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OPERAZIONE BRUCIA-TUTTO
La città digitale abbandonata, quella che il padre di Cameron chiamava Oz, è un labirinto di codici antichi, difficili da penetrare come il suo omonimo immaginario. Da bambino, Cameron scendeva di soppiatto nel cuore della notte e si fermava davanti alla porta dello studio di suo padre, guardando la lama sottile di luce azzurrina che filtrava e ascoltando il ticchettio della tastiera che stava creando una città. Sarebbero trascorsi diversi anni prima che William Ackerson scomparisse totalmente, ma in quei momenti sembrava che se ne fosse già andato. Aveva investito tutto se stesso nella costruzione della sua città, immaginando che un giorno ne avrebbe spalancato le porte per invitare il mondo a entrare. Invece, quel luogo era diventato una tomba virtuale: il luogo dell’eterno riposo per i sogni infranti di un uomo distrutto, con le porte serrate per l’eternità.
Ma Nia aveva ragione: per ogni sistema esiste un accesso. Il mondo codificato da William Ackerson stava solo aspettando con pazienza, pronto ad ammettere il visitatore che si presenti con la password giusta: le parole esatte, pronunciate nel modo corretto. Anni fa, Cameron aveva cercato di aggirare il codice, ma non era arrivato da nessuna parte. Il sistema non era solo impenetrabile, ma incomprensibile. Non era riuscito nemmeno a scalfire la superficie della sua struttura; era come bussare contro un muro infinito e totalmente piatto. Aveva rinunciato quasi subito. Ma ora, nel tornare ad avvicinarsi, tutto è cambiato. Non solo lui, ma il sistema stesso. Quando si approssima al muro lo vede muoversi e rilucere. Il muro regisce, e si trasforma in uno specchio.
È come se mi avesse aspettato per tutto questo tempo.
Forse Nia aveva ragione: forse era destinato a farsi strada tra le rovine dell’impero di suo padre. Doveva solo imparare a parlare la lingua che gli avrebbe permesso di entrare: andare oltre la comunicazione e diventare parte del sistema stesso.
È una mattinata di sole. Al piano di sopra, la madre di Cameron sta preparando il caffè, ma quando si affaccia sulle scale per dire al figlio che è pronto, non ottiene risposta. Il corpo di Cameron è seduto sul divano nel seminterrato buio, ma la sua coscienza è immersa nel cyberspazio, passata come un fantasma attraverso lo specchio, superando la soglia che separa il mondo reale da quello digitale.
La prima volta che lo aveva fatto, qualche giorno prima, era accaduto per sbaglio, ed era stato terrificante, come precipitare nel nulla mentre camminava su un terreno solido. Fino al giorno prima era seduto alla tastiera, cliccando un comando dopo l’altro, ascoltando le risposte del sistema e ottenendo solo l’eco ciclica del suo codice. E il giorno dopo aveva sentito le dita sollevarsi dai tasti per toccare i lati della sua testa, mentre la mente improvvisamente si sincronizzava con il sistema, e la coscienza si lanciava lungo un sentiero invisibile, scaraventandolo all’improvviso dall’altra parte del muro. Per un istante si era trovato in due posti contemporaneamente: fissava con gli occhi spalancati lo schermo davanti a sé, che mostrava una serie infinita di codici rivelando l’architettura di un mondo digitale nascosto che era apparso nella sua mente come se fosse sbucato da un sogno. Una città dentro la macchina, un mondo di zero e uno luminosi, con le strade strette fiancheggiate da centinaia di strutture che contenevano migliaia di stanze.
Poi chiuse gli occhi, e all’improvviso ci fu solo Oz.
* * *
Ora riesce a entrarvi senza toccare un tasto.
