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UN NUOVO INIZIO
È Nia a cambiare tutto. È grazie a lei che Cameron, finalmente, capisce: non deve opporre resistenza ai propri talenti. Parlano ogni giorno, per tutta la settimana successiva a quel primo, stupefacente incontro: quella battle royale che lo ha lasciato senza fiato, a fissare con cauta eccitazione il suo messaggio che brillava nel buio della stanza. All’inizio era stato sospettoso, semi convinto che tutta quella faccenda si sarebbe rivelata lo scherzo di un soggetto tipo Archer Phillips, o forse del Governo, che lo sorvegliava anche se Cameron non riusciva a immaginarne il motivo. Non ha fatto cenno con nessuno delle sue nuove capacità, e non intende farlo. È un confine che non ha nessuna voglia di attraversare; è troppo pericoloso. Ma anche se nessuno lo avesse preso personalmente di mira… be’, la gente usa continuamente identità fittizie, in rete. Mantenere un certo scetticismo è la cosa più sensata, e la presenza di Nia su Internet non ha fatto che incrementare il mistero: oltre a essere una sorta di superhacker, pubblica regolarmente i suoi post su diverse reti e ha centinaia di migliaia di amici e di connessioni. Quando però Cameron ha provato ad aprire il sipario e scoprire la vita reale dietro lo schermo, si è ritrovato a mani vuote, e decisamente in imbarazzo. Stava cercando di rintracciare il suo indirizzo IP quando sul telefono gli è apparso un nuovo messaggio:
Ficcare il naso non è educato.
Pur sentendo le guance che prendevano fuoco per l’imbarazzo, non ha potuto fare a meno di essere impressionato… e incuriosito come non mai.
Alla resa dei conti, le sue paure si sono rivelate infondate. Nia è reale al cento per cento. Non solo quando gioca o mostra le sue qualità di hacker – dopo quella prima notte in cui hanno violato il sistema insieme, non ha mai dubitato di trovarsi in presenza di qualcuno di davvero grandioso – ma anche quando svela la sua natura di ragazza. E di ragazza decisamente carina.
Quando si vedono per la prima volta di persona in video chat, Cameron si sente subito in imbarazzo per aver dubitato di lei. Non c’è alcun dubbio sul fatto che sia esattamente ciò che ha detto di essere: una ragazza di diciassette anni, perfidamente intelligente e così bella che Cameron si sente subito in imbarazzo per i capelli scompigliati e la cicatrice sulla tempia. Ma se Nia è delusa dal suo aspetto, non lo dà a vedere. Anzi, sembra nervosa, in realtà.
«Non posso parlare per molto» dice. «Se mio Padre mi scopre a chattare con te…»
«Fammi indovinare» la interrompe Cameron. «È uno di quei pazzoidi paranoici convinti che chiunque su Internet sia un serial killer o un pedofilo».
Nia sorride. «Qualcosa del genere, sì. Diciamo che farebbe troppe domande».
«Sono molto bravo con i genitori. Potresti presentarmi…» propone Cameron, ma Nia sgrana gli occhi.
«Oh, no. Io… no. Cameron, mi dispiace, ma devo andare».
Lo schermo si oscura.
Cameron si sente deluso – la conversazione è finita in meno di un minuto – ma anche vagamente sollevato. Guardare Nia mentre le parlava era una fonte di distrazione; lo rendeva nervoso e incerto, per non parlare del sudore, copioso e imbarazzante. Ma per iscritto, o in forma di avatar, non sente alcuna pressione; riesce a essere dolce, spiritoso, e addirittura a flirtare un po’. Nello spazio virtuale le goffaggini sono bandite. I loro messaggi volano avanti e indietro senza gli imbarazzi della vita reale, e le loro conversazioni rappresentano la parte migliore delle sue giornate. Non esiste persona con la quale sia più facile parlare o che lo capisca meglio, neppure la dottoressa Kapur, il cui mestiere consiste proprio nell’interpretare i suoi sentimenti. Nia li capisce al volo. Quando il mondo lo riempie di rabbia e di frustrazione, è l’unica che sembra comprendere sul serio di che cosa sta parlando. Quella notte stessa le manda un messaggio:
Vorrei avere più amici come te nella VR. Persone con cui essere autentico.
La risposta di Nia è provocatoria: VR non significa ‘Vita Reale’? Come puoi essere più reale qui che là fuori?
