28
BLACKOUT
Le palpebre di Cameron tremano ma restano chiuse, mentre lo trascinano lungo il molo, oltre il cancello di sicurezza fuori uso e verso l’Impala. È privo di sensi da venti minuti, trasportato prima sulle spalle da Juaquo, e poi dal suo amico e dall’Inventore, e insieme sono usciti dal ventre di quella strana isola, sono saliti sulla barca rubata e sono tornati al pontile. L’acqua era nera e calma, e il cielo senza nuvole e pieno di stelle. Ovvio che lo fosse, aveva pensato Juaquo. Era Nia a creare le tempeste, ma Nia non era più lì. La cosa ha un suo senso, purché non ci si rifletta troppo sopra, ed è proprio questo il programma di Juaquo, per il momento e forse pure per il resto della vita. Quando pensa a tutto quello che il vecchio ha detto loro, tutto ciò che ha mostrato, la sua salute mentale sembra scivolare verso il bordo di una scogliera.
«Che magnifica macchina» dice il vecchio, facendo un passo indietro per ammirare l’Impala e chinandosi per accarezzare la guancia dipinta della Vergine di Guadalupe. Juaquo passa con un grugnito all’Inventore il corpo floscio di Cameron, armeggiando per prendere le chiavi.
«Non hai una cosa simile nel pianeta da cui vieni? Non avrei mai detto che tu fossi…»
Le sue parole vengono interrotte bruscamente quando un riflettore si accende di scatto sopra di loro, mettendo in rilievo i tratti smunti dell’Inventore. Entrambi guardano in alto: oltre la luce bianca abbagliante, si percepisce appena il movimento di una massiccia lama rotante, e l’aria sembra pulsare senza rumore. Juaquo sbianca, fissando l’elicottero sospeso.
«Merda! Mi pareva avessi detto che avevamo tempo!» urla.
Il vecchio risponde: «Non è una navicella del Ministero! Chiunque sia…»
«Stiamo cercando Cameron Ackerson» dice una voce strana. Juaquo e l’Inventore si girano nella sua direzione. Accanto a una macchina lunga e nera, a pochi metri di distanza, c’è un uomo alto e pallido, con le occhiaie e un sorriso inquietante. Fa un passo avanti, muovendosi con la studiata calma di chi cerca di non stuzzicare una ferita ancora fresca. Inizialmente Juaquo non riesce a capire perché l’uomo abbia un aspetto così familiare, e quando ci arriva sente il sangue gelarsi.
«Oh, merda, ecco gli Agents of S.H.I.E.L.D.».
Immobile accanto alla macchina, Sei alza gli occhi. «Non proprio, ma ci sei andato vicino» dice, infilando una mano sottile nella tasca. Juaquo si accorge del movimento e si avventa sull’uomo, ma non è abbastanza veloce. Il dispositivo che Sei tira fuori e punta contro di lui sembra una pistola, ma non spara proiettili. Juaquo si sente sollevare e poi sbattere di lato da un’ondata di silenziosa energia invisibile. Dietro di lui, le gomme dell’Impala esplodono con tre scoppi fragorosi, seguiti da un lungo sibilo, mentre dall’ultima fuoriesce l’aria che conteneva. Quando Juaquo alza la testa per guardare, la macchina è appoggiata sui cerchioni, i resti degli pneumatici sembrano piume nere e il lato del guidatore sembra sia stato colpito da un pugno gigantesco. Si lascia sfuggire un lamento: si sente come se qualcuno gli avesse rotto le costole, ma non geme solo per quello.
«Figlio di puttana» esclama, alzandosi in piedi. Alla sua destra, l’Inventore si trascina sulle ginocchia, portando con sé il corpo incosciente di Cameron e sussurrandogli freneticamente qualcosa all’orecchio. «Cameron è mio amico, ma quella macchina era la mia piccolina».
«Allora avrai fatto un’assicurazione» dice Sei, con aria annoiata. Avanza, ma lentamente: l’addome pulsa ancora nel punto in cui la misteriosa dottoressa Nadia Kapur gli aveva bruciato la pelle con la sua saliva. Non è in condizione di mettersi a fare a pugni con uno come Juaquo Velasquez, e sa che gli agenti nascosti nell’elicottero stealth e le auto anonime parcheggiate a ogni uscita si occuperanno del rapimento. Sei, da parte sua, è più interessato all’identità del vecchio macilento che si è accovacciato accanto al corpo di Ackerson e che adesso scruta nella sua direzione con occhi grandi e spaventati. Per la seconda volta, quel giorno, ha la vertiginosa sensazione di incontrare lo sguardo di qualcuno o qualcosa di molto insolito. Cameron Ackerson, un affascinante codice a sé, è di certo circondato da gente molto interessante.
