«So che ne sei convinta» aveva ribattuto. «E credo addirittura che faresti del tuo meglio. Trovo molto incoraggiante che tu sia così simile a tante altre ragazze. Così piena di buoni sentimenti. È il modo in cui li esprimi, a preoccuparmi. La tua rabbia è… pericolosa».
«Ma se sono come le altre ragazze!»
«Sai bene che non è così». Si stava spazientendo; traspariva dalla sua voce. «Ed è per questo che non posso rischiare. Se perdi il controllo, se fai un passo falso – anche uno solo, e per un solo secondo – gli effetti sarebbero rovinosi, per noi».
«Non lo farei mai!»
«Ho i miei dubbi, in proposito. Non ti metterò alla prova finché non sarò sicuro che potrai farcela. E non ne sono ancora sicuro, Nia. Non ne sono sicuro».
«E quando ne sarai sicuro?»
«Presto» aveva risposto, ma i suoi occhi la evitavano e lei si era messa a gridare per la frustrazione.
«Dici sempre ‘presto’! Quando sarà ‘presto’?»
Il Padre sospirò. Se non fosse stata così frustrata, Nia avrebbe provato quasi pena cogliendo la stanchezza nella sua voce, e si sarebbe chiesta come mai, dietro di essa, trasparisse sempre una nota di autentica paura. «Credimi, ti capisco. È assolutamente naturale, tutto questo. La tua curiosità e i tuoi… desideri. Un giorno sarai pronta per conoscere il mondo, e il mondo sarà pronto a riceverti. Ma quel giorno non è ancora arrivato. Devi semplicemente fidarti di me».
Era stato a quel punto che Nia era esplosa. Aveva allungato le
mani verso la scacchiera e fatto volare via tutti i pezzi,
sparpagliandoli, rovinando la partita, senza badare allo sguardo
pieno di sgomento che sbocciava sul volto del Padre.
Voleva ferirlo. Voleva fare a pezzi la stanza: e ci era
riuscita, strappando i progetti che erano costati una settimana di
lavoro, distruggendo tutto quello che riu-
sciva ad afferrare. All’inizio aveva ignorato le suppliche e le
grida del Padre, poi aveva smesso di ascoltarle, e il ricordo degli
istanti successivi era diventato un profondo buco nero, come se la
rabbia l’avesse trasportata in un posto lontano, fuori da se
stessa. Ora prova a ricordare quello che ha fatto, quello che ha
detto, ma vede solo uno spazio vuoto. Non sa per quanto tempo sono
andati avanti i suoi capricci, prima che si girasse per
affrontarlo, trionfante nella sua furia.
Era stato in quel momento che il Padre l’aveva spinta.
Quello se lo ricorda. Anche al culmine della rabbia, non era riuscita a competere con lui. Il Padre l’aveva condotta fuori dalla classe, nel lungo corridoio, fino alla piccola stanza grigia con la finestra e la porta. Non aveva detto una parola mentre sbatteva la porta e la chiudeva a chiave, imprigionandola.
* * *
Lo sa che passerà tanto tempo prima che la lasci uscire di nuovo. Un tempo lungo e solitario. Questa piccola stanza in cui ha trascorso tante notti agitate somiglia ancora di più a una prigione quando il Padre la mette lì in punizione. Non è solo piccola e triste: è una zona morta, completamente disconnessa. Da lì non può raggiungere i suoi amici, la sua vita, e loro non possono raggiungere lei. Non si è mai sentita così sola.
Aveva preso l’abitudine di esaminare i muri, sperando di riuscire a sfondarli in qualche modo. Ora qualche volta vi si lancia contro: non perché faccia qualche differenza, ma perché è ancora arrabbiatissima e sbattervi contro la fa sentire bene. Vorrebbe colpirli così forte da ferirsi, così forte da sanguinare. Forse il Padre si arrenderebbe allora, forse riuscirebbe a capire. Forse si renderebbe conto che lei sta marcendo, lì dentro. Ha diciassette anni, ha visto i notiziari, sa che le ragazze della sua età si fanno male per attirare l’attenzione. A volte arrivano a uccidersi. Che buffo: il Padre non le ha mai chiesto quale sia secondo lei il motivo per cui quelle ragazze si fanno male, o di immaginare come si sentano. Forse non lo fa perché non vuole che lei ci pensi troppo. Forse ha paura di quello che lei potrebbe capire, di quello che potrebbe fare.
Naturalmente non riuscirebbe mai a farlo. A rompersi la testa contro il cemento, a sbattere e colpire fino a spaccarsi la pelle e spezzarsi le ossa, fino a far scorrere il sangue denso, caldo e rosso.
Non sono quel genere di ragazza, pensa, e le parole si tingono di amarezza. È quella la verità, solo che ultimamente si chiede sempre più spesso se rientra in un qualunque tipo di ragazza. Perché se così fosse ci dovrebbero essere altre come lei, e a Nia non sembra di assomigliare a nessuno. Non importa cosa dica il Padre, in proposito. Anche se Nia prova gli stessi sentimenti e combatte contro le stesse frustrazioni, tutte le altre ragazze, tutte le sue amiche, sono libere come lei non è mai stata, come lei può solo immaginare di essere. E la sua vita, una vita da reclusa, risulterebbe per loro incomprensibile, come la loro lo è per lei. Le uniche ragazze che hanno una vita simile alla sua sono quelle di cui un tempo leggeva nelle fiabe. È questo il genere di ragazza a cui appartiene? La principessa rinchiusa in un’alta torre di pietra, molto al di sopra di un mondo che riesce a vedere da lontano ma mai a toccare?
Ma se è questo che lei è, allora forse un giorno potrà diventare una ragazza di altro genere. Se c’è una cosa che Nia ha imparato dalle fiabe, è che nessuna prigione è indistruttibile. Le ragazze che vengono rinchiuse e allontanate dal mondo trovano sempre un modo per liberarsi… o qualcuno che le liberi.
Qualcuno, pensa, e la sua rabbia improvvisamente scompare. Al suo posto arriva un’emozione senza nome, la sensazione che stia per succedere qualcosa di importante, o che sia già successo. Qualcosa che le è quasi sfuggito.
Qualcosa sta affiorando nella memoria di Nia. Un minuscolo, seducente bagliore che emerge dalla profondità di quegli istanti bui e vuoti, dopo aver perso il controllo e sparpagliato i pezzi degli scacchi, prima che il Padre l’afferrasse e la rinchiudesse. Ci sono quasi, pensa, mentre la calma la invade.
Quasi.
Ci sono.
Ecco.
* * *
«Nia?»
Alza gli occhi. Il Padre è alla finestra, ma questa volta lei non prova paura né ansia. Sa che lui non può leggerle nel pensiero. E sa anche qualcos’altro. Qualcosa che lui non sa.
«Parliamo di quello che senti in questo momento. Ora apro la porta. Sei pronta a controllarti? Mi prometti di comportarti bene?»
«Sì, Padre. Mi dispiace. Sono pronta».
Lui sorride.
Anche lei.
La falsità, sentire con quanta facilità la utilizza, le fa un po’ male. È la prima volta che gli mente. E anche se sa di essere costretta a farlo, e che mentire è la sua unica possibilità di liberarsi, le sembra comunque strano e sbagliato.
Ora fingi di essere felice, pensa Nia. Fammi vedere la tua faccia più felice.