Capitolo uno

Con il cartoccio di fish and chips caldo sotto al braccio, Rowan dimenò la chiave nella serratura. «Forza». Proprio quando la estrasse e la infilò di nuovo con forza, la luce automatica si spense e il corridoio piombò nell’oscurità. In quell’istante, partì il primo squillo del telefono.

«Cazzo». Lasciò la chiave nella serratura e prese il cellulare di tasca. Lo schermo era un rettangolo luminoso al buio. Un numero di Londra che non conosceva. «Sì?», rispose in modo brusco per l’impazienza.

«Rowan?».

Non sentiva quella voce da molto tempo – dieci anni – ma la riconobbe immediatamente. Pareva provenire dall’altro mondo, come se viaggiasse nel tempo oltre che nello spazio, come la luce di una stella lontana. Il suo cuore ebbe un sussulto che le sembrò un pugno allo sterno. Le ci volle un momento prima di riuscire a parlare.

«Jacqueline?»

«Sì. Sì, sono io. Oh, come sono contenta di averti trovato… Grazie a Dio. Non sapevo se avessi ancora questo numero, non c’eri nel suo telefono. Ho trovato una vecchia rubrica ma è perlopiù inutile, tutti si sono trasferiti e hanno cambiato numero o…».

«Io no». Rowan sentì chiudersi lo stomaco e, nonostante il freddo, la fronte le si imperlò di sudore. Era successo qualcosa a Marianne. «Come stai? Come…».

Seguì un lamento sommesso, un’unica nota corrosiva. Andò avanti per un po’, appena cinque o sei secondi in realtà, ma a Rowan parve un’eternità. Conosceva quel suono, al cui cospetto il tempo si dilatava, diventava irrilevante, uno scherzo. La perdita lancinante, che ti faceva sentire come svuotata e che non guariva mai.

«Sono… distrutta», disse Jacqueline, come se per la prima volta comprendesse il vero significato di quella parola. «Marianne è morta, Rowan», aggiunse dopo una pausa. Di nuovo quel suono, angoscioso e terribile. «È caduta in giardino dal tetto. Aveva il collo…».

Un flash, il pavimento che mancava sotto ai piedi e l’orribile immagine di un corpo in caduta libera.

Jacqueline parlava e piangeva contemporaneamente. «È successo domenica sera, con la neve, ma l’hanno trovata solo lunedì mattina. È rimasta là fuori al buio tutta la notte. Era fradicia… fredda gelata. Aveva la pelle… Rowan, mi hanno detto che aveva le dita congelate. Non sopporto l’idea, ma non riesco a smettere di pensarci…». Si interruppe e si lasciò andare a singhiozzi disperati.

Le mani di Marianne, le sue lunghe dita con le unghie che teneva corte per il lavoro, sempre macchiate di inchiostro o di pittura. Le sue mani, congelate, bianche. Senza vita. Rowan chiuse gli occhi, invasa dal dolore e dall’orrore.

Nel corridoio buio, i singhiozzi di Jacqueline erano strazianti, insopportabili. Rowan allungò una mano e tastò la parete fredda. Dove diamine era l’interruttore? Ormai anche lei era sull’orlo delle lacrime e il dolore minacciava di venire a galla e di prendere il sopravvento. Inspirò a fondo, ma parlò comunque con voce tremante: «È caduta… vuoi dire che… è scivolata?».

Udì deglutire rumorosamente all’altro capo del telefono, nel tentativo di riprendere il controllo. «La polizia ha detto che è stato un incidente. Saliva lassù per fumare quando lavorava… te lo ricordi, no?».

Mi ricordo tutto. «Lo faceva ancora?»

«Con la neve, il tetto sarà stato scivoloso e… è scivolata», disse Jacqueline. Con suo grande orrore, Rowan capì che lo stava dicendo anche a sé stessa. «Ma nessuno ha visto niente. Nessuno sa dire che cosa sia successo davvero. Dopo la morte di Seb… avevo paura, le avevo proibito di andare lassù, te lo ricordi?»