Nia è già dentro quando lui arriva, seduta su un divano dall’alto schienale, con un piccolo cane marrone raggomitolato in grembo. Un giorno, pensa Cameron, potranno ristrutturare insieme quel luogo, e forse anche aprire l’impero rinato all’intera rete. Ma solo dopo, una volta che sarà sicuro di poter ricreare il sistema Whiz dall’interno, una volta che non avrà più paura di staccare il pezzo sbagliato e di far crollare tutto sulle loro teste. Per ora, Cameron ha limitato i lavori di restauro di Whiz a una sola stanza: una tela bianca che possono ricreare in modo indipendente. La prima cosa che ha fatto è stata fornire a Nia una chiave d’accesso personale alla città. Nia è più brava a montare elaborati scenari virtuali: l’ultima volta che era stato qui, lei aveva trasformato la stanza in una replica perfetta del covo da cattivo in stile anni Cinquanta del Dottor No. Ora, sembra uno scenario da fiaba: pareti fatte di assi erose dal tempo, con le crepe soffocate da piante rampicanti che fanno entrare pochi raggi di sole. Un rifugio in una mansarda, o forse un’elaborata casetta su un albero.
Nia scatta in piedi non appena Cameron apre la porta, fa cadere il cane a terra e attraversa la stanza per andare a salutarlo. L’orlo del suo abito – a Nia piace anche vestirsi, Cameron l’ha capito – spazza il pavimento. Il suo avatar è esattamente come quello di Cameron: una replica esatta della ragazza che vive nel mondo reale. L’effetto Uncanny Valley, la levigatezza inquietante che fa apparire il loro sé digitale umano-ma-non-abbastanza, è appena percettibile: se Cameron evita di pensarci, presto dimenticherà di non essere davvero qui, e di non essere davvero con lei.
Un groviglio selvatico di fiori e viticci cresce attraverso le assi del pavimento, ed esplode quando Nia cammina tra di esse, sollevando nuvole di petali scintillanti finché la stanza non si riempie di un mare di coriandoli che vorticano nell’aria. Il cane, che ha addosso un collare ingioiellato con una targhetta su cui c’è scritto DOGUE, abbaia irritato e si allontana sculettando.
«Eccoti!» dice Nia, e gli getta le braccia al collo. O meglio, ci prova: un braccio gli finisce sulla spalla, mentre l’altro si tuffa dritto nella sua pancia. Nia indietreggia, ridacchiando. «Ops!»
Cameron geme, non per il dolore ma per la frustrazione. Deve modificare la sua precedente valutazione: tutto di lui, di Nia e di questo mondo sembra quasi perfettamente reale, finché non provano a toccarsi. Poi diventa chiaro che ci sono ancora dei bug nel sistema, e che anche dopo aver spinto al limite le sue capacità quel luogo è ancora in via di sistemazione. Ma c’è tempo per fare le cose per bene, pensa. E per il momento, i difetti del sistema sono la loro ultima preoccupazione.
«Hai visto?» chiede Nia. «Ce l’abbiamo fatta! Sta succedendo!»
Il primo dei pacchetti di informazioni era stato consegnato poche ore prima, rimbalzando attraverso una serie di tunnel spaziali e maschere digitali per rendere le fonti non rintracciabili. I giornalisti che hanno ricevuto il frutto del loro lavoro non sapranno mai chi ha consegnato nelle loro mani il più grande scoop della loro vita, ma – cosa ancora più importante – non lo scopriranno neanche la persona o le persone oscure e misteriose la cui adorata fabbrica di disinformazione è stata appena rasa al suolo.
Cameron vorrebbe aver voglia di festeggiare, ma non può fare a meno di sentirsi a disagio. Né lui né Nia sono mai stati in grado di penetrare oltre quell’ultimo strato e identificare le origini esatte di quella rete gigantesca. Gli sarebbe piaciuto disporre di un nome, di un luogo, di qualcosa che gli consentisse di individuare la persona o le persone dietro la rete. Ma ora non c’è niente su cui poter indagare; l’intera operazione è sparita da Internet nel giro di poche ore dopo essere stata scoperta, cancellata senza lasciare alcuna traccia. Non che Cameron si penta di ciò che hanno fatto: fare luce su quella rete oscura è una cosa positiva per il mondo e le persone che lo abitano. Ma è anche ben consapevole che non può essere l’unica, o l’unico progetto gestito da… be’, chiunque ci fosse dietro. Insieme, lui e Nia hanno quasi sicuramente fatto incazzare qualcuno, forse più di qualcuno, che ha un immenso potere e tasche profondissime. Avere almeno una minima idea di chi possa essere quella persona lo farebbe sentire meglio.
Ma questo a Nia non lo dice. È troppo emozionata, e lui non intende rovinare questo momento. E poi, di cosa si preoccupa? Le loro tracce sono state coperte, per almeno una dozzina di volte.
