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COTTA

Man mano che il giorno del diploma si avvicina, Cameron si ritrova a pensare a Nia in continuazione, e fatica a capire come mai una persona che sente così vicina ogni volta che è online sia così difficile da vedere di persona. Nel cyberspazio, la loro relazione sta sbocciando. Nia è entusiasta, seducente e piena di idee su quale dovrebbe essere il prossimo obiettivo della loro Operazione Giustizia Cosmica, che stanno pensando di portare alla fase due molto presto. Ma quando si tratta di vita reale, Nia…

È come se questa ragazza stesse cercando di trasformarsi in un mistero irrisolvibile e, dannazione, ci sta riuscendo alla grande. È così riservata sui dettagli più banali della sua vita personale che a volte Cameron si chiede se non sia una specie di spia, o faccia parte di un programma di protezione testimoni. Questo spiegherebbe il motivo per cui suo padre è così paranoico nell’impedirle di uscire di casa, e perché si rifiuta di mandarla a scuola. Forse il caro vecchio padre di Nia è lui stesso un super hacker, che si nasconde con sua figlia nell’ultimo posto al mondo in cui si potrebbe pensare di cercarlo, e insegna a Nia tutto ciò che sa.

Solo che, quando lui le fa delle domande in proposito, lei risponde di no, che è un’autodidatta, che Internet è come un’automobile e suo padre le ha dato le chiavi. Che ha imparato a guidare da sola.

Mio padre non mi ha dato nemmeno questo, scrive Cameron. Aveva un impero in rete, ma tutto è stato distrutto e bruciato nel periodo in cui sono nato. Non me ne ha mai parlato, ma so che non è mai riuscito a superare la cosa.

Anche mio padre non parla del passato.

Cameron le chiede: Quale passato? Cosa è successo?

Nia ci mette un po’ prima di rispondere. Non ricordo. Forse ero troppo piccola. Ma è successo qualcosa di brutto, credo. Di veramente brutto. Qualcosa di terribile. È per questo che siamo venuti qui. È per questo che vuole tenermi sempre qui con lui.

E tua madre?

Non ho una madre, dice Nia. Le parole brillano sullo schermo: anche senza poterne sentire il tono, Cameron ne avverte la tristezza.

Mi dispiace.

Mio padre non parla neanche di questo.

Cameron si accorge di annuire. Anche senza conoscere i dettagli, sta emergendo un ritratto della vita di Nia, una vita non così diversa dalla sua. Abbandono, segreti, solitudine: tutto gli sembra familiare.

Senti, quando ti vedrò di nuovo? le chiede, e spalanca gli occhi mentre una foto illumina lo schermo. È Nia, con i capelli che le coprono come due cascate le spalle nude. I capelli sono acconciati come quelli di una ninfa marina in un dipinto preraffaellita, in modo da non mostrare assolutamente nulla, ma ciò che riesce a vedere è più che sufficiente: una seducente striscia di pelle bianca e perfetta tra le cascate rosse, e un’ombra che potrebbe essere l’intimo rigonfiamento di un seno, e… «Oh mio Dio» gli esce a voce alta, mentre le guance diventano rosse. ‘Riprenditi, amico’.

Guarda quanto vuoi, dice la didascalia.

Preferirei vederti di persona, risponde, poi aggiunge un occhiolino per allentare la pressione, così che lei sappia che sta scherzando, anche se naturalmente non è così.

Forse, un giorno.

Cameron si accorge che lo sta prendendo in giro. Non gli importa. Gli fa piacere se lei si diverte con lui. Tipo, a scuola? O al museo d’arte? Che ci facevi lì?

Te l’ho detto, ti stavo cercando.

A questa cosa, Cameron non crede neanche per un secondo, ma lei è così adorabile che non gli importa. Quindi sei una stalker.

Dovrei farlo almeno altre tre volte, prima che si possa considerare stalking.

Non che a Cameron dispiacerebbe averla come stalker. Da quanto ha capito, non potrà mai avere certezze su quando si vedranno. Non ha senso. Come l’incidente al museo, avvenuto pochi giorni dopo il loro incontro nei corridoi della scuola: era quasi andato a sbattere contro di lei nel corso di una caccia al tesoro al Museo d’Arte di Cleveland, durante la settimana del diploma. Aveva commesso l’errore di geotaggare una foto, e le sue sempre utili lenti AR l’avevano avvisato dell’arrivo di un imbarazzante raduno di fan, un gruppo di ragazze che mandavano messaggi eccitati in cui dicevano che Cameron Ackerson, Il Celebre Ragazzo Fulmine, era stato avvistato vicino alla galleria di Armor Court. Si era nascosto in
tutta fretta, staccandosi dalla sua squadra e infilandosi in una stanza senza finestre, illuminata da quattro tubi al neon sul muro. C’era solo un’altra persona nella stanza, e quando si era girata verso di lui, Cameron per poco non aveva urlato di gioia: era Nia, illuminata delicatamente dal bagliore del neon, che gli sorrideva.

