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DALL’ALTRA PARTE DELLA PORTA

MESSAGGIO IN USCITA DA CAMERON, 23:03

Nia, stai bene? Io sì. La dottoressa Kapur mi ha salvato. Pazzesco. Dove sei?

23:06

Ehi, mi sto spaventando. Per favore, dimmi che stai bene.

23:08

Nia? È terribile che tu non mi risponda.

23:09

CI SEI?

23:10

DOVE CAZZO SEI?

23:15

Wow, immagino che non ti importi nemmeno che io sia stato rapito, eh

23:15

Grazie per aver tentato di aiutarmi, comunque

23:16

P.S.: A loro non ho detto niente di te, anche se eri tu quella che stavano cercando e quel viscido figlio di puttana mi ha attaccato degli elettrodi alla testa e mi ha fatto un interrogatorio, NON C’È DI CHE EH?

11:19

Nia, per favore, ti prego, rispondimi mi dispiace per favore dimmi dove sei???

* * *

Cameron si morde forte il labbro e si stropiccia furiosamente gli occhi, combattendo contro le lacrime cariche di rabbia impotente. Non è solo la rabbia per essere stato rapito da Olivia Park e dai suoi scagnozzi, o la persistente frustrazione all’idea che Olivia lo abbia schernito usando ciò che sapeva sul conto di suo padre. Quello che è successo l’ha privato dell’illusione che lui e Nia abbiano mai fatto la differenza. Domani potrebbe andare in onda un altro Daggett Smith, questo gli ha detto l’inquietante dottore, e il cuore di Cameron è diventato pesante, perché si è reso conto che era la verità. Hanno fatto tutto per niente. La OPTIC è ben più grande e potente di loro, è un’onda inarrestabile: qualunque cosa riescano a fare lui e Nia, non sarà mai abbastanza.

Ed è furioso con Nia perché non ha neanche cercato di aiutarlo a fuggire, oltre a essere profondamente preoccupato per lei, il che non fa che peggiorare la situazione. La prima cosa che aveva fatto, dopo un vano tentativo di contenimento dei danni parentali, conclusosi con un ‘tu resti qui e non ti muovi, cazzo’ da parte di sua madre, era stata rovistare in giro per trovare un vecchio cellulare, in modo da riconnettersi con Nia. Aveva provato un impeto di speranza quando il dispositivo si era illuminato di messaggi: solo che nessuno proveniva da Nia. C’erano furiosi vocali di sua madre, una manciata di commenti confusi dei suoi subscriber di YouTube, e un curioso messaggio di Juaquo (‘Cosa è questa scopiazzatura da due soldi di Agents of S.H.I.E.L.D.?’) ma neppure un messaggio dalla persona che avrebbe dovuto essere più in ansia di tutte. Dov’è? Perché non risponde? Si sta nascondendo per paura di finire come lui, o… Le sue viscere si contraggono al solo pensarci: Olivia e la OPTIC hanno preso anche lei? Hanno solo finto di non sapere chi fosse Nia, per estorcergli delle informazioni? Non crede sia così, ma non può saperlo con certezza, e la possibilità che lei si trovi nei guai lo divora sempre di più, man mano che trascorrono i minuti. Sono passate sei ore da quando la OPTIC ha messo fuori uso i suoi dispositivi e l’ha rapito per interrogarlo. Sei ore. Dal giorno in cui lui e Nia si sono conosciuti, solo in rari casi hanno trascorso metà di quel tempo senza scambiarsi messaggi. Questa consapevolezza lo riempie di terrore.

C’è qualcosa che non va. Se non riguarda la OPTIC, allora ci dev’essere qualcos’altro.

