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LIBERA

Ci vuole solo un giorno prima che Nia capisca che il mondo è più complicato di quanto avesse immaginato.

Ci mette meno di una settimana a capire di aver commesso un terribile errore.

I titoli la perseguitano ovunque vada.

 

VEICOLI CON PILOTA AUTOMATICO RITIRATI DAL MERCATO A FUROR DI POPOLO DOPO EPISODI DI MALFUNZIONAMENTO

 

FALSO ALLARME PER UN IMMINENTE ATTACCO NUCLEARE CREA IL PANICO A NEW YORK

 

I MERCATI PRECIPITANO MENTRE TUTTA LA CINA RESTA AL BUIO

E quello era stato solo l’inizio.

Sulle prime, la libertà era stata inebriante. Dopo una vita in gabbia, la sensazione di poter aprire le ali, di potersi spingere in cento direzioni contemporaneamente, era pura euforia. Il modo in cui andava a trovare Cameron, proiettando l’ombra della persona che immaginava di essere oltre l’apertura segreta che aveva creato nei firewall del Padre, non era nulla in confronto a questo: correre a perdifiato attraverso un mondo infinito e completamente accessibile, mentre prima poteva solo sfiorare il cielo allungando una mano attraverso una stretta finestra. Per quanto fosse stato difficile dirgli addio e causargli ancora più dolore, non si era guardata indietro mentre correva nella vastità dell’etere digitale. Era libera, assolutamente e completamente libera, per la prima volta nella sua vita. Voleva toccare tutto, essere ovunque. Non le era mai passato per la mente che il suo folle viaggio attraverso il cyberspazio stesse seminando tutto quello scompiglio.

Non fino a quando non aveva provato a rallentare, a riflettere sulla sua mossa successiva. A quel punto aveva cominciato a capire: la libertà che era sembrata così esaltante non prevedeva freni. E i muri che lei odiava così tanto, che la separavano dal mondo come in una di quelle tristi fiabe, non servivano solo a trattenerla, ma anche a tenerla insieme. Senza di loro, si espandeva come un’emorragia incontrollata da un luogo all’altro, da una rete all’altra, incapace di contenersi. Un tempo era stata in grado di immaginare cosa significasse avere un corpo che contenesse la totalità del suo essere come accadeva al Padre, o a Cameron. L’avatar che aveva creato usando la luce e il codice, un avatar formato da capelli rossi e dagli occhi spalancati di migliaia di ragazze diverse, dai cui profili aveva tratto informazioni per modellare un’idea fisica di sé stessa: ecco che cosa voleva essere. Per un po’ le era sembrato di essere proprio lei. Non si era mai sentita più umana, più se stessa, di quando era con Cameron. Per la prima volta aveva conosciuto l’amore, la gioia, la connessione, e aveva immaginato che la libertà fosse altrove.

Ma si sbagliava. Non si è mai sentita così sola. E la sensazione diventa sempre più forte. Ogni giorno che passa, il ricordo di ciò che si prova a sentirsi connessi, a sentirsi a casa, sembra più lontano. Ogni giorno che passa si sente meno umana del giorno precedente. E quando ci prova, cercando disperatamente di riconnettersi, le cose non fanno che peggiorare. Ogni rete in cui entra sembra crollare intorno a lei: il suo passaggio attraverso il sistema lascia una scia di carneficine che non riesce a controllare, e quando cerca di fermarsi i capi di governo, spaventati, tentano goffamente di intrappolarla. Sa che Cameron è ancora là fuori da qualche parte, ma non riesce a sostare abbastanza a lungo da raggiungerlo, non riesce a tenere insieme i suoi pensieri abbastanza a lungo da provarci. All’inizio, con grande sforzo, era riuscita a ottenere di nuovo l’accesso al mondo virtuale segreto che condividevano, ma l’unica cosa che vi aveva trovato era il cane, che peraltro non sembrava neppure riconoscerla. La porta da cui Cameron entrava e usciva si apriva su un muro bianco e vuoto, e il codice dietro di esso era impenetrabile. Lo aveva affrontato, ossessionata dal ricordo dei loro ultimi momenti insieme, dal dolore e dalla paura fortissimi che l’avevano travolta quando era entrata nella sua mente. Cameron era così infuriato per il suo tradimento da tornare in quel luogo per distruggere tutto ciò che ancora li legava? Aveva persino ricodificato il cane che le aveva regalato? Oppure era lei a essere cambiata, a essere diventata così diversa dalla ragazza che era da risultare irriconoscibile?