«Ciao» aveva balbettato, e poi – solo il pensiero gli faceva venire voglia di sotterrarsi – le aveva fatto una specie di impacciato saluto da famiglia reale, che ora riconosce come il momento in cui ha distrutto ogni possibilità di muoversi per abbracciarla, baciarla, o anche solo battere il cinque. Erano seguiti invece un paio di minuti di conversazione formale, solo ‘ciao’ e ‘come stai’ prima che i suoi dispositivi cominciassero a esplodere in un mare di messaggi dei suoi amici che dicevano DOVE SEI.

«Merda, devo andare. Ma ti va di venire con me? Magari ti presento…»

Lei aveva scosso la testa così furiosamente che Cameron non aveva potuto fare a meno di sentirsi un po’ ferito. Farsi vedere con me le provoca imbarazzo?

«Non posso. Sono già stata via per troppo tempo. Un’altra volta» aveva detto lei, per poi uscire a razzo dalla porta prima che lui potesse chiederle quando. Aveva trascorso il resto della giornata con il morale a terra, resistendo all’impulso di inviarle un messaggio: Juaquo gli diceva sempre di non mostrarsi troppo impulsivo con le ragazze, perché a nessuna piacevano i disperati. Ma essere cauto con Nia è difficile. Non solo perché quella ragazza gli piace da morire, ma perché non può fare a meno di notare che anche lui piace a lei, o almeno così pare.

È sabato, scrive. Hai programmi per stasera? Io vado a una festa.

Niente male, risponde lei.

Potresti venire con me.

Vorrei tanto, scrive Nia, e Cameron sente la frustrazione montare. È la risposta che si aspettava, ma è comunque deluso. Manda un emoji accigliato.

Okay, vado a prepararmi. Ci vediamo.

Nia, criptica come sempre, manda un ultimo messaggio prima di scollegarsi.

Può darsi di sì.

* * *

La festa è a Gates Mills, un quartiere elegante che si trova a venti minuti dal centro. Cameron non conosce nessuno che abiti da quelle parti, ed era convinto che lo stesso valesse per i suoi amici. Emma Marston, una ragazza che frequenta il suo stesso Club di Robotica, lo viene a prendere con la sua Skylark arrugginita e anima un flusso costante di chiacchiere tra i suoi passeggeri, che distrae Cameron mentre l’auto si allontana dal suo quartiere, con i bungalow modesti e incollati uno all’altro, e si dirige a est attraverso un paesaggio di cemento punteggiato di centri commerciali e una serie di sobborghi alberati. Solo quando si fermano di fronte a una grande villa di mattoni, con le luci accese a tutte le finestre che si riversano sul curatissimo giardino, Cameron capisce perché tutti hanno insistito tanto per farlo venire.

«Senti» dice Emma, voltandosi verso di lui. «Non ti arrabbiare, ma credo sia giusto farti sapere che abbiamo strappato un invito a questa festa solo perché abbiamo promesso a tutti che avremmo portato con noi il Ragazzo Fulmine. Insomma, sei il nostro biglietto d’ingresso».

Cameron ha un sussulto.

«Avete usato il mio nome per imbucarvi a una festa?» gracchia, mentre usa le sue abilità speciali per sbirciare il cellulare di Emma e avere la conferma che sì, è esattamente quello che è accaduto. Per un istante, Emma ha un’aria colpevole.

Poi si stringe nelle spalle.

«Be’, amico. Visto che tu non lo usavi comunque, tanto valeva che qualcuno lo facesse».

«Ma non è corretto» insiste Cameron.

La sorella di Emma, Julia, che è seduta accanto a lui, gli molla un colpetto sulle costole. «Andiamo. Vedrai che ci ringrazierai».

Cameron obbedisce.