«È ovunque» le dice. «È un trend topic su tutti i siti più importanti, ha titoli su tutti i maggiori organi di informazione. Cosa succede in rete? Ancora buio?»
«Non solo buio. Il nulla». Nia aggrotta le sopracciglia. «È strano, ho nascosto alcuni backup nel web, in posti a caso, ovunque potessi creare una botola nel server in cui occultarli. Ma sono quasi tutti spariti. Forse avevano un codice di autodistruzione».
Cameron si sente di nuovo a disagio. «Non li hai messi in nessun posto che riconduca a te, giusto? O a me».
«No. In realtà li ho memorizzati su alcuni server di Daggett Smith. Tanto non credo che li usi più».
«Ottima mossa» dice Cameron ridendo. Dalle ultime notizie in suo possesso, Daggett Smith aveva cancellato tutti i suoi account e viveva in una roulotte a energia solare da qualche parte in Messico, con almeno sei gatti.
«È vero che ne parlerà il Presidente?»
«Stasera, credo» dice Cameron. «Ma io non lo guarderò. Ho la cerimonia del diploma».
«Che emozione» dice Nia.
Cameron scoppia a ridere. «No, affatto. È una camminata su un palco con un elegante accappatoio, per prendere un pezzo di carta. Onestamente, potrei farne a meno. Abbiamo appena staccato la testa a un malvagio impero della rete, che stava avvelenando Internet da almeno un decennio. Prendere il diploma di scuola superiore non mi sembra una gran cosa. Però, se credi sia tanto emozionante…»
Nia lo guarda incuriosita. «Sì?»
«Be’, ho dei biglietti in più. Se ti va puoi venire».
«Stasera? Di sera? Non me la sono mai svignata di sera». Si morde il labbro. «E mio padre sarà a casa».
«Forse potresti chiedergli il permesso» dice Cameron, ma Nia scuote la testa con forza.
«Non mi direbbe mai di sì».
«Be’, e se gli parlassi io? Forse è ora che mi presenti…»
«No! Non deve saperlo!» Nia sta praticamente urlando, e sembra anche in imbarazzo. «Cameron, non capirebbe. Non devi provare a contattare mio padre. Mai. Promettimelo».
«Accidenti» dice Cameron. «Okay, non lo farò. Lo prometto. Immagino che non possa neanche chiederti di venire a conoscere mia madre».
L’espressione di Nia cambia: da imbarazzata diventa malinconica, e Cameron si rende conto di aver dimenticato, ancora una volta, di non essere davvero lì. Che quel posto non è reale. L’avatar di Nia è l’immagine perfetta di un cuore spezzato, i suoi occhi brillano come se stesse per piangere.
«Vorrei tanto incontrare tua madre. E i tuoi amici. Solo che non posso ancora. È complicato» dice, e resta per un istante in silenzio. «Ma forse potrei sgattaiolare via, stasera. Voglio dire, almeno provarci. Se vuoi ancora che venga a vederti mentre prendi un pezzo di carta nel tuo seducente accappatoio».
«Certo che voglio che tu venga» dice Cameron. «Dopo dovrei andare a cena con mia madre e il suo nuovo fidanzato, ma ho un po’ di tempo prima della cerimonia. Perché non ci vediamo presto? Così potrai applaudirmi mentre prendo il mio stupido diploma e poi defilarti nel retro dell’auditorium dopo la passerella. Di certo non vorrai sederti in mezzo ai quattrocento ragazzi il cui cognome viene dopo Ackerson nell’alfabeto».
Lei gli sorride. «Mi piace, l’idea».
«E io ti…» dice Cameron, «ehm, mi piace uscire con te».
Bella parata, campione, dice il suo cervello. Non si è assolutamente accorta che stavi per dire Quella Cosa.
Ed è così che scopre, nonostante tutti i limiti di quel regno virtuale, di riuscire a rabbrividire quasi come se si trovassero nella vita reale.
Nia fa un passo indietro, con uno sguardo sorpreso. «Il programma ha un problema tecnico? Stai facendo una faccia orribile».