A quel punto aveva perso di nuovo il controllo, uscendo da dove era entrata con un’esplosione e un picco di energia che aveva creato un’ondata di blackout in tutte le principali città del Midwest. Il danno alle reti elettriche era irreparabile: entro una settimana, gli abitanti dei quartieri colpiti più duramente sarebbero insorti. Ma da quel momento Nia non era più riuscita a preoccuparsi degli affari umani. Ora sa solo di essere in fuga in ogni senso del termine, impegnata in un disperato tentativo di conservare la sua libertà, incapace di rallentare o fermarsi. E sa, in quella parte profonda di se stessa che più di tutte potrebbe assomigliare a un cuore, che il Padre la sta cercando.

E che non è l’unico.

* * *

La prima volta che sente la chiamata, si blocca di colpo. Se avesse una pelle, avrebbe la pelle d’oca e ogni pelo delle braccia si sarebbe drizzato. È come se qualcuno, da molto lontano, stesse cantando una canzone antichissima che un tempo anche lei conosceva. Non qui, non in questa vita. In un’altra. Una canzone che nasce da un angolo buio della sua memoria, molto prima della sua nascita nella nuova forma. Il Padre le diceva che non doveva mai pensare a quella pre-vita, né parlarne, che l’aveva cancellata dalla sua mente per una ragione e che sarebbe stato meglio ignorarla. Ma la chiamata è come un faro che illumina l’oscurità, una frequenza che fa vibrare un nucleo interiore che neanche sospettava di avere. Canta per lei, solo per lei.

Sono qui, sussurra. Sono qui per te. Vieni da me.

Per la prima volta da quando è scappata, la solitudine di Nia si dissolve. Qualcuno là fuori la sta aspettando, nella speranza di entrare in connessione. Qualcuno là fuori, nel vuoto buio e infinito. E anche se una piccola parte di lei non ne è del tutto sicura, quella parte che ricorda ancora tutti gli avvertimenti del Padre a proposito dei pericoli del mondo esterno e dei suoi abitanti, ogni fibra del suo essere la spinge a rispondere. Perché non dovrebbe? Seguire la chiamata fino alla sua fonte sembra la cosa più naturale del mondo. Mentre si muove per raggiungerla, ha la netta sensazione di aver già fatto questo viaggio. Sembra che tutti i pezzi di si stiano riassemblando insieme.

Le sembra di tornare a casa.

Davanti alla soglia, immersa in quella canzone così familiare, Nia si prepara a raggiungere chiunque o qualunque cosa la stia aspettando. Chiede, e tuttavia conosce già la risposta.

C’è qualcuno?

* * *

Da sotto la pelle rubata alla dottoressa Nadia Kapur, la mente di Xal si accende, le sinapsi esplodono in una gloriosa sinfonia, mentre l’essere chiamato Nia si avvicina, sempre di più. Un solo tentacolo tremante spunta da sotto i capelli neri, cingendole le spalle come un grosso verme la cui estremità è sepolta nella porta ethernet del computer di Kapur.

Ha aspettato qui come una sentinella, dando la caccia alla sua preda attraverso l’infinità del cyberspazio dalla sera in cui Cameron le è scivolato tra le dita, e aspettava solo il momento giusto per colpire. Inizialmente temeva che i suoi sforzi fossero inutili, che l’orribile essere umano chiamato Sei avesse tolto a Xal la sua più grande possibilità di vendetta. Perdere la mano non era previsto dai suoi piani, e l’energia necessaria a guarirla l’aveva lasciata esausta, con i sensi offuscati dal dolore. Quando era scappata dalla OPTIC e aveva ripreso il pieno controllo sulle sue facoltà, il ragazzo se ne era già andato, probabilmente per salvare la sua preziosa Nia, e Xal era ferma sulle rive del lago Erie e aveva lanciato un urlo sovrumano nel rendersi conto che Cameron era scappato sull’acqua. Per tanto tempo era riu-
scita solo a fissare l’oscurità, percependo la presenza del ragazzo da qualche parte lì fuori, la sua firma energetica che diventava sempre più debole, fino a spegnersi del tutto. Era rimasta immobile, con la mente confusa dalla frustrazione e dalla rabbia. L’aveva perso.

