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COMBATTI E FUGGI
Sei resta immobile, ascoltando il suono dei passi irregolari di Cameron Ackerson che si allontanano nel corridoio dietro la porta chiusa, diretti all’uscita.
Xal, usando le orecchie rubate alla dottoressa Nadia Kapur, fa lo stesso. Lo scricchiolio e il tonfo delle scarpe da ginnastica del ragazzo contro il pavimento diventano sempre più deboli, incerti, e poi scompaiono. Il leggero sibilo della porta dell’ascensore riecheggia nel corridoio vuoto.
Ognuno dei due, all’insaputa dell’altro, sta pensando che niente di ciò che è accaduto è andato secondo i piani.
Sei sbircia l’intrusa, e la sua irritazione viene superata solo dalla curiosità. Ha passato abbastanza tempo con i corpi umani per sapere che in questo c’è qualcosa di strano. È per questo che è rimasto in quella stanza anziché inseguire il suo soggetto lungo il corridoio; per quanti segreti Cameron Ackerson possa avere, Sei è sicuro che siano meno interessanti di quelli che nasconde la donna. Xal ricambia il suo sguardo, con il volto immobile e privo di emozioni, e una mano appoggiata alla sedia su cui prima era seduto Cameron. Sembra rilassata, persino serena, a parte il fatto che le nocche della mano, quella sulla sedia, stanno diventando bianche a furia di stringere.
«E così siamo rimasti soli. Come hai detto che ti chiami?» chiede Sei.
«Sono la dottoressa Nadia Kapur».
«Oh, certo. Era nel file di Cameron: la psichiatra. Ma questi metodi non sono esattamente ortodossi, non credi? Stai violando una proprietà privata. Lo fai per tutti i tuoi pazienti?»
«Cameron è speciale» dice lei, e fa un sorriso largo, mostrando i denti. Sono piuttosto appuntiti, e ne ha parecchi, persino più di lui, pensa Sei.
«Lo è di sicuro, dottoressa. E soprattutto lo era già prima che arrivassi qui, ma suppongo che tu lo sappia. Forse dovremmo confrontare i nostri appunti sul ragazzo, da collega a collega. Ti mostro i miei se mi fai vedere i tuoi».
«Nulla di quello che hai da mostrare potrebbe interessarmi». La voce della donna è stranamente gutturale, e la cadenza appena troppo piatta. «E io non ho niente da mostrare a te».
«Oh, ne dubito» dice Sei, e fa un cauto passo in avanti. Inclina la testa, con un’espressione ora apertamente incuriosita. «C’è qualcosa di speciale anche in te, vero? Non riesco ancora a definirlo…»
La donna inarca la schiena e gli sputa addosso. Sei si ritrae d’istinto, e lo sputo atterra sul tavolo accanto a lui, dove emette un suono sibilante mentre la superficie di plastica si gonfia e si deforma. Sei guarda il tavolo, poi torna a fissare lei.
«Be’» dice, con voce squillante e divertita. «Davvero insolito».
* * *
A Xal non piace il modo in cui quell’uomo la sta guardando. Niente affatto, nemmeno un po’. La maggior parte degli umani avrebbe urlato e sarebbe fuggita nel vedere cosa riusciva a fare: di certo, quelli che aveva incrociato fino ad allora erano terrorizzati, prima che lei li uccidesse. Ma non questo, decisamente no. La guarda invece, con un’espressione… come si dice? Scava nell’area del linguaggio di Nadia Kapur e alla fine trova il termine giusto: deliziata. Come un bambino che ha appena ricevuto un regalo inaspettato.
«Da dove vieni, dottoressa Nadia Kapur?» chiede l’uomo. Adesso tiene le distanze, ma lo fa palesemente per prudenza, non per paura. In effetti, sembra lottare contro se stesso per non avvicinarsi, e non smette un secondo di scrutarla. Xal stringe gli occhi.
«Non sono qui per rispondere alle tue domande» sibila.
L’uomo sorride. «Okay, Nadia. È davvero questo il tuo nome? Nadia? Hai degli occhi bellissimi, sai. Occhi belli e insoliti. Non me ne sono accorto subito, ma quelle pupille non sono comuni, vero? Non da queste parti. Mi piacerebbe sapere dove le hai prese». Fa una pausa, e il sorriso si allarga. «Oppure potresti semplicemente darmele».
«Non oserai» ribatte Xal.
«Mi prenderei cura di loro in modo eccellente» prosegue Sei. «E anche di qualsiasi altra parte tu voglia concedermi. Saresti una delizia, tutta aperta e sparpagliata nel mio giardino. Ho un presentimento su di te, Nadia. Credo che potresti diventare la più bella scultura che io abbia mai realizzato».
