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L’ARRIVO

Xal grugnisce per il malessere, mentre la sua navicella si allontana dall’etere e viene immediatamente assorbita dalla gravità, atterrando e con un lieve raschio sulla strada, accanto al pilone di cemento di un cavalcavia. Il viaggio verso la Terra, una serie di violenti salti attraverso un sistema di antichi portali tramite i quali la sua gente un tempo esplorava il cosmo, ha avuto delle ripercussioni negative su di lei e sulla navicella, ma quest’ultimo istante è delicato, a malapena una scossa. A parte un breve luccichio mentre l’aria si muove intorno alla navicella, il rumore dell’atterraggio è l’unica prova del suo arrivo: rimarrà qui, nascosta, finché il compito non sarà portato a termine. Si sente rigida e strana mentre si avvicina alla porta su dieci zampe, come i ragni, e i suoi tentacoli si aprono come bocche affamate, risucchiando l’atmosfera della navicella e avvolgendola in una nuvola protettiva intorno a lei. Non durerà a lungo, e Xal non muore certo dalla voglia di svolgere il compito spiacevole che l’aspetta. Se fosse possibile detestare il Vecchio più di quanto non lo odiasse già per l’inganno subìto, la ferocia, il genocidio inflitto al suo popolo, lo odierebbe per averla costretta a seguirlo fin lì. E a toccare la superficie di questo lurido posto, contaminandosi con la sua materia repellente.

Ovviamente capisce bene il motivo per cui l’Inventore è venuto qui. Probabilmente gli ricorda casa: le patetiche forme di vita che dominano questo pianeta non sono tanto diverse dalla specie dell’Inventore, fatta eccezione per qualche filamento di DNA in più o in meno. Nella sua vecchia vita, quando faceva da guardiana agli esseri ridotti in schiavitù e raccolti dal suo popolo, avrebbe fatto esperimenti su entrambe, per capire se fosse possibile un incrocio. Ma il tempo per quella curiosità intellettuale era finito. Xal è qui per vendicarsi.

Il ronzio nel suo corpo diventa più forte nel momento in cui esce, e avverte nell’aria il segnale elettromagnetico del suo nemico al lavoro. Sente che ha appena perso qualcosa: il segnale è forte, ma la potenza sta diminuendo. Dovrà sbrigarsi, il che significa non poter ritardare la cosa rivoltante che deve fare. La sua preda è vicina, e se deve partire alla caccia le servono alcune cose. Occhi. Polmoni. Un mezzo di trasporto. La cosa peggiore è che non può fare la schizzinosa. La nube protettiva che la circonda sta cominciando a diradarsi, e non sopravvivrà a lungo su questo pianeta se non riesce a sincronizzarsi con una delle creature che ci vivono. Aveva scelto quel posto perché le scansioni non mostravano esseri umani nelle vicinanze: non era il caso di piombare in mezzo alla gente nella sua forma originale. Ora, però, dovrà accontentarsi di quello che trova. Esamina di nuovo l’area, questa volta utilizzando dei parametri. Le opzioni sono limitate: il volo sarebbe un vantaggio, ma le uniche creature alate nelle vicinanze si trovano in un ammasso rumoroso sopra la sua testa e fuori dalla sua portata… e tra le altre orrende caratteristiche sembrano non avere alcun controllo dei loro sistemi di escrezione. Il branco di piccoli animali grigi che striscia su un mucchio di rifiuti in decomposizione a una decina di metri di distanza potrebbe andare bene, pensa lei, ma non meglio del tranquillo predatore che li osserva da sotto le macerie, in attesa di attaccare. Xal controlla i dati dell’animale, ed è subito soddisfatta: è un cacciatore, come lei. Veloce, aggraziato, efficiente a livello energetico. E non c’è ostilità tra questa creatura e gli umani. Nei suoi panni, dovrebbe potersi muovere più o meno a suo piacimento.

Il gatto si ritrae e sibila quando Xal si avvicina, e il suo pelo sporco si drizza in aculei rabbiosi. Un ringhio basso gli sfugge dalla gola mentre analizza Xal, e si ferma, incerto tra il combattere e lo scappare. Quel momento di esitazione è più che sufficiente, per Xal. Sbriga velocemente la faccenda.

