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CUORE SPEZZATO
Cameron è sul lago, la tempesta impazza e turbina intorno a lui. Ha freddo, è spaventato, e solo. Il fulmine crepita e sfreccia sulla sua testa. Cameron alza lo sguardo terrorizzato. Il fulmine lo avvolge. Lui urla.
E urlando si sveglia. Il cuore che martella nel petto, il corpo aggrovigliato tra le lenzuola bagnate di sudore. Fuori, il sole splende; al piano di sotto, sua madre beve il caffè ascoltando le notizie del mattino. Dentro la testa di Cameron, le ultime tracce di sonno si disperdono, mentre la verità gli arriva di colpo.
Non era reale. Niente era reale.
In un altro contesto, le parole suonerebbero confortanti come quelle che sussurra una madre per tranquillizzare un bambino che si è appena svegliato da un brutto sogno. Ma per Cameron portano solo dolore.
Niente era reale.
Non si riferisce all’incubo.
* * *
Sono trascorsi quattro giorni dalla fuga di
Nia. Quattro giorni di ricerche incessanti e infruttuose, nel
tentativo di cogliere un metodo nel suo folle viaggio attraverso il
cyberspazio. In cucina, Cameron si versa una tazza di caffè e
guarda cauto suo madre, che siede al tavolo stringendo la tazza
come se dovesse aggrapparvisi per sopravvivere. La radio
nell’angolo è sintonizzata sulla rete locale della NPR, dove uno
speaker sta dando le ultime notizie del giorno in un tono
impostato, addirittura da baritono. La radio non è una scelta
volontaria: la fuga di Nia ha messo fuori uso la banda larga della
città per un giorno, più o meno, e dalle ultime notizie che ha
avuto era a metà strada nel suo viaggio intorno al mondo e aveva
devastato una serie di reti di comunicazione in Svezia. La sua
famiglia non è l’unica a essere tornata improvvisamente
all’informazione vecchia maniera, quella che ricorre alle antenne.
Ciò che sta accadendo in rete, il danno e i blackout provocati da
Nia nella sua progressiva distruzione dei sistemi, ha messo il
mondo in ginocchio. Ogni giorno arrivano nuove notizie su quella
che gli spea-
ker chiamano ‘ondata di cyberterrorismo’, provocata, a quanto
credono, da un collettivo anarchico anonimo, potentissimo, da
un’entità crudele senza nome e senza volto, il cui unico scopo è
creare il caos. È l’unico modo che le vittime hanno di spiegarsi la
portata e l’assoluta casualità di ciò che sta accadendo. Banche,
compagnie aeree, giornali, reti elettriche: nessun sistema è al
sicuro. Oggi, dice il baritono della NPR, il traffico aereo in
Europa è fermo a causa di un potente guasto ai sistemi di
navigazione; le Nazioni Unite adotteranno una risoluzione che
inviterà tutti gli stati membri a portare offline i sistemi di
difesa missilistica; nuovi siti di notizie sono inaccessibili, dopo
un attacco alla società che gestisce i loro domini; la Cina è
rimasta completamente al buio dopo aver eseguito un kill
switch su tutte le comunicazioni digitali. Sono stati i primi
a disconnettersi, in Cina, a ridurre le perdite tagliando i
contatti con il resto del mondo. Se Nia non può essere fermata, è
quasi certo che la Cina non sarà l’unico paese a farlo. Dovunque,
le persone si stanno rendendo conto con terrore di quanta fiducia
abbiano riposto nella rete, non solo per connettere il mondo, ma
anche per tenerlo insieme. È come se i fili della civiltà si
stessero spezzando, uno dopo l’altro.
Chiaramente Cameron sa che gli attacchi non sono affatto degli attacchi, che sono solo un effetto collaterale di un’intelligenza complessa, furiosa e fuori controllo, libera per la prima volta nella sua vita e in fuga attraverso un sistema che non è in grado di contenerla. Ma non può spiegarlo a nessun altro, inclusa sua madre nel caso glielo chiedesse, cosa che comunque non fa. È un segno di come stia andando tutto a rotoli, e di quanto in fretta stia accadendo, il fatto che la mamma sia così persa nei suoi pensieri e nel flusso infinito di notizie catastrofiche persino per ricordarsi che dovrebbe essere furiosa con lui per non aver partecipato alla cerimonia del diploma. La storia che si era inventato per spiegare la sua scomparsa, quella di aver perso la cognizione del tempo mentre girava un video per una nuova serie di streaming, era palesemente una cazzata, una di quelle che sua madre in altre circostanze avrebbe di certo notato. Ora, è come se l’intera questione fosse stata dimenticata, eclissata dallo spettacolo molto più grande e terrificante del mondo che sta cadendo a pezzi. Va bene, pensa lui. Se lei non fa domande, io non dovrò mentire.