Cameron reagisce con un emoji imbronciato. Lo sai cosa intendevo. Posso essere me stesso, con te, mentre con la maggior parte degli altri non ci riesco. È per questo che la scuola fa schifo: non puoi mostrarti per quello che sei e pretendere che agli altri stia bene. Devi indossare una maschera, o esibire solo la tua parte più accettabile: insomma, selezionare i tuoi aspetti migliori. E adesso so che non è un problema solo mio. Tutti quanti offrono la stessa messinscena, e tutte queste messinscene sono amiche una dell’altra. Non credo di conoscere nessuno: non veramente.
Be’, conosci me, ribatte Nia. Io non sono una messinscena.
Potresti esserlo, invece. La gente mente online più ancora di quanto non lo faccia nella vita reale. Potresti fingere anche tu.
Deve attendere parecchio, prima di leggere la risposta di Nia, e sta quasi per convincersi di averla offesa. Ma Nia non sembra arrabbiata. È una delle cose che gli piacciono di più, di lei; perfino quando si lascia uscire di bocca le cose peggiori, non lo aggredisce. La sua risposta è diretta e vulnerabile in modo quasi disarmante.
Non sono molto brava, a fingere.
* * *
In città adesso è mattina presto, l’aria è fresca, cupa e silenziosa. Una nebbia grigia e umida striscia dal lago, inseguita da un vento freddo che scuote gli ultimi petali di un ciliegio in fioritura tardiva e li fa rotolare per le strade. Su Walker Row le case sono sprangate, le finestre nere e coperte. Il sole non sorgerà prima di un’ora, e tutti dormono, o almeno tutti dovrebbero dormire. Ma nella casa al numero trentasei, quella di mattoni con la porta gialla, un chiaro rettangolo di luce risplende dal perimetro della finestra del seminterrato, come ogni notte nelle ultime tre settimane.
Cameron trabocca di idee: ogni volta che completa un progetto, un’altra mezza dozzina aspetta impaziente il suo turno. Ha modificato la struttura di tutti i suoi giochi preferiti, inserendo trabocchetti e Easter egg nel codice in modo da farli diventare come nuovi e rendere imprevedibile l’esito delle partite. Ha in mente un’intera carrellata di strumenti tecnici che dovrebbero interfacciarsi con i dati biografici dell’utente e fornire ventilazione o compressione, o addirittura chiamare un’ambulanza in caso di aritmie o disidratazione. Ha un minuscolo robot, grande come una monetina, che gli striscia avanti e indietro sulle spalle con le sue zampette sintetiche da ragno, analizza la topografia della sua pelle e gli strizza gentilmente i pori per liberarli da qualunque impurità. Cameron sa bene che ognuna di queste varianti verrebbe pagata migliaia di dollari dai potenziali investitori, ma non gli interessa più quel tipo di riconoscimento. Ogni notte che passa, dorme di meno e lavora di più, il suo cervello alimentato in parti uguali da ispirazione e caffeina. Quello che gli è successo è un dono, ora lo sa. Doveva solo smettere di resistergli, per comprenderne i benefici invece che i danni. Quando è salpato era un ragazzo normale, e ora… be’, è qualcosa di più. Molto di più. Il potere della sua mente sarebbe terribile se non fosse così abbagliante, così eccitante. A volte gli sembra di avere ancora dentro di sé il fulmine, energia che crepita da neurone a neurone, come una serie di fuochi che si accendono, guidando le sue mani da un progetto all’altro.
Un aggiornamento, pensa. Sono un umano 2.0.
È il modo migliore in cui riesce a descrivere quello che è successo nella sua testa, e far capire come ogni abilità che già possedeva sia stata potenziata, aumentata, migliorata. A Cameron è sempre piaciuto giocare, sperimentare, programmare, mettere insieme componenti e software per creare la sua personale tecnologia in stile Frankenstein. Ma questo dove si trova adesso è un livello a parte. Il suo cervello si attiva con i flussi di dati inviati e ricevuti, con l’elaborazione e la risoluzione. C’è così tanto da fare.
