21
CATTURATA
È colpa mia, colpa mia, tutta colpa mia.
Nia scivola dentro casa attraverso la stretta finestra, sapendo che deve muoversi con attenzione e senza fare rumore, ma è troppo angosciata per preoccuparsene. Le sembra un miracolo essere riuscita a tornare: il dolore era così travolgente che farcela, percorrere lo stretto passaggio fino all’aula, sembrava impossibile. Aveva lasciato il suo avatar esca a meditare sotto un albero in un mondo di foreste, dopo aver detto al Padre che voleva concentrarsi e non essere disturbata. Ma stasera tornare all’idilliaco paesaggio verde sembra uno scherzo crudele. Si scaglia contro lo scenario, singhiozzando, riducendo alberi, foglie e fiori in nanopolvere.
Quello che è successo stasera è colpa sua. È stata sua l’idea di svelare e distruggere quella rete, solo una sua stupida idea. Ha lasciato che la brama di Cameron la infettasse. La sensazione di avere uno scopo, di essere parte di qualcosa di eccitante e importante, era inebriante. Aveva permesso a quella sensazione di renderla incauta, aveva perfino convinto Cameron che non avevano bisogno di sapere chi gestisse la troll farm, che tutto ciò che contava era distruggerla, anche se sapeva meglio di chiunque altro quanto profonde e intricate fossero le sue radici. E ora sta pagando il prezzo della sua stupidità, e ha rovinato tutto, compresa la sua più grande occasione di libertà. Cameron avrebbe dovuto essere il suo cavaliere, il suo salvatore, il ragazzo che l’avrebbe liberata da questa prigione. Ora che è lui stesso prigioniero, come farà a fuggire da sola? Non potrà. Cameron era la sua unica speranza.
Pensa di nuovo allo sguardo del ragazzo, mentre si rendeva conto di essere stato catturato, di essere in trappola. A quello che aveva provato mentre lo trascinavano via: non aveva idea che qualcosa potesse fare così male. L’emozione che sente non ha nome, è troppo grande e selvaggia per poter essere definita. La sua enormità la terrorizza.
Cameron l’avrebbe potuta salvare.
Ora è lei che deve salvare lui.
Il dolore terrificante passa in sottofondo mentre si mette al lavoro, concentrandosi, incanalando tutti i suoi poteri e le sue energie nella ricerca che ha lasciato incompiuta. Il codice è come un mare, e la consuma. Si tuffa sempre più in profondità, trova le aperture che prima aveva trascurato, inseguendo il nemico che aveva cercato di toglierle tutto. Adesso riesce a vederlo, e non capisce come abbia fatto a non scorgerlo prima. In qualche modo, il cuore spezzato ha affinato le sue intuizioni: non vede solo cosa c’è, ma anche quello che non c’è. La strada fino alla loro porta è lì, nello spazio tra gli spazi, come se avessero lasciato molliche di pane tra i codici. Alla fine, davanti a lei si staglia un muro di sicurezza altissimo e complesso, come non ne aveva mai visti prima. Sa che lì dietro c’è Cameron. Riesce chissà come a sentirlo, proprio come era accaduto nella meravigliosa notte in cui si erano incontrati per la prima volta: quando l’aveva visto incendiare il mondo perché era troppo geniale e annoiato per fare qualsiasi altra cosa. La mente di Cameron aveva invocato la sua, in quel momento. E la invoca adesso.
Potrebbero innalzare cento muri come questo, e Nia li abbatterebbe tutti per raggiungerlo.
«Sto arrivando» sussurra.
«Tu non vai da nessuna parte» dice il Padre.
* * *
Il programma si blocca davanti a Nia, che si immobilizza a sua volta mentre la voce del Padre si insinua dappertutto. Quando Nia finalmente si decide ad affrontarlo, vede sul volto del Padre un’espressione sconosciuta. I suoi occhi sono lucidi, la voce bassa e tremante di una rabbia trattenuta a stento. Nia non ha mai avuto tanta paura in vita sua.
«Che cos’hai fatto, Nia?»
«Volevo solo…» comincia, solo per scoprire che non sa come finire la frase. Il Padre la guarda e scuote la testa con angosciante lentezza.
«Mi hai mentito» dice. «Mentire. Tra tutte le cose che mi aspettavo, questa non l’avrei mai immaginata. Compromettere la mia sicurezza, sgattaiolare via alle mie spalle. Hai idea del pericolo in cui ti sei messa? Del pericolo in cui hai messo me?»
Nia non risponde. Non esiste una risposta, non una che la soddisfi, almeno. Non c’è nessuna immagine che possa dipingere, nessuna canzone che possa cantare, per spiegare la verità in modo che il Padre la capisca. E capisca che lei conosceva i rischi ma li ha corsi lo stesso, perché il modo in cui Cameron la faceva sentire l’aveva convinta che ne valesse la pena.
«Vado nella mia stanza» gli dice.
Il Padre annuisce. «Sì, credo sia il caso».
Chiude la porta dietro di lei. Nia si chiede quanto durerà questa volta la sua punizione. Settimane? Cameron riuscirà a cavarsela tanto a lungo senza di lei? Potrebbero liberarlo, magari prima che il Padre liberi lei? Apre l’interfaccia per mandargli un messaggio, solo per dirgli che è dispiaciuta e che spera lui stia bene.
È in quel momento che si rende conto dello stato della sua connessione, che si fa sempre più debole man mano che passano i secondi.
«È colpa mia» dice il Padre, «perché ti ho fatto usare Internet. Pensavo che sarebbe stato bello per te entrare in contatto con le persone. Pensavo che forse, un giorno… ma mi sbagliavo. E dovremo entrambi convivere con questo errore». Fa una pausa. «I tuoi amici… mi dispiace».
«Per cosa?»
«Perché non avrai la possibilità di dir loro addio».
Nia grida inorridita, scagliandosi contro la porta. È troppo tardi. L’ha chiusa. L’ha chiusa dentro. Il segnale che la collega al mondo esterno sta morendo, è quasi scomparso. Freneticamente, scrive il suo ultimo messaggio: una disperata richiesta di aiuto.
Che spicca il volo nel nulla, mentre nella stanza scende il buio.