E ha molti argomenti su cui mentire. Non solo tutto ciò che ha portato alla fuga di Nia, ma tutto quello che è successo da allora, e sta ancora accadendo. Deve fare qualcosa. Deve darle la caccia. Non ha scelta, non importa quanto sia arrabbiato, e non importa quanta voglia abbia di urlare ogni volta che l’Inventore parla dell’amore di Nia per lui. Tutto ciò che ha capito su Nia, sull’Inventore, sulla OPTIC, su Olivia, su suo padre, tutto quanto, è troppo. E pensare alla natura dei sentimenti di Nia, a ciò che significa per lei provare dei sentimenti, è più di quanto la sua mente possa sopportare. Inoltre, se cominciasse a pensare a quello che Nia prova per lui, sarebbe anche costretto ad ammettere quello che lui stesso ancora prova per…
«Cameron».
Sua madre gli dà un colpetto sul braccio e lui sussulta, rivolgendole uno sguardo colpevole. In cambio lei gli indirizza un sorriso appena accennato.
«Non hai sentito niente di quello che ti ho appena detto, vero?» dice, e scuote la testa.
«Scusami. Di che si tratta?»
«Dicevo, stasera resterò a casa di Jeff. Si terrà un grande evento all’I-X Center, e visto il traffico e le strade chiuse, rimarrei bloccata in autostrada per ore. Va bene per te? Dopo tutto quello che è successo…»
«Certo che va bene. Nessun problema».
Lei aggrotta le sopracciglia. «È ridicolo. Non ci posso credere che la città non abbia deciso di rimandare. Metà Pittsburgh è senza corrente, in questo momento. Ci sono rivolte a New York, a Los Angeles… Cristo, stamattina ho sentito che il tasso di criminalità è aumentato del mille per cento questa settimana. Claudia Torres è stata aggredita nel parcheggio durante la pausa pranzo, ieri, in pieno giorno!» Si interrompe, con le sopracciglia quasi unite in un unico cipiglio. «Non andrai laggiù, vero?»
«Dove?»
«All’I-X Center. È una roba… dannazione, non mi viene il nome. Una cosa che ha a che fare con la tecnologia. Hackers? Hacking? Mi sembrava di averlo già sentito. E ho pensato che tu avessi i biglietti».
Anche a Cameron pare di averlo già sentito. Per un momento, è di nuovo alla fermata dell’autobus con Nia, ride con lei e insieme si organizzano per andare alla Convention di Bodyhacking. Era successo solo tre settimane prima, ma sembra un’altra vita. E, ovviamente, non era veramente con Nia. Il piacevole ricordo viene sostituito dalla crudele consapevolezza di quello che dovevano aver visto gli altri: un ragazzo che chiacchierava animatamente con qualcuno che non c’era. Scuote la testa, cercando di cancellare l’immagine.
«No. Non vado da nessuna parte».
Sua madre sembra sollevata. «Va bene. Non dimenticarti di mangiare. E magari esci un po’. Trascorri troppo tempo nel seminterrato. Sei diventato pallidissimo».
* * *
Il giorno passa in un soffio e, per Cameron, nell’oscurità. Sua madre ha ragione, non sta solo passando troppo tempo nel seminterrato: ci sta passando letteralmente tutto il tempo. A volte clicca furiosamente sulla tastiera, navigando nei server del mondo intero, come la versione AI di uno di quegli annunci sui cartoni del latte. AVETE VISTO QUESTA RAGAZZA? Altre volte, chiude gli occhi e oltrepassa la soglia tra il mondo reale e quello digitale, immergendosi nello scenario dei codici, cercando di trovare le sue tracce nel sistema come un cacciatore esperto scova un filo d’erba piegato, un sentiero calpestato attraverso gli alberi, e identifica lo schema degli spostamenti della preda. Sperava che sarebbe stato più facile. Ma la fuga di Nia è alimentata da un’IA tutta sua, adrenalina allo stato puro, e Cameron diventa ogni giorno più sicuro che uno schema non lo troverà mai, perché in realtà non esiste. L’Inventore dice che capire il suo percorso è essenziale per fermarla e riuscire a tenderle una trappola, qualcosa che la tiri fuori dal sistema come un chirurgo estrarrebbe un tumore da un corpo umano. Devono prenderla intera, tutta in una volta, e poi chiudere la porta per bloccarla.
