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UN SEGNALE

Nell’oscurità silenziosa tra i mondi, Xal va alla deriva, e non sa nulla.

È sola in questo limbo, senza àncora, mentre la massiccia navicella scintillante la trasporta: slegata da ogni cosa, in un luogo di mezzo, né di qua né di là. Fuori non c’è niente, niente tranne il nulla. È in una dimensione fuori dallo spazio e dal tempo, una sala d’attesa da cui potrebbe partire per raggiungere una qualsiasi tra cento galassie. Non c’è nessuna stella e nessun suono, solo un silenzio nero che corrisponde a quello nella sua mente, altrettanto infinito, altrettanto vuoto. È qui da molto tempo, anche se lei non lo sa. La sua coscienza è in pausa mentre il corpo dorme, sospeso nell’oscurità, in attesa di risvegliarsi e rinascere. Spogliata di tutti i suoi potenziamenti, è piccola e vulnerabile, lunga meno di trenta centimetri, raggomitolata su se stessa come un verme paffuto, rosa, avviluppata nelle appendici tentacolari che si arricciano sul suo cranio e le si avvolgono intorno al corpo, nascondendolo alla vista. Le spire terminano in un’esplosione carnosa, divaricate come dita senza ossa; alcune scompaiono attraverso piccoli portali ai lati della sua capsula e finiscono nella navicella stessa, vibrando mentre le informazioni passano da Xal al sistema centrale e viceversa. Il sistema registra la sua presenza a ogni ciclo, da quando è entrata.

Un solo passeggero collegato.

Danno critico al tessuto organico.

Si raccomanda assistenza medica.

Per un istante, Xal si muove, e ciò che la navicella avverte può essere anche visto: un caos di tessuto carbonizzato e annerito, appena visibile tra le spire leggermente ondulate del suo bozzolo autogenerato. Dispiegati in tutta la loro lunghezza, i tentacoli danneggiati si appoggiano flosci su un occhio senza palpebra, dove la rete neurale sprofonda nell’oscurità perenne. Il resto del corpo presenta un elaborato schema di cicatrici frattali, ma questa parte non è segnata: è fusa, morta e inutile come carne carbonizzata. E anche se ci fosse un equipaggio a bordo che provvedesse all’assistenza raccomandata, non ci sarebbe modo per guarirla. Potrebbero prelevare il tessuto necrotico, ma così facendo il danno diventerebbe più profondo. Ecco perché, anche nel sonno senza sogni attivato dalla crio-capsula, le onde cerebrali di Xal hanno periodicamente un’impennata, mentre il suo sistema si riempie di ormoni dello stress, tutti rigorosamente registrati dal vigile e indifferente programma di guardia.

Il passeggero è a riposo, ma non in pace.

Non ci sarà pace finché non distruggerà il nemico del suo mondo.

Se fosse in grado di sognare, avrebbe fatto a pezzi il Vecchio in ogni sogno. Avrebbe dipinto l’oscurità con il suo sangue e riempito il silenzio con il suono delle sue urla. Gli avrebbe strappato via la vita in modo brutale e definitivo come lui aveva strappato la sua, uccidendolo da dentro, prendendo tutto ciò che contava per lui, finché la morte non gli fosse apparsa come un atto di misericordia. L’avrebbe fatto durare. E una volta finito, l’avrebbe sognato di nuovo. La fantasia di vendetta non è assolutamente paragonabile al fatto reale, ovvio, ma è un modo piacevole per far trascorrere il tempo. Un’occupazione. Una distrazione. Qualcosa che le faccia dimenticare l’immenso, terribile vuoto che deve affrontare fuori e dentro di sé.

Nella navicella tutto è silenzioso e immobile.

Fino a che, all’improvviso, non lo è più.