All’inizio, la festa è divertente, in un certo senso. Non appena Cameron entra si leva una salva di acclamazioni; tutti vogliono parlare con lui, e Cameron si spinge fino a immaginare che questa potrebbe essere la vita che lo attende: presenziare a comando a una serie di feste piene di gente figa e sfruttare la viralità della sua fama fino a mescolarsi con i ragazzi che contano. Dopo un’ora, però, i suoi amici spariscono in un’altra parte della villa e Cameron non li segue. La festa è in onda su tutti i social media, e la birra che sta bevendo non fa che rendere il frastuono cibernetico più invadente e più difficile da tenere sotto controllo, senza considerare che è sempre più tentato di sfruttare le sue abilità per sostituire l’intera playlist del DJ con una compilation dei Nickelback, solo per il gusto di dargli una lezione…

Devo uscire di qui prima di combinare qualcosa di stupido.

* * *

Un istante dopo la porta si chiude alle sue spalle e Cameron si ritrova solo fuori di casa, sulla grande veranda, con l’aria notturna che gli rinfresca la pelle. Nonostante il rumore della festa che filtra dalle finestre quel posto è molto più tranquillo e buio rispetto alla città. Cameron prova una sensazione di pace, e decide di restare lì fino a quando non sarà ora di andare, accomodandosi su una sedia di vimini e caricando un gioco sulle sue lenti AR.

Ha appena usato una granata virtuale per far saltare in aria uno zombie digitale quando si rende conto che qualcuno è in piedi nell’ombra a pochi passi di distanza, a guardarlo.

«Sei sicuro di non essere tu lo stalker?» dice Nia.

Cameron balza in piedi. «Sei qui?» strilla, e poi tossisce, abbassando la voce di un’ottava: «Voglio dire, sei qui. Figo».

Nia scrolla le spalle, indicando la casa. «Sono amica di un sacco di queste persone» dice, e poi alza gli occhi al cielo. «Oh, be’, ‘amica’. Sai cosa intendo».

Cameron sorride, pensando al motivo della sua presenza alla festa. «Sì, so esattamente cosa intendi. Vuoi tornare dentro, o…»

«No».

Il sorriso diventa una smorfia di sollievo. «Neanche io. Perché non ci facciamo una passeggiata?»

Questa volta nessuno dei due ha fretta. Vagano insieme per mezz’ora, lasciando che le vibrazioni dei bassi e le risate degli ospiti svaniscano alle loro spalle mentre la notte li avvolge. Le ville qui sono tutte enormi e protette, separate una dall’altra da grandi prati e nascoste dietro lunghe file di alberi.

«Vivevamo in un posto come questo, una volta» dice lui. «Prima dello scoppio della bolla dot-com. Ero solo un bambino, quindi non me lo ricordo, ma ho delle foto. È assurdo».

«Lo scoppio della bolla dot-com» gli fa eco Nia. «La compagnia di tuo padre?»

«In rovina» dice. «Un impero a pezzi. E la cosa pazzesca è che quello che ha costruito è ancora lì, da qualche parte. Mio padre era un autentico precursore. Si era messo in testa di creare un’utopia virtuale nella quale le persone potessero connettersi online, e questo in un periodo nel quale il concetto stesso di ‘online’ non esisteva ancora. Aveva progettato una specie di città virtuale e aveva deciso di chiamarla Oz, perché in fondo lui era un po’ come un mago».

«Insieme andiam dal mago» canta Nia, e la sua voce è così dolce e spontanea che Cameron immagina di prenderla per mano, di farla ruotare e di ballare con lei lungo la strada. Sta quasi per allungarsi verso di lei quando Nia fa un saltello improvviso e si allontana, a passi così leggeri che sembra quasi fluttuare nell’aria. Cameron lascia ricadere la mano lungo il fianco, consapevole che il momento è passato, e l’opportunità è sfumata.

Dannazione.

Nia si ferma, aspettando che la raggiunga.

«Che cosa è successo a Oz?» gli chiede.

«Hanno sigillato i portali del web quando la società è fallita. Ma la struttura e i relativi codici non sono mai stati smantellati. Non c’è modo di entrare, però».

Nia fa un lieve sorriso. «Ogni sistema è penetrabile».

«Sì, be’, se un modo c’è, io non l’ho trovato» sospira. «Prima di sparire parlava tanto di Oz, di quante potenzialità avesse. Ero solo un ragazzino, non ci facevo troppo caso. Ma alcuni anni fa ho iniziato a pensare che forse stava cercando di dirmi qualcosa, tipo che aveva nascosto qualcosa lì dentro, un indizio che avrebbe spiegato perché se n’era andato, e dove. Tornavo a casa da scuola e passavo ore nel tentativo di intrufolarmi. Non mi ci sono mai nemmeno avvicinato». Scuote la testa. «Naturalmente mia madre mi ha fatto smettere non appena si è accorta di quello che stavo facendo».