Ma questo non spetta a lui. Creare una gabbia che possa contenere Nia è un lavoro del vecchio, che in questo momento si trova in uno dei laboratori della OPTIC, e ha tutto quello che gli serve per costruirla. Cameron deve solo usare ciò che sa per rintracciarla, ed eventualmente attirarla in trappola.
In altre parole, tradirla.
* * *
È pomeriggio inoltrato quando si allontana dal computer, il cervello offuscato come i suoi occhi. Non ha fatto progressi ma ha bisogno di una pausa: la fame, tenuta a bada dalla concentrazione, ora gli sta stringendo lo stomaco in una morsa. Si mette a rovistare nel frigorifero, quando qualcuno gli dice «Ehi».
Cameron geme e sussulta, sbattendo la testa, poi si sposta dal frigorifero e vede Juaquo. È per metà dentro la stanza, il corpo che riempie tutto l’uscio, e si torce le mani come se non sapesse cosa farne.
«Scusa» dice Juaquo. «Ho bussato ma non hai risposto. E non ti ho chiamato prima perché avevo paura che il tuo telefono fosse controllato, o che lo fosse tutta la casa, che ci fossero cimici, tipo… dentro di te». Impallidisce. «Non ci sono, vero? Quella Olivia fa paura, non lo escluderei».
Cameron ride sommessamente, scuotendo la testa. «No, non sono spiato. Ho spento tutte le mie attrezzature per sicurezza, ma comunque non credo che ci proverebbero, ora che sanno cosa sono in grado di fare. A ogni modo, visto che abbiamo lasciato con loro il vecchio, credo che abbiano abbastanza garanzie per starsene tranquilli… almeno per il momento».
Juaquo deglutisce. «Sì. A proposito di questo, dobbiamo parlare».
«Va bene…»
«No» dice Juaquo, indicando l’ingresso principale oltre il corridoio, dove Cameron nota solo ora una sagoma scura, curva nell’uscio. «Noi, cioè, anche lui».
Cameron fissa l’Inventore, che alza una mano per salutare. Cameron non fa alcun cenno di risposta. Lancia invece un’occhiata a Juaquo.
«L’hai portato qui? Questa è casa mia. Non lo voglio in casa mia».
«Non ti biasimo» dice Juaquo. «Hai molte ragioni per odiarlo, e per giunta puzza. Hai notato? Come un panino al prosciutto avvolto in un calzino da palestra. Ma non l’avrei portato qui se non fosse importante, e non so quanto tempo avremo prima che la OPTIC si accorga della sua assenza, quindi dovrai parlargli».
«Che cosa c’è di così importante?»
Juaquo lo chiama, e l’Inventore si avvicina. Gli ci vuole un bel po’ per colmare la breve distanza tra loro, si muove come se fosse dolorante. Il caffetano informe che indossava quando l’hanno visto l’ultima volta non c’è più: ora indossa abiti normali, una felpa con un cappuccio che gli copre in parte la faccia. Sotto un braccio ha un fagotto, avvolto in un panno nero.
«Ti spiegherà tutto. Io sono solo l’autista».
* * *
L’Inventore si siede al tavolo della cucina, nel punto in cui la madre di Cameron quella mattina aveva preso il caffè. Forse è solo a causa delle circostanze, o per tutto quello che è successo, ma ora che Cameron lo guarda non vede traccia del tipo bizzarro ed eccentrico che la gente chiamava Barry il Suonato, né dei tratti alieni che avevano terrorizzato Juaquo quella sera sul lago Erie. Sembra l’involucro vuoto di un uomo molto vecchio, disfatto dalla stanchezza. Più di ogni altra cosa, ha l’aspetto di… be’, di un padre che ha perso un figlio.
No, pensa Cameron, allontanando quel moto di compassione prima che possa mettere radici. Qualunque cosa gli sia successa, l’Inventore resta sempre l’origine di ogni sua sofferenza.
«Va bene» dice Cameron. «Parla. E sbrigati. Se la donna bionica e i suoi scagnozzi si presentano qui, non ti coprirò».
Il vecchio gli rivolge un sorriso triste. «Molto bene. Non è una cosa complicata».