«Sì. Sì, me lo ricordo». Rowan aveva la pelle d’oca e un brivido freddo le percorse la schiena. «Jacqueline, non è possibile che si sia…». Non riusciva a dire quelle parole. «Non si è… Cioè, ci era mai ricaduta? In depressione?»

«No. Non credo. Me l’avrebbe detto, no? Non avrebbe cercato di nasconderlo, non ti pare? Però non lo so… a meno che non abbia pensato che mi avrebbe fatto soffrire». Un sussulto. «Come se qualcosa potesse farmi soffrire come adesso».

«Non è successo niente che possa averla turbata? Che ce l’abbia fatta ricadere?»

«No. Andava tutto benissimo. Il lavoro… la aspetta una mostra a New York, una personale…». Jacqueline si interruppe e, per un attimo, calò il silenzio.

Rowan sentì dei passi fuori e il tintinnio delle chiavi nella porta d’ingresso. Senza lasciarle il tempo di ricomporsi, la porta si aprì e il tizio dal viso volpino del pianoterra accese la luce. Lei sbatté le palpebre e sollevò una mano, come se fosse del tutto prevedibile che se ne stesse là in piedi al buio. Con gli occhi dell’uomo sulla schiena, afferrò la chiave e la girò con forza. Finalmente la porta si aprì e subito comparvero le ripide scale appena oltre la soglia.

«Jacqueline», disse, ma aveva la gola secca. Tossì e si sforzò di deglutire. «Mi dispiace tantissimo. Che cosa posso fare? Vivo ancora a Londra, a sud del Tamigi… Se hai bisogno di qualcosa, qualsiasi cosa, dimmelo, va bene?». Arrivò in cima alla scala e, in cucina, gettò il fish and chips direttamente nella spazzatura. «Studio al momento, quindi sono disponibile, ho orari flessibili».

«Grazie». Seguì un’altra pausa. Quando riprese a parlare, nel tono di Jacqueline c’era un’irritazione che Rowan aveva sentito una volta soltanto prima di allora, quella terribile sera in cucina. «Stamattina ho ricevuto una telefonata», disse.

Rowan sentì una mano fredda posarsi sulla nuca. «Una telefonata?»

«Di uno schifoso idiota del “Mail”. Voleva conoscere la mia “reazione”. La mia reazione. Ci credi?». Di nuovo quell’orribile lamento affannoso, distorto in una risata. «Quale pensava che fosse la mia reazione?»

«Dio mio, è… mostruoso».

«E non c’è solo il “Mail”… Sono tutti qui. Sono circondata».

«Che cosa?»

«Da tizi con le telecamere, proprio come ai vecchi tempi, seduti in macchina dall’altra parte della strada. In attesa. Li odio», spiegò con rabbia. «Avrei voglia di prendere la vecchia mazza da cricket di Ad dal sottoscala e uscire a picchiarli, a spaccargli la testa. Lo farei anche… Se non fosse per lui, lo farei. Te lo immagini? Una foto di me in prima pagina sul “Mail”, con gli occhi da pazza. La madre in lutto di un’artista coinvolta in uno scandalo sessuale scatta all’attacco». La risata si trasformò in tetri singhiozzi.

«Jacqueline…». Ma che cosa poteva dirle? Che cosa avrebbe fatto anche solo la minima differenza?

«È tutto a posto». Con uno sforzo, tenne a bada le lacrime. «Non appena capiranno che non c’è nulla di nuovo, le acque si calmeranno. Riprenderanno le vecchie storie e andranno avanti. Ma se dovessero riuscire a rintracciarti, potresti…».

«Non mi sogno neanche di parlare con quelli».

«Grazie». Un sincero sollievo nella sua voce. «Senti, Rowan, so che tu e Marianne non eravate più in contatto, ma tu sei stata una parte molto importante della sua vita… non solo della sua, della nostra».

«Le volevo bene… come a tutti voi».

