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MESSAGGIO RICEVUTO
Cameron batte le palpebre al messaggio di Nia che si illumina sul monitor, e si accorge con un sussulto che non sa da quanto tempo è sul display, o da quanto tempo è seduto lì. Ha gli occhi asciutti, i muscoli rigidi. Non c’è luce nel seminterrato.
Ha trafficato per ore, codificando furiosamente, impegnandosi nel lavoro pericoloso e difficile che include il passaggio dei dati nella sua testa. Dovrebbe funzionare, in teoria, come la deframmentazione di un disco rigido, in modo da creare uno spazio pulito e vuoto in cui installare un programma dannatamente grande. Ma non lo saprà fino all’ultimo momento, e quell’ultimo momento potrebbe anche non arrivare. Quella parte spetterà a Nia, Nia che ha cercato di comunicare con lui mentre Cameron era impegnato a capire come salvarla. Non sentire il suono del messaggio in entrata avrebbe richiesto una sorta di firewall mentale, un modo non solo per filtrare i dati, ma per interromperne il flusso. Cameron non credeva che fosse possibile. Ma adesso…
Posso controllarlo, pensa, con stupore. Posso controllarlo completamente.
Però, lo stupore nel rendersi conto che finalmente ha la piena padronanza dei suoi poteri svanisce, e al suo posto, nel leggere le parole di Nia, arriva la paura.
Stasera.
Credeva di avere tempo. E invece non ne ha.
Afferra il cellulare e sale le scale il più velocemente possibile, inciampando in cima mentre entra in cucina. Fuori, il crepuscolo ha lasciato il posto alla notte, e la stanza è avvolta dall’oscurità. Cameron accende la luce e urla. L’Inventore è seduto al tavolo, ad armeggiare con il processore argentato che ha creato per intrappolare Nia, ma gli occhi sporgono dal cranio, ognuno grande come un’arancia, inghiottiti da pupille enormi e dilatate come un buco nero.
«Gesù Cristo!» urla Cameron.
«Oh, no!» Il vecchio si porta le mani alla faccia: si sente una specie di risucchio quando i suoi grandi occhi si ritraggono. Guarda Cameron con aria contrita. «Scusami, io…»
«No, fammi indovinare. Sei un alieno e hai strane parti del corpo aliene?» Cameron scuote la testa. «Non è importante, adesso. Ho appena ricevuto un messaggio da Nia. Hai presente quella cosa, quella che, come hai detto tu, la stava inseguendo?»
L’Inventore impallidisce. «Xal».
«Non abbiamo più tempo. Credo siano insieme».
Il vecchio si porta la testa tra le mani. «Questa è una notizia orribile, ragazzo mio. Se quello che dici è vero, allora non siamo solo fuori tempo massimo. È già troppo tardi. Questo pianeta…»
«È ancora integro» dice Cameron, sbattendo un pugno sul tavolo. «Dannazione, amico. Puoi piantarla di essere catastrofico per cinque secondi? Non hai mai sentito la frase ‘Non è finita finché non è finita’? Non vedo edifici crollare o bombe esplodere o demoni che strisciano fuori da un ano gigante nel cielo. Siamo ancora qui, e finché siamo qui abbiamo ancora speranza, soprattutto se conosco i loro piani».
L’Inventore sembra sbigottito. «Li conosci?»
«Ne so abbastanza. So quando e dove agiranno, e dopo tutto quello che mi hai detto credo di poter indovinare anche il perché. Hai detto che Xal faceva parte di una mente alveare, e Nia era quella che le collegava tutte. Giusto?»
«Sì» dice il vecchio, cauto.
«Ci sarei dovuto arrivare» commenta Cameron. «È logico. A Nia è sempre piaciuta l’idea di connettere le persone. Ovviamente, perché è per quello che è stata creata. Cercavo sempre di spiegarle che le persone non sono fatte per questo. Ma lei aveva ragione. Lasciando da parte le questioni filosofiche, il libero arbitrio, l’autodeterminazione e l’importanza della solitudine eccetera, il cervello umano è solo un insieme di strutture, processi e impulsi elettrici interconnessi. Teoricamente, possiamo essere oggetto di hackeraggio, e se sei Nia e hai i poteri di Nia, forse non si tratta solo di teoria». Tocca lo schermo del cellulare e lo gira verso l’Inventore. «Soprattutto se ti viene data la possibilità di hackerare mille cervelli contemporaneamente».
Il vecchio strizza gli occhi. «E questo cos’è? Una specie di evento sportivo?»
«Una convention» dice Cameron. «Di biohacking, qui in città. Sta avvenendo proprio adesso, ed è lì che Nia vuole farmi andare. Ha detto che riunirà tutti, e che non saremo più soli». Si ferma un istante. «Questa convention tratta di impianti medici, protesi avanzate, sistemi di realtà virtuale completamente sensoriali, basati sulla percezione, e farmaci intelligenti che migliorano le prestazioni. Migliaia di persone stanno letteralmente portando i loro corpi online. Se qualcuno ha la capacità e gli strumenti per connetterli…»
Il vecchio annuisce. «Xal avrebbe il suo alveare». Si acciglia. «Oppure potrebbe trattarsi di una trappola. Xal è una scienziata di talento, e appartiene a una razza di esseri molto avanzati. Un essere umano con i tuoi poteri sarebbe molto interessante per lei».
Cameron annuisce. «Hai ragione. È un rischio. Ma… non è come sembra. Sembra proprio una cosa da Nia. Solo da Nia. Penso che lei mi voglia lì. Per assistere. Forse Xal non sa nemmeno che mi ha invitato».
Le parole di Cameron restano sospese nell’aria mentre cala il silenzio, e la quiete della casa vuota si stringe intorno a loro.
La casa vuota.
Cameron si guarda intorno, confuso.
«Aspetta un momento. Dov’è Juaquo?»
«Oh» dice il vecchio. «Se n’è andato un po’ di tempo fa. Pensavo lo sapessi».
«Se n’è andato? E dove?» dice Cameron, e avverte una terribile sensazione di vuoto allo stomaco, mentre l’Inventore risponde con un’alzata di spalle.
«Non ne ho idea. Non ha salutato, ma l’ho sentito borbottare mentre usciva dalla porta. Qualcosa riguardo una visita, o un raduno…» Si blocca, poi sbatte le palpebre. «Ah, sì. Stava parlando con sua madre. Forse dovresti chiederlo a lei».