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UN ASSAGGIO DI LIBERTÀ

Non c’è traccia del Padre, mentre Nia scivola dalla stretta finestra dentro l’aula, ancora presa dall’euforia della fuga. È scossa dalla sua scioccante audacia quanto dalla breve esperienza di libertà. L’ha fatto davvero. Ha sfidato il Padre, infranto la sua regola fondamentale. È andata oltre le mura del complesso, fino alla città. È stata fuori.

Ha impiegato due settimane per progettare la fuga, ma fino all’ultimo momento non è stata certa che avrebbe funzionato. Sarebbero potute andare storte così tante cose. Il monitoraggio quotidiano delle sue attività da parte del Padre è stato abbastanza facile da aggirare, ma se lui avesse guardato con maggiore attenzione, se avesse ficcato il naso più a fondo nei suoi rapporti di attività o deciso di effettuare un controllo di sicurezza completo, avrebbe visto cosa stava facendo. Aveva fatto del suo meglio per coprire le tracce, ma non c’era modo di nascondere del tutto il modo con cui aveva compromesso i sistemi di sicurezza. L’aveva scoperto settimane prima: una piccola apertura nella struttura dell’aula, un punto cieco non monitorato, abbastanza grande da farla passare senza essere vista, senza far scattare nessun allarme.

Ma era rischioso. Non solo uscire, anche tornare. E Nia avverte un picco di paura, rendendosi conto che non può sapere cosa l’aspetta al suo ritorno. Se il Padre è
rientrato a casa, se l’ha cercata… ma no. L’aula è come l’ha lasciata, e il mondo virtuale vibra intatto. Oggi non è una biosfera o un’aula d’arte, ma uno scorcio di persone che ridono ed esultano in una vasta e soleggiata piazza cittadina. Molti uomini indossano uniformi e molte donne baciano uomini, uno spettacolo che riempie Nia di un sorprendente e intenso desiderio. Baciare qualcuno così, pensa sospirando. Essere baciati così, con tanta felicità, davanti a tutti. Le coppie che si baciano intorno a lei hanno dei cartelli o delle bandierine, e in alto, sopra la folla, su un tabellone elettrico si illumina una semplice frase: I GIAPPONESI SI SONO ARRESI. È la New York del quindici agosto 1945, quando gli Stati Uniti d’America celebrarono la fine della seconda guerra mondiale. Il conflitto ridusse città bellissime in rovina, spazzando via milioni di vite umane. Nia si è chiesta spesso, guardando quelle immagini di gioia, come potessero essere così felici della vittoria dopo che il mondo aveva perso così tanto. Ma oggi non ha usato questo mondo di apprendistato per studiare la storia o riflettere sulla stranezza di quella vittoriosa danza postbellica. Lo ha usato per nascondersi.

Al Padre non piace disturbarla quando è immersa in una ricostruzione. Di solito se ne va dall’aula, confidando che sia lei a cercarlo dopo aver finito, ma nel caso stavolta si fosse incuriosito e avesse sbirciato, Nia non voleva farsi trovare impreparata. Ha osservato la gente di New York nel 1945 che gironzolava e la lasciava lavorare. Ha persino creato un doppio dall’aria indaffarata per completare l’illusione: un avatar Nia, che vagava tra la folla, fermandosi qua e là per scoprire dettagli storici delle persone, degli edifici, della scena. Non è stato il suo lavoro migliore. Benché nel corso degli anni abbia dipinto mille immagini dei suoi sentimenti, Nia non è ancora molto brava a farlo, per non parlare degli autoritratti. Ma come ultimo tocco del suo stratagemma, circondato da uno scenario frenetico fatto di nanopolvere, l’avatar non è poi così male. Se lo chiami, sorride e saluta.

A quanto pare, comunque, tutte le sue precauzioni non sono state necessarie. Appena entra in casa, capisce che il Padre non è venuto a controllare. In realtà, non è proprio rientrato, e Nia non ne è sorpresa. Ultimamente è impegnato in qualche tipo di progetto, qualcosa che lo tiene lontano tutto il giorno e lo rende agitato e distratto
la sera. Quando era andato via quella mattina, molto presto, non le aveva neanche ricordato delle lezioni e dei compiti, e Nia scommette che al suo ritorno si dimenticherà di controllarli. C’è stato un tempo in cui lei gliel’avrebbe fatto notare. Da brava figlia rispettosa, lo supplicava di parlarle o di fare una partita, cercava di farlo uscire e farlo sentire meglio, e forse anche in colpa, perché la lasciava sola così spesso.