«E tu chi saresti?» chiede Sei.
Il vecchio spalanca la bocca.
Le palpebre di Cameron tremano.
E si scatena l’inferno.
La strada viene inghiottita dall’oscurità, mentre il riflettore all’improvviso si alza e si allontana, sfiorando la facciata di un edificio adiacente e poi irradiandosi come una furia nel cielo stellato. Ma non è il riflettore ad aver perso il controllo: è l’elicottero. Il riverbero attutito delle pale crea una sorta di balbettio nell’aria, mentre l’aereo vira sul lago con un’inclinazione inverosimile. Sei si volta, sbalordito, appena in tempo per vederlo precipitare in acqua, e nell’impatto le luci si spengono di colpo. Immediatamente prima che sprofondi nel lago nero e gelido, le grida metalliche degli agenti all’interno si sollevano in un orribile coro. Sei afferra l’auricolare e, mentre apre la bocca per chiedere rinforzi, viene colpito da dietro.
Il paraurti lo centra dietro le ginocchia e il suo corpo indietreggia, sbattendo contro il cofano della macchina che l’ha portato sin lì, un’elegante auto nera senza conducente, illuminata internamente come un’astronave. Fa appena in tempo a capire quello che sta succedendo, rendendosi conto di aver commesso un errore molto stupido nel portare la loro tecnologia più potente a cento metri da Cameron Ackerson, quando la macchina stride fino a fermarsi, gettandolo violentemente a terra. Sei si porta le mani al viso mentre sbatte contro l’asfalto, avvertendo l’auricolare che salta e poi scricchiola sotto di lui. Si ferma bruscamente contro un parcheggio e batte la testa così forte da vedere le stelle, lottando per riprendere fiato, mentre Juaquo e il vecchio cercano di sollevare il corpo di Cameron per poi infilarlo attraverso la portiera, che si è aperta da sola. Da dove è disteso Sei, i fari sembrano fissarlo come occhi arrabbiati, e forse non si sbaglia di molto, pensa. Cameron Ackerson potrebbe pure essere perfetto nel ruolo della Bella Addormentata, ma una parte di lui è completamente sveglia, e furiosa.
L’auto manda il suo motore su di giri mentre i due uomini vi si infilano. Juaquo si siede al posto del guidatore, poi fissa confuso il cruscotto elegante e luminoso. «Dov’è il volante?» dice.
La portiera si chiude, e quando le serrature si bloccano si sente un rumore sordo.
«Si prega di allacciare le cinture di sicurezza» dice una piacevole voce femminile.
«Oh, Dio» geme Juaquo.
Sul cruscotto prende vita un GPS. La voce cinguetta «Andiamo!» mentre lo schermo si illumina mostrando una mappa dell’area circostante.
Il motore accelera di nuovo, impaziente di eseguire il comando.
Juaquo fa appena in tempo a mettersi le cinture che l’auto scatta con uno stridore di pneumatici e un forte odore di gomma bruciata.
Entrambi i passeggeri urlano mentre svoltano furiosamente e corrono per le strade deserte, e la macchina li porta ai confini del deserto industriale a sud di Oldtown. La mappa illuminata mostra i progressi nel percorso, il GPS confuso urla continuamente comandi che vengono ignorati. L’auto è equipaggiata con una tecnologia all’avanguardia, ma non può competere con la furia mirata del suo incosciente passeggero cibernetico.
«Gira a destra!» cinguetta la voce, mentre l’auto svolta stridendo a sinistra. «Ricalcolo percorso! Fai inversione a U…RICALCOLO PERCORSO!»
Juaquo lancia un’occhiata agitata alla sagoma addormentata di Cameron e grida, in preda alla furia: «Dannazione, Cameron, se sbattiamo ti giuro su Dio che… AAAAAAAGH!»
Un’elegante auto nera irrompe proprio davanti a loro, mentre un’altra berlina accelera uscendo da un vicolo buio tra due edifici. Il mondo si confonde mentre l’auto gira vorticosamente, e quando Juaquo guarda nello specchietto retrovisore vede la berlina che li insegue. La macchina gira a sinistra, poi a destra, sbattendo violentemente sul marciapiede e attraversando un lotto deserto disseminato di tubi in PVC, per poi procedere oltre. Sentono uno schianto alle loro spalle mentre la berlina perde il controllo, finendo in mezzo ai tubi e fermandosi contro la recinzione metallica, per metà sepolta. Mentre si allontanano, il cuore di Juaquo perde un battito. Dietro di loro, altre due auto hanno preso il posto di quella fuori uso.
«Ricalcolo percorso!» cinguetta il GPS.
Dal sedile del passeggero, l’Inventore geme debolmente. «Mi sa che sto per vomitare».