«Ti prego, vieni al funerale. È giusto che tu ci sia. Sarà la settimana prossima, giovedì, al crematorio di Oxford. A noi tutti farebbe piacere che venissi. A noi…». Si interruppe, consapevole del lapsus. «A me e Adam, intendo. A tutti e due. Ci sei mancata. Avevo detto a Marianne che avrebbe dovuto riallacciare i rapporti con te, che con i veri amici non conta quando si litiga per una stupidata e ci si perde di vista, anche se passa del tempo».

«È stata anche colpa mia. Avrei dovuto…». Che cosa? Che cosa avrebbe potuto fare che non aveva fatto?

In piedi con il telefono in mano, Rowan sentì riecheggiare la notizia in ogni sua cellula. Morta. Il dolore si fece sempre più vicino, si accumulò e si infranse su di lei, in un’onda di disperazione. Fece i pochi passi che la separavano dal divano, buttò per terra i libri e si sdraiò, rannicchiandosi come se la stessero picchiando, una pioggia di colpi sulla testa e sulla schiena. Marianne era morta. Svanita e non c’era più possibilità di contattarla. Non l’avrebbe più rivista e non le avrebbe più parlato.

Pianse sommessamente, come se la tristezza fosse troppo potente per esprimersi in un suono. Era più una cosa fisica, muscolare: con la schiena dolente, spalancò la bocca fino a sentire male alle guance. Era sconvolta dalla gravità della notizia: aveva perso Marianne come amica anni prima; dopo tutto quel tempo, non poteva pensare sul serio che avrebbero risolto e sarebbero tornate di nuovo intime. In quel momento invece capì che una parte di lei aveva nutrito ancora quella speranza, aveva accarezzato l’idea che un anno, magari, sarebbe arrivato un biglietto di Natale con un messaggio titubante. Ma ormai quella possibilità era svanita per sempre. Era tutto finito, punto. Un decreto assoluto. E, ironia della sorte, quell’annuncio era stato il primo contatto tra lei e la famiglia Glass dopo dieci anni.

Esaurite le lacrime, si mise a sedere. Si sentiva esposta, svuotata e, quando si alzò, scorse di sfuggita i propri occhi gonfi nello specchio anni Sessanta da quattro soldi sopra al camino. Aveva la pelle giallastra e i capelli scuri alle radici, del colore che prendevano d’inverno. Erano di quella lunghezza, qualche centimetro oltre le spalle, per cui perdevano qualsiasi volume; avrebbe dovuto tagliarli prima del funerale. Chissà se Jacqueline e Adam l’avrebbero trovata cambiata. Ne dubitava: non era cambiata poi molto. Aveva ancora il viso tondo e liscio, non particolare ed elegante come quello di Marianne già a sedici anni, ma carino in un modo cauto e datato che non le era mai piaciuto troppo, come una ragazza in una pubblicità vittoriana di una saponetta.

Andò alla finestra a ghigliottina e sollevò la tenda, liberando uno spiffero freddo che entrava per via del telaio marcio che il proprietario troppo tirchio non sostituiva. Il vento si accaniva sulle nuvole a chiazze chiare sopra i tetti e sbatacchiava i rami più alti del ciliegio, il motivo per cui aveva preso quell’appartamento. Quando l’agente glielo aveva mostrato, era un tripudio di boccioli provocanti. «Come frivole mutandine rosa alle Folies Bergère», aveva commentato lei e la donna l’aveva guardata come se fosse matta.

Dall’altro lato della strada, si scorgeva una luce azzurra dietro le tende della vecchia signora che ogni mattina si piazzava sulla porta e sgridava il suo sfortunato Jack Russell in una lingua che Rowan non era mai riuscita a decifrare. La strada era deserta.

