Capitolo tre

Rowan aveva vissuto a Oxford per vent’anni, ma non era mai stata al crematorio. All’epoca, era troppo piccola per andare al funerale della madre. Cercò online le indicazioni e scoprì che si trovava alla periferia orientale della città, tra i campi dopo Headington. Era una scelta sensata, non si costruisce mica un crematorio in centro, allo stesso tempo però le parve una posizione crudele, come per ricordare ai morti che ormai venivano esclusi, che erano sulla via dell’oblio.

Abbandonò la strada principale e percorse il vialetto fiancheggiato da alberi su un lato e da un prato zuppo ma immacolato sull’altro, punteggiato di cespugli di rose ed esili piante. Senza dubbio voleva comunicare un’idea di pace e ordine, invece risultava privo di sentimento. La parola “crematorio” era adatta: cerimoniosa, premonitrice, pregna di significato.

L’edificio era su un solo piano, in mattoni a cui la pioggia dava una sfumatura color curcuma. Era impressionante quanto fosse ordinario, con i muri spogli a eccezione di una fila di strette finestre appena sotto al tetto di orrende tegole. Ricordava un gabinetto pubblico.

E poi ecco il camino, schietto e impenitente. Pronto. Rowan si sentì orripilata: l’avrebbero incenerita. Sarebbero rimasti là seduti a guardare Marianne che avanzava lentamente tra le fiamme.

Parcheggiò e bevve un sorso d’acqua per inumidire la bocca. Una fila di persone passò accanto al finestrino, alcune a nemmeno mezzo metro da lei, ma erano curve sotto gli ombrelli, attente a non bagnarsi i piedi, e le fu impossibile capire se conoscesse qualcuno. Nello specchietto retrovisore le vide radunarsi sotto al portico. Erano quasi le dodici e mezza. Si concesse un momento per calmarsi, poi aprì la portiera e l’ombrello. Corroborata dall’aria fredda, attraversò di corsa il parcheggio.

C’era così tanta gente in attesa che trovò a malapena spazio al coperto. Anche l’ingresso oltre le grandi porte a vetri era gremito. Quante persone c’erano? Centocinquanta? Duecento? A ogni modo, non c’era baccano e le poche conversazioni sommesse venivano quasi sovrastate dal rumore della pioggia sull’asfalto.

Nell’aria c’era odore di profumo e di lana bagnata. Chiuse l’ombrello e si guardò intorno. Accanto a lei, da un lato c’era un’elegante coppia prossima ai settant’anni, dagli abiti impeccabili. Quando con la mano sfiorò il cappotto della signora, lo trovò morbido come una piuma, di cashmere, ovviamente. Sull’altro lato, invece, una donna con un giubbotto da motociclista e innumerevoli orecchini poggiava una guancia sulla spalla di un uomo rasato con una sciarpa di cotone a frange. La folla rientrava in quei due gruppi: gente sui venti e trent’anni appartenente al mondo dell’arte e gente più vecchia e dall’aria ricca, forse i datori di lavoro di Marianne, che collezionavano le sue opere. Rowan scrutò le facce in cerca di Charles Saatchi; aveva letto che era un suo fan. Non riuscì a vederlo ma, d’altra parte, non si sarebbe mica messo in mostra, no? Vicino ai pilastri riconobbe un uomo che veniva spesso a pranzo a casa anni prima, un collega di Seb al St John’s, un altro professore, e poi, con un sussulto, scorse la zia di Marianne, Susannah, e il marito. Susannah era la sorella di Jacqueline; quelle due si erano sempre assomigliate.

Tra la folla si diffuse un mormorio, tutti si raddrizzarono e le conversazioni si smorzarono. Un uomo in tight aprì e bloccò le porte a vetri e Rowan udì le malinconiche note iniziali del Concerto per violoncello e orchestra in Mi minore di Elgar. La registrazione di Jacqueline du Pré, la preferita di Marianne. Un ricordo: lei sdraiata per terra in salotto in Fyfield Road con il tramonto a tinte color petrolio oltre la finestra a golfo, Marianne in piedi per rimettere di continuo il braccio del giradischi all’inizio del primo movimento. Entrambe in silenzio, si erano lasciate travolgere dalla musica come da un’onda, godendo la sua drammaticità.