Per prima cosa si è occupato di sé. Dopo aver fatto un giretto ufficiale durante il giorno con il suo chirurgo nel laboratorio di protesi dell’ospedale e qualche cyber-irruzione notturna e illecita nella rete di informazioni di un’importante azienda di biotecnologie, ha capito esattamente cosa gli serviva, e come ottenere i suoi nuovi amici, le macchine, per costruirlo. Nascosto tra i cespugli poco dopo il sorgere del sole, all’esterno di un laboratorio di robotica, si è sentito un po’ come una spia, mentre si interfacciava mentalmente con la stampante 3D all’interno dell’edificio, e poi bussava alla porta per prendere quello che aveva fatto costruire da uno scienziato sconcertato, arrivato in anticipo al lavoro proprio mentre la stampante stava ultimando il suo compito. Cameron ha indossato una specie di travestimento: un berretto da baseball nero e una polo con il logo dell’ex azienda di tecnologie di suo padre, ma alla fine è risultato inutile. L’uomo lo ha notato a malapena, troppo occupato a guardarsi nervosamente alle spalle, come se temesse che il laboratorio fosse stregato. E se avesse detto a qualcuno che era arrivato un ragazzo con un’evidente zoppia per recuperare un oggetto misterioso nell’edificio, be’, avrebbero cercato quel ragazzo per l’eternità.
Perché Cameron non zoppica, non più. La protesi si adatta perfettamente al buco nel piede, ed è collegata con una rete neurale di intelligenza artificiale che avverte ciò che i suoi nervi morti non percepiscono più. Un processore all’interno analizza ogni movimento e fornisce i dati a un’app, progettata anch’essa da lui, che identifica ogni disallineamento nei suoi passi. Con la protesi, l’app e il suo cervello cibernetico in costante dialogo, reimparare a camminare è stato uno scherzo. Una settimana dopo il primo utilizzo, Cameron ha lanciato il suo bastone sul marciapiede, pronto per il camion della spazzatura. È sicuro che, una volta ottenute le giuste risorse, sia possibile realizzare una versione organica della protesi: terminazioni nervose artificiali che si sincronizzano perfettamente con i circuiti del corpo, inviando segnali al cervello senza richiedere alcuna traduzione. Lui può codificarli. Può codificare qualsiasi cosa.
E quello è stato solo l’inizio. Ha già hackerato tutti i sistemi della casa e li ha sincronizzati sia con il bollettino meteo locale che con il braccialetto per il fitness di sua madre, anch’esso hackerato, in modo tale da poter analizzare tutto, dalla frequenza cardiaca al calendario, e diffondere i dati in tutta la casa. La macchina del caffè si accende ogni mattina non appena sua madre si alza dal letto, anche quando accade prima del solito, o dopo. Se lei si addormenta sul divano, le luci si attenuano e il volume della TV si abbassa per garantirle un pisolino di qualità. Se passa tutto il giorno in piedi al lavoro, il frigorifero si calibra alla temperatura ottimale per il vino nel preciso istante in cui sale in macchina per tornare a casa, oppure, se sta tornando dalla classe di Zumba alla Y, il termostato si regola su una confortevole impostazione post allenamento. Rendersi conto di poter non solo parlare con il software delle macchine che lo circondano, ma indurle a parlare tra loro e lavorare insieme, facendo di lui una sorta di diplomatico del digitale, è stata una rivelazione. E sa che sua madre apprezza ciò che ha fatto, anche se non lo capisce. Un giorno gli ha detto: «Sono così felice di vederti di nuovo tanto impegnato e preso dai tuoi hobby».
Al suo fidanzato, invece, ha scritto: Oh mio dio, la nostra casa è SMART. Mi sembra di vivere in una suite su quella cazzo di Enterprise!
Più di tutto, però, Cameron è stato piacevolmente sorpreso dalla scoperta che, per quanto gli abbiano complicato la vita, i suoi poteri sono anche divertenti. Stamattina sta apportando gli ultimi ritocchi a un nuovo oggetto tecnologico da indossare, basato sulla visiera di navigazione AR che un tempo utilizzava per avventurarsi sul Sunfish. Se mai tornerà a navigare, non avrà bisogno di quello stupido auricolare: una volta compreso in profondità il programma, ha capito che sarebbe stato molto facile comprimere la tecnologia e mapparla su qualcosa di molto, molto più piccolo. Alla fine, avrà ottenuto un paio di lenti a contatto che proiettano le immagini direttamente nei suoi occhi – con un auricolare corrispondente, per l’audio – e un sistema di gioco che potrà portare ovunque.