* * *
Diverse ore dopo, Cameron accelera il ritmo e impreca. È come se l’universo stesse cospirando per farlo ritardare. Prima ha accidentalmente graffiato le sue lenti AR e ha dovuto attendere che la stampante 3D ne producesse altre, sapendo che l’unica cosa peggiore di essere in ritardo a un appuntamento con Nia sarebbe passare tutta la serata in un auditorium con migliaia di persone, tutte a filmare o trasmettere in diretta o twittare la cerimonia, senza il dispositivo che lo aiuta a filtrare e gestire il rumore nella testa. È frustrante rendersi conto di quanto sia diventato dipendente dalle lenti: non ricorda l’ultima volta che è uscito senza indossarle. Ma quello è stato solo l’inizio: appena varcata la porta è stato interrotto di nuovo dalla vibrazione del telefono, e si è ritrovato immerso in una videochiamata a sorpresa, mai programmata, con la dottoressa Kapur. Era così infastidito dalla cosa e così di fretta che non si è accorto della strana espressione che la donna aveva sul viso, né del suo bizzarro modo di parlare.
«Dottoressa Kapur?» ha detto, confuso. «Non dovevamo sentirci prima della settimana prossima. Sto uscendo…»
«Ho delle domande da farti» ha detto la Kapur, ignorandolo come se non avesse parlato. Era così vicina alla telecamera che praticamente Cameron vedeva solo il suo naso. «Ho delle domande da farti» ha ripetuto.
«Uhm. Okay, su cosa? Non ho proprio tempo…»
«Ho delle domande sulla tua…» La psichiatra ha fatto una pausa, succhiando l’interno delle guance. «Sulla tua amica. L’amica di cui mi hai parlato. La tua nuova amica».
Cameron ha sbattuto le palpebre. «Intende Nia?»
Kapur si è sporta ancora di più.
«Sì. Nia. E la sua… gente».
«Uhm» ha bofonchiato Cameron, gemendo tra sé nel rendersi conto di essere ufficialmente in ritardo. «Cioè, vive con suo padre. Mi pare di averglielo detto».
La psichiatra ha inclinato il capo e ha ripetuto la parola «Padre».
«Sì. Suo padre».
«Padre».
«Sì» ha detto Cameron, incapace di contenere ulteriormente la sua irritazione. «Senta, dovrei vedere Nia adesso. Sono già in ritardo. Quindi devo davvero…»
«Adesso?» La Kapur si è ritratta appena dallo schermo. «Dove? Dimmelo».
«Alla mia scuola. Sa, per la cerimonia del diploma. Mi dispiace, dottoressa Kapur, ma devo proprio andare» ha tagliato corto Cameron, terminando la chiamata senza aspettare che lei salutasse. Non aveva problemi con la psichiatra: era abbastanza gentile, e ovviamente sapeva ciò che faceva. Ma visto che era una strizzacervelli professionista, poteva fare uso dei suoi stessi consigli sulla necessità di rinviare le conversazioni importanti a momenti più opportuni.
* * *
Quando arriva Nia lo sta già aspettando, seduta su una panchina in un piccolo parco, un isolato a sud del Campus. Cameron la vede e sorride. Nia indossa gonna e tacchi, come se fosse un’occasione speciale. Come se lui fosse un’occasione speciale. È bellissima, e in quel momento, nel rendersi conto che lei ha fatto uno sforzo non solo per sgattaiolare via di casa ma anche per vestirsi, e l’ha fatto solo per lui, arriva improvvisamente a una decisione. La bacerò. La raggiungerò, la stringerò tra le braccia e le darò un bacio dritto su quelle bellissime labbra.
Accelera e la chiama, alzando una mano per salutarla, ma Nia non fa alcun cenno. Lo fissa, invece, e sul viso ha una maschera di sorpresa e orrore, la bocca congelata in una O. Il suo sguardo basta a immobilizzarlo, mentre si chiede freneticamente cosa stia succedendo, e poi, una frazione di secondo dopo, capisce.
Lo sente.
Il cervello si riempie di un flusso di dati in rapida evoluzione, tanto che le sue lenti vanno in tilt mentre lotta per canalizzarlo e gestirlo. L’aria intorno a lui è piena di bisbigli codificati che scorrono così veloci da rendergli impossibile isolarli e cercare di comprenderli. È come se fosse entrato direttamente in una rete di dati… una ragnatela, realizza con orrore, ecco cos’è.