La neve caduta domenica era già sparita lunedì mattina, spalata e sciupata mentre ancora scendeva, lasciando tutto fradicio e sporco di fango, con rifiuti e foglie morte appiccicati al marciapiede. Si immaginò il giardino in Fyfield Road: il prato imbiancato, i larghi gradini in pietra che portavano al patio imbottiti come un cuscino, i rami della betulla stagliati come pizzo contro il cielo color panna. Un’immagine nitida e chiara come la luce invernale e Rowan provò una gran nostalgia che subito represse. La neve in Fyfield Road non era stata perfetta. Era stata letale.

Si concentrò sul particolare che l’aveva colpita non appena l’aveva sentito: quella storia non aveva senso, almeno nella versione a cui Jacqueline voleva credere. Marianne non poteva essere scivolata. Soffriva di vertigini, vertigini paralizzanti: non si avvicinava mai al bordo del tetto, se ne teneva a non meno di cinque metri. Tra le innumerevoli volte in cui erano state lassù, nemmeno una si era allontanata per più di un metro dalla sicurezza del lucernario, nemmeno di qualche centimetro. Neanche una.

Rowan richiuse la tenda con un gesto brusco. Con il cuore che martellava contro la cassa toracica, uscì dal soggiorno, percorse lo stretto pianerottolo e, con la solita sensazione di freddo, aprì la porta della sua camera da letto. Si chinò e, al buio, allungò delicatamente una mano in cerca del paralume di iuta sul comodino. In ginocchio sul vecchio tappeto logoro, cercò a tastoni sotto al letto fino a toccare con la punta delle dita la scatola di cartone lucido. Dopo un istante, la tirò fuori alla luce.

Restò a fissarla per un minuto, senza toccarla. In origine conteneva della costosa carta per fotocopie color avorio, che aveva comprato da Ryman all’ultimo anno di università, quando aveva cominciato a pensare alle domande di lavoro. L’anno scorso, ad agosto, quando aveva rotto con Anders e radunato tutte le sue cose in macchina, l’aveva incastrata con cura accanto a sé sul sedile del passeggero, a portata di mano, anche se non ricordava da quanto non la aprisse. Con il passare degli anni, si era fatta più pesante e ora emanava una certa energia, come una presenza. Con il sangue che le pulsava nelle orecchie, le venne l’idea che non fosse il suo cuore a battere ma quello della scatola: aprimi, aprimi, aprimi.

Marianne è morta, Rowan.

Prese la scatola e la capovolse. Il nastro adesivo si era ingiallito e, quando lo tolse, alcuni frammenti secchi le si infilzarono nella pelle delicata sotto l’unghia del pollice. Nel sollevare il coperchio, si sentì un rumore di aria aspirata.

In cima c’era un foglio di carta velina per tenere fermo il contenuto. Subito sotto, con le dita rivolte verso il palmo, c’era una mano, la sua: le unghie corte e arrotondate, la vena pronunciata sulla nocca dell’indice, la cicatrice a forma di lacrima sul pollice che aveva dall’età di cinque anni quando, mentre la signora Roberts era assorta in uno dei suoi talk show pomeridiani, Rowan aveva infilato un pugno nel vetro della porta della cucina. Era un disegno in bianco e nero, inchiostro su un foglio strappato da un blocco a spirale, eppure era potente, reale: la mano prendeva vita. Persino chi non avesse mai visto prima l’opera di un artista avrebbe capito che era ben fatto. No, non ben fatto: eccezionale.

La sua mano, con il palmo verso l’alto, era appoggiata su un unico tratto che finiva in una spirale come un germoglio di felce: il bracciolo della poltrona con lo schienale a bottoni. Nella mente di Rowan si fece largo un ricordo vivido. Un sabato mattina di fine maggio o della prima settimana di giugno, l’aria già calda alle nove. Marianne indossava una maglietta a righe bianche e rosse e una salopette di jeans; aveva i capelli raccolti in uno chignon in cima alla testa. Sudicie scarpe da ginnastica verde acceso, niente calze. La poltrona era sul marciapiede davanti a una casa in Observatory Street. Era antica, con due bei braccioli e le gambe che terminavano in una sfera artigliata, ma era stata rifoderata con un provocante velluto rosso ciliegia e aveva troppa imbottitura, tanto da sembrare bella prosperosa. Marianne si era fermata; le era sempre piaciuto tutto ciò che appariva dissonante.