Il calendario in alto a destra dello schermo dice che è il 17 maggio. Oggi sarà il suo primo giorno di scuola dopo l’incidente, giusto in tempo per la settimana del diploma. Ma non ne ha più paura. In realtà, non vede l’ora. Sedersi alle prove per la consegna dei diplomi e nella mensa scolastica sarà molto più divertente, ora che può falciare con discrezione gli zombie digitali usando un lanciafiamme virtuale, invece di prestare attenzione agli altri. E poi sta andando ad affrontare gli esami finali senza aver studiato. Dopo quello che ha passato, sfruttare le sue capacità e il più vicino dispositivo collegato alla rete per colmare le lacune gli pare uno scambio equo.
Non gli sembra neanche di barare, non proprio, almeno. È molto più naturale di quello che sembra: il codice è diventato la sua lingua madre, una lingua che parla fluidamente e intuitivamente. E più parla alle macchine che lo circondano, più preferisce questo tipo di conversazione al suo corrispondente umano. Le persone sono complicate, difficili, frustranti; portano i loro pregiudizi e le loro zone d’ombra in ogni interazione, interpretano male e fraintendono. Non si era mai reso conto prima di quanto Internet, il grande esperimento che avrebbe dovuto unire il mondo, abbia reso ogni singola persona sulla Terra più alienata e primitiva che mai. Ognuno sta nella propria bolla, aggredendo gli altri senza comprensione o empatia, affamato di nemici da odiare.
Il software non lo fa mai. Si limita a enunciare il proprio significato, e finché anche Cameron lo fa non ci sarà alcun fraintendimento. Più tempo passa a comunicare con le macchine, più preferisce la loro compagnia… a meno che Nia non sia online, certo.
* * *
Il sole sta appena sorgendo quando Cameron afferra il cellulare e scatta una foto nel momento in cui la sua nuova stampante 3D top di gamma, regalo anticipato del diploma per gentile concessione dei fondi di Real Housewife, inizia a ronzare. Prepara le lenti a contatto, intrecciando il silicone ai sottili filamenti che contengono tutto, da una perfetta antenna in miniatura a un processore delle dimensioni di un brillantino a una minuscola fotocellula. Nia sarà entusiasta di vedere quella parte: è stata una sua idea. Ogni volta che condivide lo spunto per un progetto, la sua nuova amica ha sempre un’idea su come spingerlo oltre, rendendolo ancora più interessante. E se pure ha delle domande su come ha fatto a diventare così bravo, sul motivo per cui è in grado di programmare in modo tanto fluido e intuitivo, le tiene per sé. Cameron allega la foto e invia il messaggio. Forse non si è ancora svegliata: il padre di Nia è molto severo sugli orari, oltre a tutto il resto, ma troverà il messaggio ad aspettarla non appena si connetterà.
Obiettivo lenti AR quasi raggiunto! È ora di fare una prova.
* * *
Cameron si sente stordito mentre prende posto nell’aula in cui si tiene la lezione di francese, facendo vagare lo sguardo nella stanza e scansionandola al tempo stesso. Le lenti intelligenti gli irritano gli occhi, ma nella testa è tutto gradevolmente chiaro, il che è motivo di sollievo e stupore al tempo stesso. L’esplosione di dati mentre arrivava a scuola lo ha quasi messo ko, insieme agli effetti della sua improvvisa fama. Ha sentito la sua immagine sgranata circolare lungo la rete, e sa che le telecamere lo stanno riprendendo mentre attraversa i corridoi; ogni volta che qualcuno punta il telefono nella sua direzione sente un lieve solletico psichico. D’altro canto, non ha avuto bisogno delle sue capacità cibernetiche extrasensoriali per sapere che la sua presenza stava provocando una certa agitazione. Gli studenti, e le ragazze in particolare, continuavano a sorridergli nei corridoi e poi a erompere in una sequela di bisbigli e risatine dopo il suo passaggio. Molti lo fissavano apertamente, e ancor più espliciti erano i tentativi di evitare il suo sguardo. Quando finalmente ha accettato di posare per un selfie, ha sentito immediatamente l’impatto della foto su Internet e della serie di like e repost che ha scatenato. Ma se anche non ci fosse arrivato grazie ai suoi poteri, i continui segnali del suo telefono man mano che la foto diventava virale gli avrebbero ricordato quanto sono cambiate le cose. Cameron Ackerson, il ragazzo che è stato colpito da un fulmine, è diventato un’autentica celebrità.