È una conversazione.
I messaggi non sono casuali. Sono comunicazioni crittografate di una sofisticata operazione, probabilmente addirittura del Governo. E non è un caso che lui vi si trovi in mezzo.
Oh, merda.
«Cameron!» Il suono della voce terrorizzata di Nia lo riporta alla realtà. «SCAPPA!»
All’inizio non si muove. Nia invece parte di scatto, scomparendo dietro un albero, mentre tre uomini che indossano abiti neri e identici escono dall’ombra, e i sussurri nella testa di Cameron si fondono in uno strillo acuto. Lei è scomparsa, e gli agenti vestiti di nero non la inseguono. Non sono qui per lei. Avanzano verso di lui, e Cameron per una frazione di secondo ne è sollevato.
Non l’hanno presa.
Poi comincia a correre.
L’urlo delle voci digitali nella sua testa l’ha disorientato: invece di pensare a una strategia di fuga, schizza via e basta, guidato dall’istinto di scappare. Corre lungo la strada barcollando, mentre la gente in macchina suona il clacson e si ferma in uno stridio di ruote per evitare di investirlo. Il piede lo rallenta: la protesi non comprende il concetto di ‘correre per salvarsi la vita’ e non c’è tempo per insegnarle a elaborare il suo moto frenetico e scomposto in modo che possa permettergli di procedere più in fretta. Se lo inseguiranno, non riuscirà a seminarli. Ma se riuscirà a non farsi più vedere… Devo nascondermi, pensa. Percorre un vicolo tra un ristorante cinese e lo studio di un contabile. Lo stretto spazio è vuoto, eccetto per un paio di pedane accatastate e un cassonetto che puzza di riso fritto, ma dall’altra parte c’è un’uscita, dove Cameron riesce a vedere il luccichio delle auto parcheggiate e un boschetto di alberi che fa ombra oltre l’ingresso di un parco pubblico. È un posto perfetto dove far perdere le tracce… o far credere a quei tre che le abbiano perse.
Cameron si stende sulla pancia e striscia sotto il cassonetto, cercando di non tossire all’odore del cibo avariato che gli riempie le narici. Chiude gli occhi e torna ad ascoltare, ma le voci si sono fermate. La sensazione di essere intrappolato in una rete di complesse comunicazioni è scomparsa, e Cameron fa un sospiro di sollievo. Non devono aver capito dov’è finito. Non…
«Ciao» dice qualcuno, e Cameron lancia un urlo. Uno degli uomini da cui sta fuggendo è chino accanto al suo nascondiglio. Indossa una maschera che non mostra nulla dell’essere umano che si trova sotto, è uno specchio nero nel quale Cameron vede solo la sua stessa faccia pietrificata. Gli sfugge un patetico piagnucolio, mentre l’uomo allunga la mano, gli stringe la camicia e lo tira fuori da sotto al cassonetto. Poi gli afferra le braccia e gliele blocca dietro la schiena, dove qualcosa preme forte. Cameron si concentra e avverte la presenza di un semplice programma software. Sta parlando, ma non a lui, e a rispondere sono i suoi dispositivi. Qualcuno sta scannerizzando il suo corpo per trovare oggetti tecnologici. Cameron cerca freneticamente di interrompere il flusso di dati. Dietro di lui, una voce dice: «Questo ragazzo brulica di aggeggi elettronici. Devo disattivarli?»
«Fallo» dice l’uomo con la maschera. La cosa che gli preme dietro la schiena emette un forte lamento, e Cameron sente un improvviso silenzio mentre il suo cellulare, le sue lenti AR e la sua protesi si spengono all’istante.
Poi il dispositivo emette un altro gemito, e un’enorme scossa indolore di luce bianca gli avvolge il cervello. Capisce di essere in un grosso guaio.
A quel punto, il bianco diventa nero, e lui non sente più nulla.
MESSAGGIO CRIPTATO
Da: Team OPTIC 9
Oggetto: Obiettivo raggiunto
Si richiede l’utilizzo immediato delle strutture per il soggetto ACKERSON CAMERON. Sei, prepara i tuoi strumenti. Faremo sentire questo ragazzino MOLTO a disagio.