Oltre le sagome di teste e spalle nell’ingresso c’era una grossa porta, attraverso cui stava passando un drappo funebre chiaro. Al suo interno, portata a spalla, c’era la sagoma scura di una bara. Con lo stomaco in subbuglio, Rowan seguì la folla che cominciò ad avanzare.

La cappella era molto più grande di quanto paresse dall’esterno. Sull’altare c’erano un organo, un solido leggio di legno e una composizione verticale alta due metri di gigli Stargazer, ma lo spazio sembrava comunque spoglio. C’erano ben poche decorazioni; la fioca luce di gennaio colpiva le pareti bianche e le lunghe panche, dodici o quattordici, erano moderne e semplicissime. Quando entrò, la bara con la corona di sempreverdi e rose bianche era stata poggiata su un lungo cavalletto coperto. La osservò incredula: era là dentro, Marianne era in quella cassa.

Rowan prese posto sulla penultima panca, appiccicandosi alla donna che le stava accanto perché ci stesse il maggior numero di gente possibile. Scrutò le prime file, in cerca di Jacqueline, e la vide quasi subito. Era al centro della prima panca, seduta con la schiena ben dritta, le spalle all’indietro e il mento alto, con il profilo del viso e della sua famosa chioma messi in risalto dalla luce che filtrava dagli stretti lucernari. Jacqueline Cuor di Leone. Alla sua destra, a testa china, c’era Adam, il fratello di Marianne. Aveva i capelli più corti, non più mossi, almeno da dietro, ma scurissimi, quasi neri. Come quelli del padre. Nel vederlo, Rowan provò una strana emozione, un misto di compassione e dolorosa nostalgia.

Alla sinistra di Jacqueline c’era un uomo che Rowan non aveva mai visto di persona, il nuovo compagno di Jacqueline, lo scrittore e chiosatore irlandese Fintan Dempsey. Compagno o ragazzo: come l’aveva definito lei? In un’intervista che Rowan aveva letto, Jacqueline aveva detto che sperava di stare con lui per il resto dei suoi giorni ma che non voleva risposarsi. Dopo quello che era successo con Seb?, l’aveva incalzata il giornalista in cerca di sangue, ma Jacqueline aveva semplicemente risposto che no, aveva già avuto dei figli e quella parte della sua vita era finita; adesso era in una fase diversa. La fase della mezza età, aveva detto il giornalista, quasi oltre la mezza età, a dire il vero; forse pensava che il suo potere di donna, una donna che era sempre stata fisicamente attraente, stesse diminuendo? Accende la miccia, aveva pensato Rowan, e poi scappa via.

Accanto a Dempsey, ma circondata dal braccio dell’uomo seduto sull’altro lato, c’era una donna, anzi no, una ragazzina, dai lunghi capelli biondo scuro. Rowan la vide portarsi un fazzoletto al viso. Non aveva mai visto nemmeno lei, ma immaginò chi fosse perché il braccio sulle sue spalle apparteneva a James Greenwood, il ragazzo di Marianne.

A un sonoro colpo di tosse, la sala si zittì. Le note di Elgar si interruppero bruscamente e lo stereo si spense a metà frase. Al leggio, un uomo paffuto in abiti clericali e dagli occhiali con la montatura spessa sistemò gli appunti, si schiarì la voce e alzò lo sguardo.

«Benvenuti, amici», esordì con accento gallese. «Siamo qui riuniti oggi per celebrare la vita di Marianne Simone Glass. Il fatto che siate così numerosi, e mi scuso con chi è rimasto in piedi, parla da solo». Chi stava seduto si voltò verso le venti o trenta persone accalcate in fondo alla cappella.