La creatura che emerge da sotto il cavalcavia è una rozza parodia di gatto. La carne danneggiata di Xal non può più trasformarsi integralmente: i lembi di pelle strappati e morti pendono come bargigli dal collo e dalla pancia. E nella fretta di completare la sincronizzazione della pelle, ha usato solo l’essenziale: il resto, compresi gli apparati digerente e riproduttivo che aggiungevano troppa massa, è rimasto sotto il cavalcavia, insieme a ciuffi di peli. Xal nota con divertimento che gli animali grigi stanno cominciando a mordicchiare le sue interiora: una piccola inversione di ruoli, la preda che mangia il predatore.

Ai topi è andata bene. L’Inventore non sarà così fortunato.

* * *

Ricorda la prima volta che ha sentito l’energia della sua arma, l’ondata improvvisa della connessione mentre la sua gente si muoveva a ritmo perfetto per scatenare le proprie menti nella rete dell’Inventore. Era difficile credere che una volta si fossero fidati di lui. Che tutti, nel loro immenso potere condiviso, avessero potuto commettere un errore così sciocco. Ma l’avevano fatto. A quel tempo, lo strumento che aveva sterminato la sua gente sembrava un sogno diventato realtà. La natura aveva dato loro una coscienza condivisa, ma la razza di Xal si stava avvicinando ai limiti del suo potenziale, e il Vecchio lo sapeva. Sapeva che bramavano altro, sapeva che volevano conquistare non solo la galassia ma l’intero cosmo, e lui aveva usato quella disperazione contro di loro. Persino gli Anziani erano stati sedotti dalle sue promesse di un potere quasi illimitato, di uno strumento che poteva aumentare le loro capacità di mille volte. E fu quello che accadde, all’inizio. Ogni mente ronzava in sintonia con i suoi consanguinei, il tutto sostenuto dal cosiddetto dono: una grande, immensa rete che consentiva loro delle possibilità che non avrebbero mai immaginato. Fu grazie a lui che divennero ancora più invincibili, onnipotenti: navigarono nelle galassie conquistando centinaia di migliaia di civiltà. Crearono un’utopia condivisa da milioni e milioni di menti interconnesse, alimentate dalla forza vitale dei colonizzati e costruita dai più anziani tra gli Anziani, gli antichi architetti. Un mondo virtuale, così bello che a nessuno importava se fosse davvero reale. Per lei lo era. Per loro lo era. Era la casa cui facevano ritorno dopo ogni campagna vittoriosa che li portava ad ammassare nuove risorse e conquistare il cosmo: quella città gloriosa, dorata e allucinogena fatta di pura, brillante connessione. Era stato così bello.

E poi finì. A causa della sua impazienza, il popolo di Xal era incappato in una trappola. La rete che collegava le menti divenne la loro rovina. L’Inventore aveva promesso il potere, ma ciò che avevano ottenuto era la distruzione. Quanto erano stati sciocchi a non vedere l’arma per quello che era. Quanto era stata sciocca, a sottostimarlo. Il vecchio era stato affidato a lei, ed era stata lei la prima cui aveva presentato la proposta e propinato la sua astuta menzogna: era così ammirato dalla superiore civiltà del suo popolo, aveva detto, che voleva prestare il proprio talento alla causa, e far loro un dono che li avrebbe resi inarrestabili. Era stata lei a riportare agli Anziani la sua offerta e a convincerli ad accettarla, rassicurandoli sulla sincerità con la quale era stata fatta. Lo avevano tenuto in vita, dopo tutto. Ed era stata proprio Xal a riconoscere i suoi talenti unici, l’utilità del suo cervello, e a dargli una casa, un obiettivo e un posto nel loro mondo, mentre il resto del pianeta veniva sterminato. Certo, si era dimostrato grato. E come avrebbe potuto non esserlo?

Li aveva presi letteralmente di sorpresa. L’arma era penetrata nelle loro sinapsi in pochi secondi quando il Vecchio l’aveva usata contro di loro, distruggendoli. Un’intera razza sterminata. Xal era una dei pochi rimasti in vita, ma a un costo altissimo. Mentre la sua gente, i suoi amici, morivano tutti intorno a lei, aveva allungato una mano e preso ciò che rimaneva dai loro corpi che si contorcevano. Aveva preso ciò di cui aveva bisogno. Non poteva salvarli, ma poteva sopravvivere, mettendo insieme i loro pezzi come in un patchwork, per tornare intera… o quasi. Quanto occorreva per rimediare ai suoi errori e fare giustizia per la sua gente. Per arrivare fin qui e andare incontro al suo destino.