Prende il fagotto nero, lo appoggia sul tavolo e lo apre fino a rivelare una piccola scatola d’argento. Cameron riesce a scorgere degli ingressi, circuiti complessi: qualunque cosa sia, è stata progettata per la connessione. Ma quando tenta di aprire la mente all’oggetto, non riceve risposta, incontra solo una resistenza massiccia che lo fa retrocedere come se fosse stato schiaffeggiato. L’Inventore alza le sopracciglia.
«Non ti ha permesso di entrare, presumo».
«No». Cameron si acciglia, e la curiosità ha la meglio. «Che cos’è?»
«Un sistema di sicurezza». Il vecchio rivolge a Cameron uno sguardo intenso. «Un’ultima risorsa. L’ho costruito quando ho costruito lei, nel caso in cui… be’, nel caso in cui le cose fossero andate male. Una specie di… Juaquo, come l’hai chiamato tu?»
«Un reset di fabbrica».
«Grazie» dice l’Inventore, senza distogliere lo sguardo da Cameron. «Se riesco a connettere questo dispositivo a uno dei percorsi di rete che Nia sta attraversando, posso bloccarla e tenerla ferma abbastanza a lungo da sedare la sua… ribellione. Tornerà nel suo formato originale. La modalità in cui era quando l’ho creata per la prima volta».
Cameron sbatte le palpebre. «Un reset? E questo significa… cosa? Che rinuncerà a tutta la questione della libertà e tornerà a casa con te, alla vita di prima?»
«Più o meno».
Juaquo sbatte una mano sul tavolo. «Digli la verità. Se deve aiutarti, merita di saperla».
L’Inventore sospira. «Sì, hai ragione. Cameron, quando dico che tornerà indietro, intendo questo: indietro fino all’inizio. A zero. Tutto ciò che rende Nia la Nia che conosciamo scomparirà. Dovrà ricominciare da capo, come il programma di compagnia che originariamente volevo fosse, e questa spiacevole incursione negli affari dell’umanità avrà una fine. Ma» e qui gli occhi del vecchio si spostano di lato, «avrò bisogno che tu faccia da esca. Sei chiaramente l’unica persona di cui si fida».
Cameron spalanca la bocca.
«Aspetta. Mi hai detto che dovevi solo prenderla, tirarla fuori dal sistema e portarla in un posto dove non avrebbe più potuto fare danni al mondo. È questa la cosa che ho accettato, e per cui ti aiuto a trovarla. Niente di più. Ora mi dici che vuoi che faccia da esca per quest’altra cosa, in modo che tu possa… possa…»
«Resettarla» interviene il vecchio, nello stesso momento in cui Juaquo dice: «Lobotomizzarla».
Cameron rivolge uno sguardo feroce all’amico, il quale alza le spalle con aria infelice.
«Scusa» dice Juaquo, «ma è inutile indorare la pillola. Barry dice che questo è l’unico modo per evitare la fine del mondo. Non fraintendermi, il mondo lo voglio salvare. Mi piace, il mondo. Ma la soluzione migliore al nostro problema, proposta dal tizio qui presente, è intrappolare la tua ragazza in una scatola tipo Ghostbusters e procurarle un danno cerebrale permanente. Ecco cosa ti chiede di fare».
«Tutto questo è assurdo». Cameron guarda l’Inventore. «Dovresti
costruire un carcere, non un… un… qualsia-
si cosa sia. Questa è la ragione per cui ti abbiamo lasciato lì, in
modo che Olivia…»
«Quella donna» lo interrompe l’Inventore, «farà molto di peggio a Nia se riuscirà a metterle le mani addosso, senza contare cosa mi farà il suo amico dottore, se decideranno che non servo più. Se pensi che il mio piano sia crudele, immagina queste persone che sezionano e decodificano il cervello di Nia mentre lei è ancora cosciente e sente che la stanno smembrando. Olivia e la sua gente hanno i loro piani. Ci ho pensato a lungo, ragazzo mio, e non vedo altra via d’uscita. Permettere che Nia venga catturata significherebbe mettere il suo destino, i suoi poteri, nelle mani di persone che li userebbero per scopi malvagi. Non posso permettere che ciò accada. Preferirei vederla morire».
«Non potete semplicemente andarvene?» chiede Cameron. «Se sei così preoccupato, perché non la metti nella tua navicella come un tempo, fai i bagagli e ve ne andate via?»