«Come la descriveresti?», le aveva chiesto. Era un gioco che facevano in continuazione, sfidandosi a vicenda: descrivere un colore, il cielo, un uomo.

«Straordinariamente incongrua, una lucciola che sbatte le palpebre trascinata dal bordello alla luce di una mattina cristiana», aveva risposto Rowan.

Marianne era scoppiata a ridere. «Giusto». Aveva allungato una mano e accarezzato il velluto. «La adoro. Voglio disegnarla».

«Prendetela», aveva detto una voce priva di corpo. Si erano voltate e avevano visto un uomo in jeans e cappellino da baseball sulla soglia della casa. «Sul serio. Era di mia zia. A me non è mai piaciuta… per questo l’ho messa qua fuori. Se la volete, è vostra».

Se l’erano tirata dietro fino a Fyfield Road, un bracciolo per una. Grossa e pesante com’era. «È come trascinare un vecchio ubriaco», aveva commentato Marianne. Ci avevano messo un’ora e mezza per fare nemmeno due chilometri e quell’episodio aveva assunto tratti epici: Marianne e Rowan contro la Sedia. Dopo il sangue – quando Marianne si era tagliata il dito con una scheggia di legno sotto la seduta – il sudore e le lacrime per le risate isteriche, alla fine erano arrivate a casa e Adam, nell’aprire la porta, le aveva apostrofate: «Perché non avete telefonato? Sarei venuto con la macchina».

D’un tratto, il disegno si fece sfocato e Rowan si passò una mano sugli occhi. Il dolore al petto era sempre più intenso. Com’era possibile che Marianne fosse morta?

Sollevò il foglio prendendolo per i bordi e lo depose sul tappeto, all’interno del fascio di luce della lampada. Sotto ce n’era un altro della sua mano, che questa volta reggeva un bicchiere vittoriano su cui erano incise delle rondini in volo, con le code affusolate a forma di minuscole V. Nel successivo, aveva i palmi uniti come se stesse pregando; in quello sotto ancora teneva una vecchia copia di Cuore di tenebra.

In totale possedeva sette disegni delle sue mani ma, negli anni, Marianne doveva averne realizzati una quarantina o una cinquantina, a matita e carboncino, penna e inchiostro, alcuni di fretta, improvvisando, sul retro di una busta, altri studiando attentamente la posa e sgobbando. Era così che lavorava: disegnava le stesse cose all’infinito fino a essere soddisfatta, fino a quando la sua immagine mentale si rispecchiava sulla carta in ogni dettaglio. Nella scatola c’erano anche i disegni di un contenitore d’argento dai fregi intricati ereditato dalla famiglia di Seb, di un vassoio di frutti ammaccati caduti per il vento e del gatto grigio tigrato che scavalcava sempre il muro di confine con i Dawson. Jacqueline era allergica, ma un pomeriggio Marianne l’aveva lasciato entrare in cucina e lui era andato dritto sul divano dove sua madre amava leggere.

Leggere? D’un tratto, dalla scatola insieme ai fogli uscì la voce di Marianne, profonda, secca e vicina come se fosse seduta sul letto. Dormicchiare, vorrai dire. Siamo sinceri.

Suo malgrado, Rowan sorrise e gli occhi le si riempirono di lacrime. Le asciugò in fretta con il polsino prima che cadessero sullo schizzo e lo rovinassero. Per la prima volta, si rese conto che, a parte l’importanza che avevano per lei, quei disegni potevano valere qualcosa. Già quelli della prima mostra di Marianne erano stati venduti per migliaia di sterline l’uno, e all’epoca era quasi sconosciuta. Adesso, ovviamente, esisteva un numero limitato di suoi lavori: le ricadute sul prezzo sarebbero state enormi.