* * *

Ora è pronta. Scivolando acquattata lungo i lati dell’edificio e sotto le auto parcheggiate, tenendosi di proposito fuori dalla vista, segue il segnale alla sua origine, e poi si chiede se ha commesso qualche errore. Non c’è niente di speciale in questo posto, o nell’edificio che ha di fronte. Gli architetti di questo pianeta sembrano saper costruire solo scatole, e questa è una scatola come tutte le altre. Ma il segnale è inconfondibile, e così vicino da diventare quasi doloroso. Le sembra incredibile averlo trovato così rapidamente, e con tanta facilità. L’edificio è del tutto incustodito: possibile che l’Inventore si nasconda qui? Non ha senso. Eppure sente il tipico ronzio della sua arma che le brucia sotto la sua vera pelle. È vicino. È talmente vicino.

Sta succedendo qualcosa. Le pupille di Xal si dilatano, la sua nuova pelle vibra di sensi sconosciuti, l’istinto del gatto viene fuori in un ribollire chimico, sovrastando la sua curiosità aliena. Si ficca sotto una macchina mentre le porte dell’edificio si aprono e un flusso di sgraziati esseri umani che chiacchierano si riversa fuori. L’energia la attraversa mentre esplora tra la folla, confusa. Quelle creature sono adolescenti. Riesce a sentirne l’odore. L’Inventore non può nascondersi tra loro, eppure lei lo sente. Sente…

* * *

LUI.

* * *

Non il Vecchio, ma un giovane con i capelli neri e arruffati e i vestiti larghi che gli cascano sulla figura allampanata. Non è proprio un uomo, e non è del tutto… intero. Gli occhi di Xal si stringono in due fessure: l’umano non emette solo l’energia dell’Inventore, ma anche altri segnali. Si allontana dalla folla a passo lento, con un’andatura un po’ irregolare. Xal si irrigidisce: si sta muovendo verso di lei con una determinazione sufficiente a mettere in allarme il suo istinto animale, che percepisce una minaccia, ma l’attenzione del giovane viene catalizzata da qualcosa che ha in mano, dunque la supera senza vederla.

Xal guarda lui, però. Lo osserva andare via, la pelle che formicola per la vicinanza con l’energia che fuoriesce da lui a ondate. Questo ragazzo non è la sua preda. Ma è stato toccato, proprio come lei.

E se lei lo segue, forse la condurrà dal Vecchio. È troppo sperare di sporcarsi con il suo sangue prima che tramonti il sole?

Una strana vibrazione le invade la gola mentre lo segue di soppiatto. È qualcosa che appartiene alla sua nuova forma, e la piacevole aspettativa di uccidere l’Inventore si espande all’interno del corpo dell’animale, esplodendo in un verso basso e carico di soddisfazione. Fa un altro passo, con gli occhi sulla preda. È un cacciatore, teso e pronto.

Poi il mondo si mette a girare, le zampe annaspano nel nulla mentre un paio di mani ruvide la afferrano. Le fusa diventano uno stridio, un rumore che nessun gatto della terra farebbe mai, ma l’uomo non sembra farci caso.

«Ma guardate questo povero cosetto rognoso» mormora qualcuno. «Vieni, gattino. Gattino bello».

Xal smette di dibattersi e osserva il suo rapitore. Un maschio umano, e maturo, o forse più che maturo, pensa. Stramaturo. Questa creatura non sta bene: avverte la sua malattia pulsare attraverso le mani che la stringono per la collottola, e creature più piccole, parassiti, che si contorcono e strisciano lungo il suo corpo. Ha una barba folta e grigia, e un odore ancora più sgradevole della maggior parte della sua specie, che è tutto dire.

Irritata, guarda il ragazzo, ora fermo nelle vicinanze. Sta ancora fissando il dispositivo che ha in mano, e lo tocca freneticamente. Il corpo di Xal si rilassa ancora di più: il ragazzo non ha fretta. C’è tempo. E sebbene sia riluttante a farlo, se vuole inseguire un membro di quella specie sa che dovrà diventarlo lei stessa. La creatura felina di cui aveva assunto l’aspetto all’arrivo è amata dagli umani, ma chiaramente non viene rispettata. L’uomo maleodorante non solo l’ha presa da terra, ma la sta portando verso una baracca improvvisata, cullandola, manipolando il suo corpo con le dita. «Gattino bello» mormora.

«Bello, strano, brutto gattino».

Xal aspetta finché non gira l’angolo e gli permette di tenerla più vicina a sé. Mentre la stringe tra le braccia, l’uomo si accuccia, poi si siede a terra, e prende ad accarezzarle la testa. Lei lo lascia fare per qualche istante.

Poi prende ciò di cui ha bisogno.

L’umano non lotta. Piagnucola mentre muore.