L’Inventore ridacchia senza allegria. «Nia si è trasferita su quella nave per scelta. Secondo te lo farebbe di nuovo? Per non parlare del fatto che l’unico portale in grado di trasportarla è il tuo cervello, Cameron. Anche se riuscissi a convincerla a tornare indietro, la lasceresti entrare di nuovo nella tua testa?»
«No, ma…» dice Cameron, e lascia la frase incompiuta, digrignando i denti per la frustrazione.
«È l’unico modo» dice il vecchio.
«Be’, non erano questi gli accordi». Cameron si alza, spingendo indietro la sedia, che stride contro il pavimento. La sua mente vacilla, mentre le parole dell’Inventore risuonano senza pausa: Ritornare a zero. Tutto ciò che rende Nia la Nia che conosciamo. Scomparirà.
Esce dalla stanza ed è a metà corridoio quando sente qualcuno che lo afferra per un polso. Si gira, aspettandosi di vedere il vecchio, e invece è Juaquo.
«Su una cosa ha ragione» dice Juaquo. «So che sei sulle tracce di Nia, ma anche la OPTIC lo è. Se non la trovi lo faranno loro, e tu la perderai definitivamente. Per sempre».
Cameron fa un respiro profondo. «Eventualmente, cosa succederebbe se accettassi?»
«Non lo farai? Perché, che io sappia, non sei il genere di persona che gira le spalle a qualcuno a cui tiene».
«Qualcuno» geme Cameron. «Juaquo, non è nemmeno reale. Mi sono innamorato di un programma».
«Tu dici che non è reale» ribatte Juaquo. «E forse non lo è, in effetti. Almeno non nel modo in cui lo intendi tu. E ti garantisco che fa veramente schifo innamorarsi di una ragazza che non ha un corpo, perché, amico mio, questo rende la vita sessuale davvero complicata. Ma lei era reale per te, no? E tu eri reale per lei. Se quello che dice il vecchio è vero, allora Nia ti ha nascosto la verità perché era abbastanza umana da capire di doverlo fare. Aveva paura che non ti sarebbe più piaciuta nel modo in cui ti piaceva. Ha mentito perché voleva piacerti. E sai chi si comporta così?»
«Lo fanno tutti» dice Cameron.
«Esatto» dice Juaquo. «Tutti. Ogni essere umano. Lei ci teneva a te. E so che tu tieni a lei. Te lo si legge in faccia. E se c’è qualcuno in grado di inventarsi un’opzione C, qui…»
Si allontana, e tra loro si espande il silenzio, mentre le parole di Juaquo si librano nell’aria, insieme a tutto ciò a cui Cameron si sforzava di non pensare.
Per me era reale.
Il problema non è il fatto che lei gli abbia mentito per ragioni umanissime: Nia lo ha ferito, tradito, come solo un essere umano può fare. Era umana al punto da farlo innamorare di lei, pensa.
E questo è successo. Si è innamorato.
E suo malgrado, lo è ancora.
«Hai l’aria di uno che ha appena capito qualcosa» dice Juaquo.
Cameron si morde il labbro, annuendo lentamente. «Più o meno».
«Cioè, che non sei assolutamente d’accordo con il piano di lobotomizzare la tua ragazza, giusto?»
Un altro cenno lento. «Sì».
«Hai un’idea migliore?»
«Comincio ad averla, forse» dice Cameron, e Juaquo tira un sospiro di sollievo.
«Bene, perché tutta quella discussione mi ha fatto sentire molto, molto a disagio».
* * *
L’Inventore alza lo sguardo mentre Cameron rientra in cucina, sollevando la testa dalle mani con le vene in risalto. Non si è mai mosso, a parte coprire di nuovo con il panno nero il dispositivo sul tavolo di fronte a lui. Cameron è contento di non poterlo più vedere: vorrebbe distruggerlo. Ma si rende anche conto che non sarebbe una mossa saggia. Se non riesce a trovare il modo di salvare sia Nia sia il mondo, allo stesso tempo… Scuote la testa per cancellare il pensiero. Non prenderà in considerazione quella orribile scelta finché non avrà esaurito ogni altra opzione. Si siede di fronte al vecchio, stringendosi le mani.
«Parliamo dell’opzione C» dice. «In cui salviamo Nia, salviamo il mondo, e mostriamo un grosso dito medio a Olivia Park e i suoi amici, contemporaneamente».
L’Inventore annuisce, e nonostante la schiena ingobbita e la stanchezza che gli copre pesantemente il viso, i suoi occhi sembrano brillare, come se stesse andando tutto esattamente secondo i piani.
«Ti ascolto».