A un certo punto, tra l’ingresso e il percorso per raggiungere il banco, è successo qualcosa di incredibile. Oltre a migliorare il mondo davanti ai suoi occhi con una sovrapposizione di realtà aumentata, le lenti hanno cominciato a lavorare per organizzare e focalizzare il flusso di informazioni provenienti dai dispositivi nelle tasche e nelle borse di tutti. Il rumore nella testa è quasi completamente scomparso, e quello che rimane è del tutto gestibile. Ma la cosa più assurda è che non è stato costretto a farlo: non di proposito. Invece, in qualche modo, il suo cervello e l’accessorio hanno capito come interfacciarsi tra loro in sottofondo, una sincronizzazione tra la mente e la macchina facile e inconscia come il respiro.
Uno spettro di informazioni scorre attraverso le lenti mentre entrano gli altri studenti, le vite digitali che circondano le loro teste come una nebbia fatta di codice. Nelle loro esistenze di liceali dell’ultimo anno, i suoi compagni di classe sono più impegnati che mai: postano foto nostalgiche, condividono piani di studio universitari, mandano freneticamente messaggi sull’ondata di feste di fine anno che inizierà questa settimana e continuerà per tutta l’estate. Sfilano davanti a lui come nuvole di dati che camminano, apparendo nelle lenti di Cameron come il social feed più brutalmente sincero del mondo. Ecco Bethany Cross, che ha fatto sessanta selfie stamattina prima di sceglierne uno che le piacesse al punto da postarlo. Ecco Alex Anderson, che pubblica quotidianamente tante di quelle stupide fake news che persino sua madre l’ha bloccato su Facebook. Jesse Young fa sexting con la ragazza del suo migliore amico, la quale a sua insaputa ha inoltrato l’ultima foto che lui le ha inviato a quindici amiche: non finirà bene. Malik Kowalski ha passato tutta la mattina a googlare ‘quale dovrebbe essere l’odore di un ombelico’, e Cameron ci ride sopra un bel po’ prima di rendersi conto che in realtà è una bella domanda. E Katrina Jackson, una delle ragazze più carine della scuola, si è iscritta a un sito di domande anonime, inviando il messaggio ‘Perché sei una puttana così disgustosa?’ direttamente a… se stessa.
Okay, non me l’aspettavo, pensa Cameron, scuotendo la testa. Ma avrebbe dovuto: Katrina non è solo carina, è un’esperta in manie di protagonismo. Dopo aver postato lo screenshot del messaggio che la ‘bullizza’ cavalcherà per tutta l’estate l’ondata di compassione che ne sarà derivata.
Umani, pensa battendo le palpebre, e il display si oscura, il che è un bene, perché quando alza lo sguardo il professor Breton è proprio nel suo campo visivo, sorride e saluta, con la valigetta del laptop appesa a una spalla. Cameron sorride e spera che il suo cervello non si concentri sulla valigetta. Il professor Breton gli è sempre piaciuto. Se esiste qualcosa di strano o disgustoso nel suo portatile, preferisce non saperlo.
«Bienvenue, Monsieur Ackerson. Nous sommes tous très heureuses de vous voir. Vous allez bien, j’espère?»
«Très bien, Monsieur» risponde Cameron. «Merci».
Mentre inizia la lezione, invia a Nia un altro messaggio, anche se lei non ha ancora risposto al primo.
Finora le lenti sono pazzesche. Che stai facendo?
* * *
Quando entra nell’aula per l’ultima lezione della giornata, con il cervello che riceve le interferenze in sottofondo e il rumore nella testa al minimo, Cameron si sente stanco come non lo è mai stato per settimane intere, mentre gli cascano addosso tutte quelle notti in bianco e le albe e il cervello è spossato per lo sforzo di gestire il traffico digitale di un edificio pieno di ragazzi tecnologicamente ferrati. La vibrazione del telefono in tasca è diventata più fastidiosa che eccitante. L’unica persona che vuole sentire davvero è Nia, e lei non risponde ancora.
È un pomeriggio caldo, e le palpebre di Cameron stanno cominciando a calare, la voce del professore di storia che spiega l’ultima lezione del giorno svanisce in un monotono ronzio di sottofondo, quando all’improvviso una voce rabbiosa esplode nel suo orecchio.
E COSÌ TUTTI POSSONO PRENDERE IL TUO LAVORO! I TUOI DIRITTI! LE TUE RISORSE!