«Come tutti sappiamo», proseguì il pastore, se davvero lo era, «seppur tragicamente breve, la vita di Marianne è stata vissuta appieno e valorizzata dal suo grande talento e dai traguardi raggiunti. Tra poco ascolteremo un contributo della madre di Marianne, Jacqueline», fece un mezzo inchino verso di lei, «ma cominciamo con una preghiera e il primo canto, Lord of All Hopefulness».

Pronunciò la preghiera sottovoce, come se mormorasse la promessa della resurrezione a Marianne nella bara più che ai presenti. Dalle prime file giungeva un pianto incontrollato, sovrastato da quell’unica lunga nota che Rowan aveva sentito al telefono. A sua volta con le lacrime agli occhi, si mise a ravanare nella borsa in cerca dei fazzoletti, che però aveva lasciato in macchina.

Con suo gran sollievo, un esile uomo biondo si sistemò sullo sgabello dell’organo e, senza alcun preavviso, cominciò a suonare. Colti alla sprovvista, tutti si affrettarono ad alzarsi, anche se il canto si fece convinto solo dopo svariati versi della prima strofa.

«Jacqueline», disse il vicario quando le ultime note si spensero e tutti furono di nuovo seduti. Rowan si sporse per guardare oltre l’uomo che le stava davanti e la vide alzarsi. Adam la teneva per mano. Jacqueline si voltò per sussurrargli qualcosa e, per diversi secondi, Rowan scorse il suo viso. A giudicare dal movimento nella sala e dal sospiro subito represso, capì che anche tutti gli altri la stavano guardando. Sembrava che Jacqueline fosse stata presa a botte. Aveva gli occhi così gonfi, con le palpebre e la pelle sottostante talmente arrossati che, da lontano, pareva che avesse ricevuto un pugno. Al contrario, il resto del viso era scavato, come se tutto il sangue fosse defluito lasciando la pelle tirata, pallida e invecchiata in modo sinistro. Aveva sessant’anni, o sessantuno, ma di solito ne dimostrava dieci di meno. Quel giorno, uno sconosciuto non avrebbe fatto una piega nel sentirsi dire che ne aveva settanta.

Sotto gli occhi di tutti, raddrizzò le spalle e andò al microfono. Si concesse qualche secondo, poi si aggrappò ai lati del leggio e guardò la sala.

«Mia figlia», esordì e subito si interruppe. Non aveva portato niente con sé, nessun appunto, ma teneva gli occhi bassi e si reggeva al leggio come se la risacca le lambisse i piedi. Rowan percepì la tensione nella cappella, l’improvviso spavento generale nel capire che avrebbero visto Jacqueline Glass andare in pezzi. Forza, la incitò. Forza.

Con un gran respiro, come se potesse trarre forza dall’aria, Jacqueline rialzò la testa. «Mia figlia. Quanto sono orgogliosa di poter stare qui e pronunciare queste parole, tesoro mio». Guardò la bara e annuì. «Nessuno potrebbe essere più orgoglioso della propria figlia di quanto lo sia io di te, e lo sarò per sempre».

Chinò il capo per un istante, ma lo rialzò subito, con lo sguardo dritto davanti a sé. Guardatemi pure in faccia. Non mi vergogno.