«Non ti permettere» risponde Juaquo. Davanti c’è un lungo rettilineo: più oltre, si vedono le luci scintillanti della città lontana. La macchina comincia ad accelerare, i fari dei loro inseguitori si allontanano di una decina di metri, poi cinquanta, cento. Per un istante, Juaquo osa immaginare di avercela fatta, di averli seminati. La macchina prende una curva stretta a sinistra, diretta verso la superstrada.
«Deviazione!» urla il GPS, mentre un mucchio di coni stradali arancioni e segnali lampeggianti di ATTENZIONE appaiono davanti a loro.
«Gira!» strilla Juaquo, ma non c’è tempo di farlo: l’auto si blocca e il motore tossisce e si spegne. Dietro di loro si fermano una mezza dozzina di berline nere, formando un semicerchio impenetrabile. Nell’abitacolo cade un lungo momento di silenzio. Fuori, le portiere delle berline si aprono all’unisono, ed escono agenti vestiti di nero, armi in pugno e occhi fissi sull’auto ribelle. Con cautela, Juaquo alza le mani sopra la testa e prega che non gli sparino; sul sedile posteriore il vecchio fa lo stesso.
A quel punto, Cameron parla dal sedile posteriore, e lo fa con un ringhio basso e così colmo di rabbia che a Juaquo si rizzano i peli sul collo. «Perché. Non. Mi. Lasciate. Tutti. In. PACE».
Lentamente, Juaquo si gira a guardarlo. Cameron si è messo a sedere, avvolto nell’ombra, ha le mani contratte come artigli contro il sedile di pelle, e la bocca contorta in un ringhio feroce. L’espressione sul suo volto è così inquietante che Juaquo dimentica per un attimo la macchina senza conducente, le pistole, gli agenti che pian piano si stanno raggruppando, pronti a fare la loro prossima mossa.
«Cameron? Non hai un bell’aspetto».
«Davvero?» dice Cameron, e il ringhio diventa un ghigno. «Invece io mi sento alla grande. Infatti sono pronto a fare baldoria. E so esattamente dove andremo, una volta finito qui. Ho appena fatto una bella chiacchierata online con il satellite che ci sta rintracciando da lassù. La OPTIC ha gli occhi nel cielo, ma i piedi ben piantati a terra».
Juaquo deglutisce. «Forse dovresti stare un po’ tranquillo. Hai perso i sensi, sai. O forse dovremmo semplicemente arrenderci? Lo so che a giudicare dalle apparenze questi tizi hanno intenzione di catturarci e interrogarci, magari strappandoci le unghie dei piedi o roba del genere, ma forse in realtà è tutto un malin…» Si blocca, zittito dallo sguardo fisso di Cameron.
«Quegli uomini lì. Quelli che ci inseguono. Sai cos’hanno in mano?»
Juaquo scuote la testa.
Cameron fa un sorrisetto, con gli occhi socchiusi e la bocca che si allarga in modo grottesco. Non è un bel sorriso.
«Pistole smart».
* * *
Fuori dall’auto, gli agenti della OPTIC puntano le armi sul veicolo senza conducente. Il caposquadra ha dato due comandi, uno per gli uomini schierati e un altro per le pistole che hanno in mano. Le armi confermano con un cinguettio elettronico la ricezione del nuovo protocollo software e si riconfigurano di conseguenza. Sono collegate al bersaglio Cameron Ackerson: se entra nel mirino, sarà colpito da proiettili non letali che aderiscono alla pelle e invieranno impulsi paralizzanti al sistema nervoso centrale, rendendo Cameron incapace di muoversi e facile da catturare. È l’unico che otterrà il trattamento ‘catturare vivo’, comunque. Gli altri due non hanno nessun valore. Se uno degli amici di Ackerson si metterà in mezzo, le munizioni aderiranno al suo corpo ed esploderanno al contatto. Un colpo può recidere facilmente una mano o strappare una mascella; più di un colpo su un solo bersaglio, e i poliziotti di quartiere dovranno raschiare tutto ciò che resta dei loro corpi dal marciapiede.
«Cameron Ackerson!» grida il caposquadra. «Fatti vedere. Esci dall’auto da solo, con le mani sopra la testa, e non ti sarà fatto del male!»
Nessuno degli uomini raggruppati nota che il display delle loro armi si sta modificando in modo discreto, mentre le pistole emettono una serie di bassi trilli, ricalibrandosi. Davanti a loro, lo sportello della macchina si apre con angosciante lentezza. Gli agenti mantengono la formazione. Alzano le pistole. Attendono.
Per un istante cala il silenzio.
E poi, nel silenzio, arriva il clic sincronizzato delle armi che espellono i caricatori, con dentro le munizioni riprogrammate per non stordire, ma detonare all’impatto.