È così forte che Cameron sussulta, e le ginocchia colpiscono la parte inferiore del banco. Gli altri si girano a guardarlo, ma lui a stento se ne accorge: in fondo non hanno fatto altro per tutto il giorno. Sente solo la voce, quella voce così piena di odio che a stento gli permette di concentrarsi. Nessun altro sembra sentirla, e Cameron si chiede per un attimo se non stia perdendo la testa, per poi realizzare che la voce proviene proprio dalla sua mente. Il display sulle lenti lampeggia, indicando che la batteria è in esaurimento.
Ma certo, pensa. È stato al chiuso tutto il giorno: la fotocellula ha bisogno di luce solare per ricaricarsi. E nel frattempo non riesce a gestire il volume di dati che gli attraversa la mente, soprattutto il podcast che qualcuno nell’aula sta trasmettendo in tempo reale. È quella la fonte della voce, che sta ancora urlando:
I BAMBINI AMERICANI STANNO MORENDO, SONO MORTI, A DECINE, PICCOLI BAMBINI INNOCENTI, E IL GOVERNO DICE CHE È COLPA DI UNA BRUTTA INFLUENZA? GLI ALIENI STANNO PORTANDO ENTRO I NOSTRI CONFINI AGENTI PATOGENI CHE I BAMBINI NON POSSONO COMBATTERE.
Cameron alza gli occhi al cielo. Ugh. È quel tizio. Riconosce la voce: appartiene a Daggett Smith, detto anche il Veritatore. Un tempo, era uno sfacciato presentatore radiofonico, cacciato dall’etere per aver rivolto minacce sessualmente esplicite alla figlia tredicenne di un politico. Ma ciò che le reti radiofoniche si erano rifiutate di tollerare era stato invece accolto da Internet a braccia aperte. Negli ultimi due anni, Smith si è fatto un nome come opinionista di YouTube, autore autopubblicato e comandante in capo di un rabbioso esercito di teorici della cospirazione in rete. Il tizio è senza vergogna, e non si fa scrupoli nello spedire le sue orde di seguaci contro persone innocenti, persino bambini, come molti compagni di classe di Cameron hanno scoperto nel peggior modo possibile appena pochi mesi prima. La produzione di West Side Story con gli attori invertiti di sesso del Center City High, messa su dal club teatrale, era un divertimento innocuo: un paio di amiche di Cameron del club di robotica avevano partecipato a un’audizione e avevano ottenuto il ruolo di boss delle due gang rivali, fino a quando qualcuno, forse un genitore contrariato, aveva avvisato Smith della sua esistenza. A quanto pareva, nel giro di una notte ogni ragazzo coinvolto nello spettacolo era diventato bersaglio dell’esercito di troll del Veritatore, e le caselle vocali della scuola si erano riempite di coloriti messaggi che accusavano lo staff di indottrinare ragazzi innocenti per farli entrare nella Prima Chiesa Riformista dei Guerrieri della Giustizia Sociale e della Fluidità di Genere. Era stata solo questione di tempo prima che qualcuno lanciasse una serie di minacce bomba, e Daggett Smith annunciò la cancellazione dello spettacolo come una vittoria della verità, della giustizia e dello stile di vita americano. Nel frattempo, la scuola era rimasta chiusa per due giorni mentre le forze dell’ordine cercavano gli ordigni esplosivi, e i compagni di classe di Cameron, devastati, trovavano ancora ogni giorno, al risveglio, nuovi messaggi carichi d’odio da parte dei fan devoti a Smith.
Cameron si era chiesto più di una volta che genere di persona potesse ascoltare con gusto ciò che aveva da dire quello stronzo. È snervante accorgersi di essere seduto in un’aula con una di loro, così fisicamente vicina.
AVETE SENTITO PARLARE DELLE COPERTE INFETTATE CON IL VAIOLO? LO PORTANO NEL BURKA, IL VAIOLO. CE LO PORTANO E LO DIFFONDONO. NON DOVREI DIRVELO, RISCHIO LA VITA RACCONTANDOVELO. IL GOVERNO NON VUOLE CHE SAPPIATE LA VERITÀ, MA LE PROVE SONO SOTTO IL NOSTRO NASO!
Un raggio di luce del tardo pomeriggio cade sulla scrivania di Cameron, che allunga il collo per dare un po’ di nutrimento alla fotocellula. Solo una piccola ricarica, pensa, così non sarò costretto a sentire queste stronzate, ma anche mentre cerca di isolare quello sproloquio carico di odio non riesce a impedirsi di cercarne la fonte. Un attimo dopo, sta frugando nel cellulare di un ragazzo di nome Mike Wilson, uno sfigato con un grave problema di acne e una ben più grave fissazione per il bellicoso Smith. Una sbirciatina ai social media di Mike conferma che è un membro tesserato dei ‘Daggett’s Maggots’, e un rapido giretto nel database degli studenti della scuola rivela che questa non è la prima volta che il ragazzo si sintonizza su uno degli sproloqui di Smith, invece di stare attento in classe. La sua media è D+, pensa Cameron, analizzando il curriculum accademico di Mike. Che sorpresa.