Xal non capisce bene di cosa stia parlando l’uomo, ma sa che non le piace il modo in cui parla, o in cui la sua mano spunta dal camice bianco. Afferra saldamente la sedia, i muscoli si irrigidiscono e passa in rassegna gli strumenti che ha a disposizione. Sono meno di quanti ne vorrebbe. Aveva seguito quel ragazzo, stasera, standogli alle calcagna mentre correva lungo le strade. Era così agitato, così determinato, che Xal si era convinta di esserci quasi. Il ragazzo l’avrebbe condotta al suo destino. Quello che aveva descritto nella registrazione della dottoressa come un momento per cui ‘vale la pena aspettare’, senza sapere quanto avesse ragione.
L’avrebbe condotta da Nia.
Un risultato che andava al di là dei suoi sogni più sfrenati, così incredibile che non avrebbe mai osato sperare di vederlo accadere. Nia, l’orgoglio e la gioia dell’Inventore, è sopravvissuta ed è qui, sulla Terra, intrappolata nella forma di un’ingenua adolescente. Con Nia sotto il suo controllo, Xal non solo si vendicherebbe, ma avrebbe un nuovo mondo, tutto suo.
Solo che il ragazzo, quel cretino, è finito nella trappola di qualcun altro prima di poter portare Xal dalla sua preda. Lei aveva distolto lo sguardo per un momento, e quando si era voltata Cameron stava fuggendo dall’altra parte della strada, e dietro di lui c’erano gli uomini in nero. Glielo avevano sfilato da sotto il naso, e lei aveva potuto solo seguirli e prendere quello che poteva dagli esseri che incontrava lungo la strada. Era un peccato che il corpo di Nadia Kapur le servisse ancora, e intatto, per ottenere la fiducia del ragazzo e convincerlo a seguire le istruzioni. Una pelle più spessa e più resistente avrebbe reso le cose più semplici, come pure denti e unghie più forti. Nella situazione in cui era, non poteva ambire ad altro. Il suo unico colpo di fortuna era arrivato sotto forma di uno strano edificio, dove c’erano scaffali che salivano fino al soffitto: sopra vi erano appoggiate scatole di vetro con dentro delle creature. Il cartello all’esterno diceva: ANIMALIA. EMPORIO DI ANIMALI ESOTICI. Xal non sapeva bene se si trattasse di una sorta di mostra, in cui gli umani potevano tranquillamente ammirare queste specie superiori, o di una prigione dove le creature pericolose venivano tenute in schiavitù. A prescindere da ciò, era stato utile. Una colonia di industriosi insetti si era rivelata in possesso dell’apparato di secrezione che aveva utilizzato contro l’uomo con il camice bianco (e per sciogliere la faccia di una donna urlante nella quale si era imbattuta al piano superiore). C’erano creature striscianti senza arti che offrivano abilità per uccidere, e una, immersa nell’acqua, che si era rivelata in possesso di abilità di guarigione. La migliore si era rivelata una creatura grassa e lucida, con splendide striature, sebbene fosse lenta nei movimenti: aveva un potente veleno nascosto all’interno. Xal era indignata dal fatto che gli umani apprezzassero ben poco la sua bellezza: il cartello sulla sua prigione di vetro diceva MOSTRO.
Dalle altre creature aveva preso senza attenzione o scrupolo, ma quella le era sembrata speciale. Quando ha preso in prestito il suo veleno, ha riempito il buco creato con il suo prezioso DNA. Il bellissimo mostro non sarebbe rimasto esattamente com’era, ma almeno sarebbe sopravvissuto.
* * *
«È strano, sai» dice Sei. «Ero sicuro che qualcuno si sarebbe presentato per interrompere la nostra conversazione. Eppure siamo soli. Perché, Nadia?»
Xal tende il corpo, e i muscoli si contraggono pronti a scattare. «Perché i tuoi amici sono morti» risponde.
Sei sventola la mano con aria sprezzante. «Non sono davvero miei amici. Sono più dei collaboratori». Ma il tono della sua voce ha un picco quando la guarda di sbieco e chiede: «Li hai uccisi tutti?»
Xal si stringe nelle spalle. «Tutti quelli che ho visto».
«Capisco» replica Sei, e le si lancia addosso. È veloce, più di quanto Xal immaginasse, e controlla con estrema precisione il suo corpo. Qualcosa di argentato gli brilla nella mano, e una lunga, precisa fenditura si apre sulla manica del cappotto di Xal. Lei fa un sibilo mentre il sangue scorre dentro la manica, fino al gomito. Con un grugnito solleva la sedia dal pavimento e disegna nell’aria un arco selvaggio. L’uomo si sposta facilmente di lato, la sedia si schianta contro la parete opposta. Un pannello si frantuma e dietro di esso lampeggia una luce rossa, poi un allarme comincia a strillare. La stanza piomba nell’oscurità, e poco dopo si illumina da tutti i lati di un bagliore rosso e soffuso.