«Ti ha fatto smettere?» domanda Nia. «Ma perché?»

«Perché non voleva che perdessi tempo, che mi facessi illusioni e soffrissi ancora. Comunque aveva ragione» dice Cameron. «Se mio padre avesse voluto farci sapere cosa gli era successo, avrebbe lasciato un appunto. Non avrebbe seppellito le informazioni in un mucchio di codici antichi dietro una porta che nessuno sapeva come aprire».

«C’è davvero una porta che non riesci ad aprire?» Nia sorride come se già conoscesse la risposta.

«Be’, sono cambiate tante cose da allora» risponde Cameron, sorridendo a sua volta.

È allora che inizia a pensare a quella passeggiata come a una specie di appuntamento galante. Continua a guardarle la mano, immaginando un modo per prenderla nella sua. Ma il desiderio di toccarla viene rapidamente soppiantato da un’altra necessità, ben più potente. Cameron si guarda intorno. La villa dalla quale provengono – e soprattutto, il bagno – è almeno a venti minuti di cammino. Non ce la farà mai, ad arrivare così lontano. Ma se si nasconde dietro una di quelle file di alberi con la chioma così folta e protettiva…

«Ehm… Nia? Puoi aspettare solo un secondo mentre io… Insomma, ho bevuto una birra prima, e… ehm. Torno subito, okay?» Non aspetta che Nia gli risponda e si inoltra in mezzo agli alberi, sollevato all’idea che sia troppo buio perché lei possa averlo visto arrossire. Si allontana appena più del necessario, perché una cosa è scusarsi con una ragazza per il fatto di dover pisciare, ma se lei dovesse sentire lo scroscio, l’unica alternativa per il responsabile sarebbe commettere un suicidio rituale.

Un minuto più tardi – potrebbe giurare che ne è trascorso solo uno, al massimo due – torna sui suoi passi, riemergendo dal bosco sulla strada illuminata dalla luna.

Ma non trova nessuno.

Nia se n’è andata.

«Ehi!» esclama. Nel folto del bosco, alle sue spalle, qualcosa si muove – un animale tra i cespugli – ma Nia non riappare. Guarda su e giù lungo la strada, mentre allo stupore subentra la preoccupazione. Non se ne sarebbe mai andata così se… o forse sì, invece?

Magari doveva far pipì anche lei?

C’è un’altra fila di alberi, sul lato opposto della strada. Si domanda se Nia sia andata lì dietro e ha appena deciso di arrischiarsi a chiamarla ancora quando lo schermo del cellulare si illumina: è lei, e il messaggio che legge lo butta a terra.

Ha chiamato mio padre, e sono dovuta andare via. Mi spiace.

Cameron lo legge tre volte: prima direttamente in rete, poi sulla lente AR e infine sullo schermo del cellulare, per assicurarsi di non essersi lasciato sfuggire una sfumatura che gli permetta di non sentirsi del tutto scaricato.

Poi si volta e torna alla festa, da solo.

* * *

Francamente, Cameron sta cominciando a odiare il padre di Nia, soprattutto le sue regole assurde sulle persone con cui lei può socializzare, e sul come. Nia parla di uscire da casa sua come la maggior parte delle persone parlerebbe di evadere da una galera. Il piccolo Cameron riconosce i segni di un’infanzia infelice: niente feste di compleanno, niente pigiama party, niente sport. Ed è frustrante che lei lo consideri un dato di fatto, anche quando Cameron le dice che è un comportamento assurdo, che un genitore come si deve vorrebbe che suo figlio avesse una normale vita sociale. Ma trova anche lusinghiero che Nia usi i suoi rari momenti fuori casa per vederlo, anche quando potrebbe scegliere altri amici, altri ragazzi. E se questo significa che dovrà aspettare ancora un po’ per portare la loro relazione su un altro livello, be’, allora? Questo non la rende meno reale. Trascorrono delle ore a parlare, tutti i giorni. Ciò dimostra solamente, pensa, che non è necessario stare nella stessa stanza per sentirsi vicini, per essere connessi.

Ma è vero anche il contrario: che puoi stare vicino a qualcuno senza avere la minima idea di cosa stia pensando o sentendo.

Ecco perché Cameron non si accorge nemmeno di cosa stia succedendo a Juaquo finché non è quasi troppo tardi.