L’indicatore di carica sulle lenti di Cameron passa da giallo a un verde pallido, e il podcast svanisce, provocandogli un sospiro di sollievo.
Per quanto le sue abilità gli consentano di scoprire segreti, Cameron non è comunque un sensitivo: sbirciare nel cellulare di qualcuno non è come leggere nella sua mente. Quando suona la campanella, non si accorge dell’espressione sul viso di Mike Wilson, o del modo in cui si precipita fuori dall’aula con la mascella serrata e le mani strette a pugno. E non è l’unico a non notarlo. Nessuno vede arrivare Mike. Non lo vede l’insegnante, non lo vedono i ragazzi che si radunano nei corridoi, e soprattutto non lo vede Brahms, diminutivo di Brahmpreet, il quale non riesce neppure ad alzare le mani prima che Mike Wilson lo afferri per la nuca e gli faccia sbattere la faccia contro un armadietto aperto.
Cameron avverte prima il segnale, mentre trentasette ragazzi tirano fuori il cellulare per filmare l’accaduto. La seconda cosa che avverte è un’ondata di nausea, mentre entra in corridoio e vede Brahms che barcolla, con il sangue che gli scorre a fiumi sulla metà inferiore della faccia. Il turbante è di traverso, con un lembo che gli pende sulla fronte: Brahms allunga una mano per toccarlo, e il volto è una maschera di dolore e confusione. La folla si sta agitando: il cuore di Cameron perde un colpo mentre si rende conto che i ragazzi si spingono l’un l’altro non per aiutare, ma per riuscire a filmare meglio il naso rotto di Brahms, che si guarda intorno, disorientato. «Perché?» dice.
Mike Wilson esce dalla folla.
«Perché sei un malato pezzo di merda» ringhia, e lo colpisce alle gambe per farlo cadere a terra.
Tra la folla, qualcuno urla: «COMBATTI!»
Quello che succede dopo è orribile, e questa volta Cameron è ben contento che così tante persone abbiano filmato tutto: Mike che si avventa su Brahms sanguinante, strappandogli il turbante e scaraventandolo lungo il corridoio, dove atterra sul piede di una ragazza che lancia un grido e lo allontana con un calcio; Brahms che smette di chiedere ‘perché’ e inizia a urlare ‘basta!’, e poi le parole gli muoiono tra le labbra quando Mike gli dà un calcio nel ventre, nelle costole, sul mento; la soddisfazione malata sul viso di Mike mentre due ragazzi robusti si fanno strada tra la folla di studenti imbambolati e lo allontanano dal corpo inerte di Brahms, per consegnarlo alla guardia di sicurezza della scuola, e lo trascina via lungo il corridoio.
Venti ragazzi hanno continuato a filmare la violenza invece di intervenire per fermarla. In genere, Cameron lo avrebbe trovato disgustoso. Ma mentre cancella con discrezione i filmati nei loro cellulari e li mette insieme in un unico video, è contento. Nell’arco di cinque minuti ha tutto quello che gli serve, e se c’è una cosa che ha imparato dalla sua esperienza su YouTube è che se hai da condividere roba che scotta non devi indugiare.
Mike Wilson sta per diventare virale.
Cameron si allontana lungo il corridoio, lasciandosi dietro il brusio della folla. È importante che in questa prima fase faccia le cose come si deve, e rapidamente. Si avvicina quanto più possibile alla porta dell’ufficio della sicurezza: da dentro riesce a sentire il clamore delle voci adulte che fanno domande, e le risposte balbettanti di Mike. Ottimo. Se stanno ancora cercando di capire cosa sia successo, probabilmente non hanno pensato di confiscargli il telefono, e Cameron vuole che Mike abbia il suo cellulare, perché Mike sta per pubblicare alcuni post poco opportuni sui social media.