PROTOCOLLO DI ISOLAMENTO DI EMERGENZA ATTIVATO, dice una voce femminile.
Xal ringhia, strappandosi di dosso il cappotto e gettandolo a terra in un tonfo bagnato. È sola, e furibonda; mentre trasaliva al suono inaspettato dell’allarme, il dottore ha aperto la porta ed è fuggito. Si tuffa anche lei oltre la porta un attimo prima che scorra attraverso la parete, chiudendosi.
Il corridoio è deserto.
Non importa. Apre la bocca, rivelando una lingua biforcuta che scatta rapidamente una, due volte. Le pupille si dilatano e la saliva si raccoglie nelle guance. Xal avverte l’odore del sudore acido dell’uomo, e un sentore di adrenalina così potente e inebriante che le dà quasi ebbrezza. Un’ondata di fame la percorre: la voglia non solo di cacciare, ma proprio di mangiare. Dilatare la mascella come le creature senza arti e ingoiare la preda intera, ossa e tutto il resto.
Si dirige agilmente verso la fine del corridoio, a lunghi balzi, con la testa inclinata per seguire il suo odore, le braccia penzoloni lungo i fianchi. È sempre più vicina, sempre di…
CRAC!
Finisce in ginocchio in una frazione di secondo, mentre l’ascia che fende l’aria sopra la sua testa si conficca nel muro. Un altro pannello va in frantumi, e Sei impreca, staccando l’arma per vibrare un altro colpo. Xal si lancia contro le sue ginocchia, avvolgendole con le braccia, e lo tira giù, sperando di sentire il rumore secco di un osso che si spezza. E invece le arriva il tonfo della testa dell’uomo che colpisce il pavimento. I suoi occhi si rigirano per un attimo e un gemito debole gli sfugge dalle labbra.
Xal è quasi delusa. Avrebbe voluto che l’uomo urlasse mentre moriva: ucciderlo quando è mezzo svenuto non sarà altrettanto divertente. Forse può farlo rinvenire. Sei ha la camicia tirata su, e un centimetro di pancetta pallida che gli spunta fuori. Xal afferra il tessuto e lo strappa, esponendo per intero il tenero addome dell’uomo, con quegli organi viscidi e le interiora vischiose che giacciono vulnerabili sotto la pelle. Abbassa il mento, prende la rincorsa e sputa una goccia di acido viscoso direttamente nell’ombelico.
Gli occhi di Sei si spalancano mentre urla dal dolore.
Così va meglio.
Xal esplode in una risata stridula, inebriata dall’impotenza dell’uomo. Ma ora lo finirà: dopotutto, non è per questo che è venuta fin lì. Si sta solo divertendo un po’. Si arrampica sul corpo supino dell’uomo, gli si mette a cavalcioni sul petto, dilata la mascella, l’allarga di più, sempre di più, e la pelle si allunga dolorosamente mentre tra le labbra si apre uno spazio largo venti centimetri. Di solito il veleno del mostro non è letale per gli esseri umani, ma Xal è sicura che svolgerà il suo compito se glielo inietterà direttamente negli occhi. Visto quello che l’uomo ha detto di volerle fare, sarebbe… come si dice? Scava di nuovo nei ricordi di Kapur e trova il termine adatto.
Poetico.
Sarebbe poetico.
Si allunga verso di lui, con la bocca aperta in una parodia di stupore, e si prepara ad affondare i lunghi canini negli occhi tremanti del dottore.
Questa volta non c’è alcun avvertimento, nessuna possibilità di schivarlo.
Il coltello affonda con perizia nella morbida cartilagine del polso di Xal, e gira. Una volta, un’altra ancora.
Quando lei tira via il braccio, la sua mano mozzata resta sul pavimento.
Xal inarca la schiena e ulula, sollevando verso il viso il moncone del braccio, e poi grida di nuovo quando il sangue arterioso le schizza negli occhi. Si trascina a quattro zampe, i gomiti e le ginocchia che scivolano sotto di lei, mentre Sei tiene il coltello in una mano e l’ascia nell’altra.
Le sta sorridendo.
A Xal non piace. Neanche un po’.
«Oh, sei davvero speciale, dico sul serio» dice lui. Tiene gli occhi sul polso di Xal, dove piccoli filamenti di tessuto rosa stanno già cominciando a rigenerarsi. «Nadia, sei un esemplare unico».
Xal non risponde.
Non è venuta qui per questo.
Si gira.
Corre.
Sopravvive.