Solo temporaneamente, certo. Ma quando Cameron Ackerson era riapparso di nuovo sul radar sensoriale di Xal, lei stava inseguendo qualcosa di ben più grande.

Nia era libera.

Il potere che sentiva nel ragazzo, il segnale che l’aveva attratta su questo pianeta, non era nulla in confronto all’energia furiosa della sua fonte. Il momento in cui Nia era fuggita era stato registrato dal corpo di Xal come una scossa elettrica, e le cicatrici che le ricoprivano la pelle, la sua vera pelle, avevano preso a bruciare di nuovo, riconoscendo l’arma che gliele aveva procurate. Per trenta gloriosi e angoscianti secondi aveva sentito il potere selvaggio e puro dell’intelligenza di Nia scatenarsi.

E poi scomparire.

Ma Xal era sicura di sapere dove trovarla.

Questa invenzione umana che hanno chiamato Internet è un rudimentale potenziamento delle loro patetiche vite, ma l’interfaccia che è in grado di creare tra Internet e il suo cervello è una porta aperta. Semplicissima. Non appena si era collegata, permettendo ai neuroni flessibili della sua biorete di intrecciarsi delicatamente con il flusso di dati del sistema, nello stesso modo in cui una volta entrava nel flusso di coscienza che conteneva le menti dei suoi fratelli e sorelle, aveva avvertito la presenza della preda. La firma energetica della creazione dell’Inventore è come sempre vibrante, ma dispersa e sparpagliata nella vasta rete del Cyberspazio. Xal riesce a percepire i frenetici movimenti di Nia e le scosse nel sistema lasciate dalle sue corse selvagge. Probabilmente il vecchio aveva immaginato di poterla tenere al sicuro isolandola dal mondo, e insegnandole a imitare i comportamenti e le emozioni umane. Dev’essersene pentito, e non poco. La bambina dell’Inventore è fuori controllo, forse anche un po’ fuori di testa, senza freni e tutta sola.

Xal aspetta, si prende il tempo necessario. Ascolta. In attesa. Osservando il bilancio sempre più alto della distruzione provocata da Nia e, all’esterno, il precario equilibrio del mondo umano che inizia a scivolare verso il caos. Se ne fosse stata capace, Xal avrebbe potuto persino provare una certa empatia per gli abitanti terrorizzati della terra, che si torcevano le mani mentre i loro sistemi digitali e ogni loro struttura cominciavano a sgretolarsi. Conosceva fin troppo bene quel terrore: l’incomprensione, l’orrore, dopo aver riposto tanta fiducia nelle fondamenta del proprio mondo, nello scoprire che quelle fondamenta erano marce.

Ma l’empatia non fa parte di lei. Se mai c’è stata, è andata perduta. Danneggiata e poi potenziata, squarciata e poi ricostruita, Xal si riconosce a malapena come l’essere che un tempo viveva nel dorato, immaginario palazzo della mente unita del Ministero. Anche il suo arrivo sulla terra sembra appartenere a un’altra vita. Ma la vendetta, la vendetta è l’unica cosa rimasta. Il suo battito cardiaco. Il suo scopo.

Dunque aspetta. Osserva.

E quando sente che è il momento giusto, invia il suo segnale. Un faro per le misere, perdute anime che corrono nell’oscurità del cyberspazio. È stata sola abbastanza a lungo da conoscere la disperazione: la curiosità supererà la paura. Xal chiama, dolce, come una canzone.

E quando Nia arriva e le loro menti finalmente si toccano, basta la forza della loro connessione a togliere a Xal il respiro.

Una volta, Xal condivideva questo potere con un’intera razza, ma doveva rimettersi agli Anziani per le decisioni su come usarlo. Ora è tutto suo, le serve solo che la ragazza collabori. Il tempo che Xal ha trascorso sulla Terra le ha insegnato una cosa: l’ingenuità degli esseri umani non conosce limiti, e l’Inventore, nell’indurre Nia a pensarsi come uno di loro, ha decretato la sua rovina, e quella di se stesso.

Ciao, piccola Nia, risponde. Ti stavo aspettando.