In pochi secondi il video viene caricato su tutti gli account di Mike Wilson. Anche se l’ha tagliato e montato al volo, Cameron deve ammettere di essere soddisfatto del suo lavoro. La faccia di Brahms non è visibile (in fondo quel povero ragazzo ha sofferto già abbastanza), ma non c’è possibilità di errore a proposito dell’identità di Mike, anche se Cameron si è portato avanti e per sicurezza ha fatto scorrere il nome completo di Mike e il suo numero di telefono in basso sullo schermo, nello stile dei telegiornali. Accompagnati da un allegro invito all’azione: ‘Assicurati di dire a mia madre cosa pensi di me!’
Le reazioni arrivano immediatamente, ma dovrà godersele più tardi. In questo momento deve occuparsi del tocco finale della vendetta: non una mossa elegantissima, ma l’unica a cui è riuscito a pensare in così poco tempo a disposizione. Con la fronte corrugata per la concentrazione, Cameron invia una serie di comandi al cellulare di Mike, che risponde con entusiasmo e immediatamente si mette al lavoro. Cameron si chiede dove sia il cellulare. Se nessuno glielo ha ancora confiscato, probabilmente si trova nel suo zaino. Ma, con un po’ di fortuna, potrebbe essere nella tasca di Mike.
Dopo aver completato la missione, Cameron si volta per andarsene… e si immobilizza. Il respiro gli si blocca in gola, il sorriso soddisfatto svanisce dalla faccia e la bocca si apre. Dall’altra parte del corridoio, appoggiata agli armadietti, c’è una ragazza. È vestita tutta di nero, cosa che fa risaltare ancora di più il rosso fuoco dei suoi capelli, e lo fissa intensamente senza battere ciglio. Quando si accorge che Cameron l’ha vista, sorride, gli fa l’occhiolino e si porta un dito alle labbra.
Cameron deglutisce forte, poi fa un passo indietro, esitante. Non è possibile sbagliarsi sui suoi lineamenti, né su quella sensazione nervosa che gli attacca lo stomaco mentre la guarda. Si schiarisce la voce.
«Nia?»
Un istante dopo, il silenzio viene rotto da un urlo.
Il comando finale di Cameron è stato eseguito. Fa un saltello goffo su un lato, il piede si gira sotto di lui e lo fa finire in ginocchio, mentre la porta dell’ufficio si apre e Mike Wilson attraversa l’uscio, ululando e trascinandosi dietro una nuvoletta di fumo. Cade a terra, cercando di liberarsi dei pantaloni in fiamme. Il branco di ragazzi che ancora indugia in corridoio accorre, e questa volta nessuno si fa avanti per soccorrere. I cellulari escono fuori in parata, tutti puntati su Mike che, senza pantaloni, si volta e ulula più forte che mai.
È decisamente in mutande, pensa Cameron, sforzandosi di rimettersi in piedi. Aveva disabilitato le protezioni di spegnimento automatico del cellulare e poi inviato un ciclo di comandi che avrebbe causato un pericoloso surriscaldamento entro sessanta secondi. Forse se a Mike fosse venuta voglia di picchiare un’altra volta un ragazzo indifeso per dare sfogo alla sua rabbia xenofoba, avrebbe guardato i segni di bruciatura sulle chiappe e ci avrebbe ripensato. Ma Cameron decide di assaporare la sua vendetta più tardi. Dov’è Nia? Allunga il collo per vedere, oltre la folla, il punto in cui si trovava. Quello che vede è un bagliore di capelli rossi? Lo sta aspettando? Si fa strada lungo il corridoio e si ferma subito prima di inciampare nella fila di armadietti. Accanto a lui, una ragazza bassa e grassottella con una pesante frangia nera gli tocca timidamente il braccio. Le lenti di Cameron lo informano che si chiama Puja, e che il suo cellulare non contiene praticamente nulla, a parte un migliaio di foto di caprette.
«Ehm, ehi. Stai bene?»
«Tutto bene» dice Cameron. «Ci vediamo, Puja».
Si guarda intorno freneticamente, ma di Nia non c’è traccia. Puja si è allontanata, e Cameron avverte appena il messaggio che lei sta inviando: CAMERON ACKERSON MI È APPENA FINITO ADDOSSO! E SA IL MIO NOME!!!
La situazione è veramente surreale. Quasi si domanda se non sia stato tutto una grande allucinazione, quando sente un ronzio nella tasca. Riesce già a percepire il messaggio, ma si affretta lo stesso a prendere il cellulare, perché vuole vederlo con i suoi occhi.
Sei proprio come ti immaginavo. Ci vediamo presto.
È lei.
È davvero lei.