Sto crescendo davvero, pensa. Adesso non implorerebbe mai la sua attenzione: in realtà è ben felice di essere ignorata. Lascia che lui la pensi seduta e contenta in casa, immersa nei suoi studi. Gli lascia pensare che sia ancora la sua figlioletta buona e obbediente.

Ma in realtà Nia non lo è. Non più.

Quando il momento era arrivato, tutto si era svolto in modo molto più veloce e semplice di quanto avesse immaginato: un istante prima si faceva strada attraverso il sistema di filtraggio dell’aria, e quello dopo era fuori. Fuori dalle mura, fuori nel mondo, così all’improvviso che per poco non si era voltata indietro per rituffarsi dentro. In tutti i suoi sogni più fervidi, non aveva mai immaginato che il fuori fosse un posto così grande.

Ma non poteva tornare indietro. Non ancora. Non prima di aver trovato quello che stava cercando. Non prima di trovare il modo di arrivare in città, fino a lui.

A Cameron.

Non riesce a smettere di pensare a lui. Raggiungerlo era rischioso, avventato, e guadagnarsi la sua fiducia non è stato facile, ma ne è valsa la pena. Non ha mai sentito una connessione così immediata con nessun altro. Lei e Cameron vengono da posti diversi, hanno vite diverse, ma Cameron non è come gli altri suoi amici. È come lei. La cosa più vicina a una persona come lei che Nia abbia mai conosciuto. Chiacchierare con lui è la parte più bella della sua giornata. E anche se sa che dovrà stare attenta, che non può agire precipitosamente se è lui la persona che la salverà, non riesce a impedirselo. Vuole di più. Cameron è incredibile. Il mondo è incredibile. Si sta già chiedendo quando potrà fuggire di nuovo.

Quando si connette alla rete, trova i suoi messaggi ad aspettarla. Li legge tre volte, sorpresa dal fatto che quelle poche righe scritte le diano tanta emozione.

TI HO VISTA!

ERI TU!

Non è così?

Dove sei finita?

Ehi?

* * *

Nia resta immobile, e con la mente sfoglia tutti gli articoli che ha letto sui rapporti con i ragazzi. È strano, perché non si è mai interessata a quelle cose: gli articoli erano solo qualcosa da leggere per divertimento, come le guide di viaggio per luoghi che non avrebbe mai visitato, o le ricette di piatti che non avrebbe mai assaggiato. Ma quello era prima, quando lei era solo una ragazza in una scatola, senza nessuna speranza di fuga. Aveva molti amici maschi, e non esitava mai a parlare con loro: se un amico non le rispondeva, ce n’era sempre un altro pronto a prendere il suo posto. Ma Cameron è speciale. Lo ha visto. È stata con lui. Se non avesse avuto così tanta paura di restare, avrebbero potuto avvicinarsi fino a toccarsi. Per la prima volta, Nia capisce cosa intende dire Cameron quando parla di ‘reale’, perché forse si tratta proprio di questo.

E quando si parla di relazioni reali, tutti gli articoli dicono la stessa cosa:

Non rispondere subito. Non devi sembrare disperata. Quando lui ti manda un messaggio, fallo aspettare.

E Nia lo fa aspettare.

Lo fa aspettare per cinque minuti interi.

* * *

Poi invia una risposta:

Ero io. Non potevo restare. Mi dispiace.

Cameron sembra non conoscere le regole, o forse le regole non sono le stesse per i ragazzi. Lui non la fa aspettare nemmeno un secondo. Non appena riceve il suo messaggio, le risponde:

Che ci facevi là? Pensavo che studiassi a casa.

Ti stavo cercando, naturalmente, risponde Nia. Tu che ci facevi lì?

È un segreto, dice Cameron.

Nia decide di rischiare un complimento: Mi è piaciuto quello che hai fatto con il cellulare di quel ragazzo.

Non so di cosa parli, le scrive lui, ma allegando un’emoticon ammiccante. Nia gli risponde con la sua gif preferita, quella del cane marrone e bianco. Non scrivono per un po’, e poi:

* * *

Se davvero ti è piaciuto…

E Nia risponde immediatamente: Certo che sì. Mi è piaciuto un sacco.

Ho un’idea, dice lui. Voglio fare una cosa. Ma è difficile. Ho pensato che forse puoi aiutarmi.

Come posso aiutarti? gli chiede.

La sua risposta è una domanda:

Qual è la canzone più imbarazzante che conosci?