Finora erano tutti disegni in formato A4 o più piccoli – ecco le venature di una foglia di agrifoglio su una paginetta azzurra di un taccuino Basildon Bond, in un intreccio sottile come una ragnatela – ma verso il fondo della scatola c’era un foglio spesso ripiegato più volte. Rowan lo aprì con delicatezza e lo distese sul letto; era lungo forse un metro e mezzo.

Eccola lì, ritratta a carboncino, a diciannove anni, nuda. Era seduta su uno sgabello da cucina, girata, con i piedi nudi appoggiati sulla sbarra più alta, la testa china con il viso nascosto alla vista, i capelli legati, perché Marianne voleva studiare gli «ingranaggi», come li aveva chiamati lei, del collo e della schiena: i muscoli, l’osso sferico in cima alla colonna vertebrale, i due tendini dove il collo incontrava le spalle. Le scapole erano delineate in modo netto, con tratti che ne ombreggiavano i bordi. Chissà se pesava meno allora. Si guardò il collo e rifletté su quanto fosse sottile, vulnerabile.

Il suo collo.

Quel disegno era stato fatto a fine anno, forse già a dicembre, e subito prima di cominciare, mentre pranzavano al tavolo in cucina, c’era stato un acquazzone e il giardino era stato invaso dalla grandine. La casa era fredda; avevano dovuto tenere accesa la stufetta per mezz’ora prima che la stanza di Marianne fosse abbastanza calda perché Rowan si spogliasse.

C’era voluto tutto il pomeriggio per il disegno e, con lo sguardo fisso a terra, Rowan aveva osservato l’ombra del cavalletto farsi più marcata e lunga come una macchia di inchiostro viscoso nella debole luce invernale. Marianne aveva lavorato senza parlare, il silenzio interrotto solo dal debole ronzio della stufetta e dai suoi piedi che sfregavano sul pavimento quando si spostava davanti al cavalletto. Ogni volta che la stufetta si spegneva, ed era successo spesso, Rowan sentiva il rumore del carboncino che sfregava sul foglio e il respiro di Marianne. Aveva sincronizzato il suo, inspiravano ed espiravano insieme, inspiravano ed espiravano, come se stessero meditando. Aveva svuotato la mente ma era diventata estremamente consapevole del proprio corpo: i peli sottili sulle braccia che si rizzavano appena prima che la stufetta ripartisse, la colonna vertebrale ben dritta, i tendini dei piedi tesi contro la sbarra curva. Il tempo era diventato fluido, l’aveva immaginato mulinare ai piedi dello sgabello, e poi le era venuta l’idea che stessero creando qualcun altro, una terza persona nello spazio tra loro: l’immagine che Marianne stava realizzando sul foglio sfruttando la propria mente e i propri occhi, e il corpo di Rowan.

Ora, in ginocchio sul tappeto, Rowan chinò la testa fino a poggiare la fronte sul disegno. Il dolore al petto era arrivato allo stomaco. Si raddrizzò e passò un dito sul tratto di carboncino della schiena, sulla curva dell’anca, sulla spalla arrotondata. La mano di Marianne si era posata proprio là, aveva accarezzato il foglio nel creare quella persona, l’ombra di Rowan che avrebbe avuto diciannove anni e sarebbe stata sua amica per sempre.

Appoggiò il sedere sui talloni. Per quanto valessero, non avrebbe mai venduto quei disegni, a meno che non fosse stata letteralmente questione di morire di fame.

E, anche in quel caso, da uno non si sarebbe mai separata. Era ancora nella scatola, l’ultimo rimasto, avvolto in diversi strati di carta velina fissata con cura con del nastro adesivo. Lo prese con delicatezza. Come gli altri, era leggero come una piuma, un unico foglio strappato da un blocco, ma, tra le sue mani, Rowan percepì tutta la sua compattezza, l’importanza. Lo girò ed esaminò il vecchio nastro adesivo, ma non ebbe bisogno di staccarlo per sbirciare il disegno che racchiudeva. Le bastava sapere che c’era.