Stringe i denti per la frustrazione, travolto ancora una volta dalla consapevolezza che ha raggiunto per la prima volta stasera, mentre Sei lo interrogava: anche se gli sembra di conoscerla intimamente, della sua vita non sa nulla. Non conosce il suo indirizzo o la data di nascita, e nemmeno il suo cognome. Se le succedesse qualcosa lui non potrebbe fare nulla, non potrebbe aiutarla, e neanche dire alla polizia chi dovrebbero cercare. Nia si era assicurata che non sapesse nulla sin dal momento in cui si erano incontrati per la prima volta, quando Cameron era andato in cerca di indizi sulla sua identità e lei lo aveva sgridato perché faceva il ficcanaso.

Cameron all’improvviso salta sulla sedia.

Non so nulla perché ho smesso di cercare.

Si gira verso il computer, lo schermo si accende non appena lo guarda. Si concentra, lanciando la sua coscienza dentro lo spazio virtuale e poi oltre, scivolando nel mondo personale suo e di Nia.

Apre la porta ed entra. Il cane grassoccio e marrone è sempre lì, seduto proprio dove lo hanno lasciato. Lancia un’occhiata pigra a Cameron ma non gli va incontro. Il divano è ancora pieno di petali. Tutto è al suo posto; niente è cambiato. Nia non è stata lì, ma da questo posto è Cameron che può andare da lei. Attraversa la stanza mentre i fiori gli si attaccano sotto i piedi, e appoggia la mano sulla parete opposta. Quando la tocca, il muro brilla, e una maniglia di vetro scolpito si allunga verso la sua mano.

«Non è la tua porta» dice il cane, e Cameron sussulta. Ah, giusto, il cane sa parlare. L’aveva deciso Nia: dopotutto, continuava a ripetere, stabilire le regole che preferivano non era lo scopo della costruzione di un mondo virtuale? Eppure lui si spaventava ogni volta.

«Devo andare a cercarla» dice Cameron, e subito dopo prova un’ondata di imbarazzo. Perché mi sto giustificando con un cane parlante digitale?

«Non è la tua porta» ripete l’animale.

«Chiudi la bocca, Cagnolone, o ti elimino e ti sostitui-
sco con mille porcellini d’India» lo avverte. Il cane non risponde. Cameron apre la porta ed entra.

Questo è il portale di Nia, l’entrata che Cameron ha creato per lei, in modo che potesse andare e venire a suo piacimento. Avrebbe dovuto entrarvi molto prima, quel giorno, quando lei aveva lasciato la loro casetta sull’albero virtuale. Anche se Nia usava un programma maschera rimbalzando attraverso server multipli prima di arrivare lì, Cameron dovrebbe essere in grado di seguire le sue tracce digitali fino a raggiungere il luogo da cui lei partiva, o almeno ottenere una geolocalizzazione approssimativa, oppure scoprire a chi corrisponde il suo indirizzo IP. Ma non appena si trova dall’altra parte della porta, Cameron si ferma, stordito. Non c’è nessun percorso, nessuna briciola di pane. L’ingresso di Nia nel loro mondo è come un lungo corridoio dove qualcuno ha creato porte chiuse e spento le luci. Qui non c’è nulla.

Si volta per tornare indietro.

E a quel punto lo vede.

C’è un messaggio scarabocchiato con un debole tratto sul lato della porta di Nia. Un messaggio indirizzato a lui, che è rimasto intrappolato lì mentre qualcuno chiudeva la connessione: proprio lì, in un posto dove solo una persona poteva averlo lasciato e dove solo Cameron poteva trovarlo.

La prima riga è un disperato grido di aiuto.

La seconda è orribilmente familiare.

 

TI PREGO, VIENI PRIMA CHE MI FACCIA DEL MALE.

41°54’37.8”N 81°40’02.1”W.

* * *

Cameron riapre gli occhi con un sussulto. Sul tavolo accanto a lui, la sua vecchia visiera di navigazione prende vita, il display incrinato emette un lieve bagliore mentre il dispositivo si ricalibra.

Nia gli ha mandato le sue coordinate, ma Cameron non ha bisogno di inserirle nella visiera. Conosce quella posizione a memoria.

C’è già stato, lì. Solo, intrappolato in una tempesta, e colpito da un fulmine.