La solitudine è la prima cosa a essere registrata, quando Xal ha un lampo di consapevolezza, il respiro si fa più veloce e le pupille si dilatano nei suoi occhi ciechi. È così che si accorge di essere sveglia: non per quello che prova, ma per quello che non prova. Una volta, uscire dal sonno era come tornare a casa, mentre la sua mente veniva avvolta dal rumore caldo e confortevole dell’alvea-
re, e le sinapsi si accendevano con l’euforico flusso della connessione. La sua voce interiore era una nota forte e prolungata, una tra milioni di voci in un grido glorioso
e pieno di armonia, che non aveva fine. Ora si sveglia nella quiete dolorosa dello spazio troppo vuoto. L’unica voce nella testa è la sua, ed è così piccola e debole che intacca a malapena il vuoto.

Ecco ciò che il vecchio, l’Inventore, le ha strappato. Ecco ciò che non può perdonare… e il motivo per il quale non riesce a perdonare se stessa. Era la sua custode, perciò avrebbe dovuto sapere, intuire l’inganno dietro le sue promesse. Aveva detto che li avrebbe elevati, e invece li ha distrutti.

Le cicatrici che le ricoprono il corpo non sono nulla in confronto al vuoto orribile in cui si trova la sua gente. Riesce ancora a sentire le urla nella testa, l’armonia sostituita da grida di confusione e angoscia, che a loro volta sono state sostituite dal nulla. La distruzione era stata devastante: tutto il loro lavoro disfatto, perso nel mostruoso silenzio delle menti scollegate, la connessione interrotta per sempre. Non potrà mai più essere ricostruita, non come era prima. Lei lo sa, anche se gli anziani lo ignorano. È il motivo per il quale si è lasciata le rovine alle spalle ed è andata in questo nonluogo. E ha aspettato così tanto tempo. Ha atteso…

Per questo.

Xal ora è completamente sveglia, il corpo colmo di energia, non sua, ma di lui. Il segnale elettromagnetico del lavoro del suo nemico è inconfondibile. Ogni cellula del suo corpo ronza in sintonia con esso, un segnale che corre come elettricità attraverso la rete di cicatrici che le brucia sulla pelle.

Questo è il suo segreto. Questo è il suo dono. E questa sarà la rovina dell’Inventore, perché la sua arma non l’ha solo spaventata: l’ha cambiata. L’energia dell’arma la infiamma dall’interno, come una volta faceva la voce della sua gente. La chiama. L’Inventore potrà fuggire fino agli estremi confini del cosmo, ma non riuscirà mai a nascondersi da lei.

Il segnale dura solo un attimo, ma è quanto basta.

* * *

Entro pochi minuti la traccia della posizione sarà completa, e se Xal avesse voce riderebbe per ciò che le ha rivelato. Tra tutti i luoghi in cui l’Inventore poteva nascondersi, ha scelto il posto più disgustoso dell’universo conosciuto. Forse ha pensato che nessuno l’avrebbe cercato lì: di certo, la specie dominante sul pianeta è troppo stupida per rendersi conto che c’è un intruso in mezzo a loro. Bene, bene. Spera che si sia goduto il tempo trascorso in esilio. A dirla tutta, spera che si senta così tranquillo e al sicuro da aver dimenticato la cautela. Renderà tutto più piacevole quando lo troverà: le sue certezze che svaniscono, l’orrore che striscia sul suo viso. Quanto più è tranquillo e gode della sua vita da fuggiasco, tanto più lei proverà piacere a distruggerla.

Inserisce le coordinate e torna al suo posto, assaporando la scossa risoluta della navicella che lascia l’etere mettendosi in moto. Una rondine che prende il volo tra le stelle, con Xal tranquillamente seduta nel suo ventre. Sa che questo è solo l’inizio e che il viaggio sarà tortuoso e difficile. Dozzine di salti interdimensionali l’attendono, accompagnati dal dolore. Senza la forza del suo popolo cui attingere e senza alcun potenziamento che possa proteggerla, il suo corpo malconcio subirà per intero l’impatto di ogni salto.

Ma il dolore è momentaneo. Il dolore non è niente. Avrà la sua vendetta e, a dire la verità, non ha alcuna fretta.

Quanto più tempo sarà necessario per raggiungere la sua destinazione, tanto più dettagliatamente potrà immaginare, ancora e ancora, il Vecchio mentre muore.