La notte si riempie di urla, fumo e schegge, mentre le munizioni rotolano a terra ed esplodono, e la forza delle esplosioni spazza via gli agenti, in un groviglio di braccia e gambe. E sono i più fortunati: gli uomini che avevano già cominciato ad avanzare e avevano gli stivali pesanti direttamente sotto il calcio delle armi collassano sul posto, stringendosi i resti sanguinanti dei piedi e delle gambe. Juaquo e l’Inventore si rannicchiano nell’auto, mentre una nuvola di polvere si alza intorno a loro oscurando l’orribile scena, e gli ululati dei feriti diventano gemiti. Da qualche parte, lungo la strada, un uomo comincia a singhiozzare e poi a soffocare, producendo un suono disumano che riecheggia sulle curve del cavalcavia di cemento e sembra provenire da ogni parte.
«Ritirata!» urla il caposquadra, e i pochi che riescono ancora a muoversi cominciano a barcollare confusamente. Uno di loro, con il braccio staccato che penzola innaturalmente lungo il fianco, guarda dietro di sé e urla per lo spettacolo che vede.
Cameron emerge dalla nuvola di polvere con gli occhi infuocati e i pugni serrati. La sua furia è divorante e inarrestabile. In questo momento, non vuole altro che distruggere tutto ciò che vede… e non vede. La OPTIC: questo è il loro modo di procedere. Questa è la loro gente. Dietro di lui, Juaquo e l’Inventore si allontanano dalla macchina e lo chiamano, ma lui li ignora.
La OPTIC lo vuole? Bene, ora lo avranno. La sua mente è pienamente interfacciata con il loro sistema: una connessione talmente perfetta che potrebbe utilizzarla anche mentre dorme. E lo ha fatto. Questa volta non ci sono esitazioni né resistenze: è dentro i protocolli della OPTIC, e vede tutto. Sa perché sono qui. Sono arrivati con uomini, macchine e pistole. Sono venuti a prenderlo e non gli interessa se fanno del male a qualcun altro.
Non possono scappare.
Il caposquadra è il primo a provarci, staccando i suoi dispositivi di comunicazione e zoppicando tra i vortici di polvere. Cameron stringe gli occhi, mentre la macchina che li ha portati fin lì accende il motore e parte all’inseguimento. C’è una pausa, poi un grido bruscamente interrotto, e il lungo, lento fragore di qualcosa che viene schiacciato tra le ruote e il cemento. Quando l’auto riappare, silenziosa e lenta come un cane che torna dal padrone, il parafango anteriore è segnato da una grossa macchia di sangue. Poi un nuovo rumore: l’urlo sempre più forte delle sirene. Cameron sorride ancora. Non ci è voluto molto. La polizia locale si sta dirigendo verso di loro, dopo aver ricevuto la notizia di un atto terroristico in corso. Quando controlleranno il loro archivio, scopriranno che ogni singolo uomo catturato ha sulle spalle un mandato d’arresto. Per questo, Cameron deve ringraziare il buon vecchio Omnibus. Era incappato nel robot di sicurezza mentre sventrava il sistema della OPTIC, e aveva scoperto che Omnibus era felice di rivederlo e ben lieto di recuperare i file personali della squadra che avrebbe dovuto farlo fuori.
Ciao, Batman. Ho il pacchetto dei dati con me. Hai altre istruzioni da darmi?
Cameron chiude gli occhi.
Tira fuori tutto, amico. Furto d’auto, truffa aggravata, aggressione a mano armata, e aggiungici anche atti osceni in luogo pubblico, visto che ci sei. Insomma, hai mano libera. Divertiti pure.
Affermativo, risponde Omnibus. I file sono stati alterati. Procedo?
A bomba, pensa Cameron, e guarda i file sparire attraverso una porta di servizio digitale che li porterà dritti nelle mani della legge. I cattivi sono stati segnalati.
Quando i poliziotti arriveranno lì, Cameron se ne sarà già andato. I soldati della OPTIC meritano ogni grammo del dolore che gli viene inflitto, ma sono solo pedine. È la regina che vuole, la persona le cui impronte digitali sono presenti in tutta l’operazione, le cui istruzioni codificate sono ancora memorizzate sui dispositivi degli uomini che ora giacciono per strada. Prima della fine di quella giornata, Olivia Park pagherà per essersi messa contro di lui, non prima però di avergli dato delle risposte.
«Ehi».
Cameron si volta verso Juaquo. Il suo amico è impalato accanto alla macchina senza conducente, e ignora volutamente il sangue sul parafango. L’Inventore è al suo fianco, con gli occhi spalancati.
«Sento le sirene. Dovremmo andarcene da qui» dice Juaquo. «Ti portiamo a casa, d’accordo?»
Cameron scuote la testa. «No. Abbiamo un’ultima sosta da fare».