«Che cosa posso dire di Marianne? Era meravigliosa, assolutamente meravigliosa. So che non si dovrebbe dire dei propri figli, o almeno, un inglese non lo direbbe mai, ma io lo dirò lo stesso: era meravigliosa. Il che non significa che fosse perfetta, ovvio che no, anzi… ma era piena di spirito». Le si incrinò la voce e fece un paio di colpi di tosse. «Era una creatura fatta di contraddizioni: a volte irruenta ma gentile, molto gentile; a volte scontrosa e maledettamente cocciuta ma tremendamente leale. Se voleva bene a qualcuno, gli voleva bene e basta, gli avrebbe perdonato qualsiasi cosa, avrebbe camminato sui carboni ardenti pur di aiutarlo. Ogni tanto poteva essere solitaria; aveva bisogno di stare da sola per pensare e lavorare, era essenziale per lei, ma era anche molto divertente e aveva moltissimi amici e persone che ricambiavano il suo amore». Si guardò intorno nella sala gremita e sorrise. «Tuttavia, se Marianne verrà ricordata, come credo che succederà, tesoro, non sarà come figlia o sorella o amica o compagna», per un attimo posò lo sguardo, pieno di compassione, su James Greenwood, «ma come artista. È incredibile quanto sia riuscita a fare in così poco tempo, appena trentadue anni. Certo, di talento ne aveva a tonnellate, ma il talento non è nulla senza il lavoro e Marianne era una faticatrice. Anche da bambina, lavorava ai propri disegni con foga. È quel che ha sempre voluto fare, e l’ha fatto. Come molti di voi sapranno, si è laureata alla Slade, con una mostra che le ha fatto prendere il massimo dei voti e di cui due opere sono state acquistate da Dorotea Perling. Per quei tre o quattro di voi che non sono addentro al mondo dell’arte», fece un penoso tentativo di ridere, «Dorotea sta mettendo insieme una delle migliori collezioni di pittura contemporanea al mondo. Ha comprato anche un’opera della prima personale di Marianne, come pure hanno fatto la Tate Modern e il Museo d’Arte Contemporanea di Roma. I suoi lavori sono stati esposti in Francia, Italia, Germania, Spagna e Israele. Una delle sue ambizioni nella vita…». A queste parole, parve perdere il filo. Per diversi secondi calò il silenzio e tutti trattennero il fiato, poi nel microfono si udì deglutire a fatica. «Una delle sue ambizioni nella vita era di avere una personale in America, e sta per succedere, nella galleria di Saul Hander a New York».

Jacqueline si voltò di nuovo verso il feretro, come se dovesse continuamente ricordarsi che era tutto vero. Tremava, lo notava persino Rowan in penultima fila, tuttavia, quando riprese a parlare, la sua voce era ferma.

«Ovviamente ho un migliaio di ricordi di Marianne da bambina», spiegò, «alcuni tra i miei preferiti in assoluto, ma ce n’è uno in particolare che secondo me la descrive al meglio. A sette anni, si è innamorata di un enorme libro pieno di dipinti che io e suo padre Seb avevamo comprato al Louvre. Non se n’è mai staccata per mesi e mesi. Riusciva a malapena a sollevarlo, ma lo portava ovunque: non si addormentava se non era aperto accanto al letto e si rifiutava di mangiare se non lo mettevamo sul tavolo. E così, per il suo compleanno, per farle una sorpresa, abbiamo deciso di portarcela. Quando gliel’abbiamo detto… Dio, altro che Natale o regali, non l’avevo mai vista così entusiasta. Per farla breve, l’abbiamo persa. Il Louvre è enorme e pieno di gente e, non appena ci siamo voltati per una frazione di secondo, è sparita. È stata una delle mezz’ore peggiori della mia vita, mentre io e Seb correvamo per tutto il museo alla ricerca della nostra piccola di ormai otto anni, immaginando tutte le cose orribili che potevano esserle successe. Alla fine sono stata io a trovarla. Era seduta per terra a gambe incrociate, completamente nascosta dalla gente in piedi alle sue spalle, davanti a San Matteo e l’angelo di Rembrandt. A otto anni avreste pensato che le piacessero le ballerine di Degas o gli animali di Dürer, invece no, era là davanti a un Rembrandt, a un soggetto religioso per giunta. Mi sono messa a urlarle contro, mi dispiace dirlo ma ero così terrorizzata che non sono riuscita a trattenermi, ma non importava perché lei era in un altro mondo. “Ma guarda, mamma”, mi ha detto, come se non capissi il punto. “Guarda il libro. Guarda come ha dipinto il libro”».

Un’altra lunga pausa.

«È stata una delle mezz’ore peggiori della mia vita, fino a quando ho ricevuto la notizia, tesoro. Da allora, è stato un susseguirsi di brutte mezz’ore. Addio, Marianne, e grazie per tutta la passione, lo splendore, l’amore e la luce che hai portato nella nostra vita. Riposa in pace».