1.

Quella notte, Thomas e Kamala si fecero la guerra ai due capi opposti della casa. Denti scoperti, occhi fiammeggianti, si sbranarono con goduria carnivora, mettendo a nudo tutte le ingiustizie patite negli ultimi decenni per mano l’uno dell’altra, le offese, i passi falsi, i cuori spezzati. Era come se, liberati dal peso dell’accudimento, si fossero ritrovati con un deficit di dolore e ce la stessero mettendo tutta per ristabilire l’equilibrio.

Stanno facendo un ottimo lavoro, pensò Amina al sicuro nella sua camera da letto. Il motivo della lite le era sconosciuto, ma le accuse di egoismo, atteggiamento da martire, inettitudine e snobismo erano capisaldi della sua infanzia, e non la sorprendevano affatto, anche se facevano scattare le stesse vecchie paure, risuscitando una tristezza vecchia di anni e la convinzione che i suoi genitori, in fondo, fossero una coppia assolutamente sbagliata. Là in mezzo, se l’era dimenticato. Chiamò Dimple.

«Ci stanno dando dentro».

Al piano di sotto, le urla erano bruscamente passate al malayalam, che saliva rombando le scale come un temporale imminente.

«Sembra divertente».

«Parecchio. Insomma, tu come stai?»

«Bene! Bene. Benissimo, in realtà».

«Davvero?»

«Davvero. Io, ehm…» Amina sentì aprirsi la porta della galleria. «Aspetta un secondo». Un rumore di carta spiegazzata; quando Dimple riprese la parola, stava masticando una gomma. «Mi sono fidanzata».

«Che cosa?»

«Io e Sajeev ci sposiamo».

«Cosa?»

«Ci…»

«Quando avete deciso?»

«La settimana scorsa. Avrei voluto dirtelo ma non volevo, insomma, interrompere».

«Interrompere cosa? Qui non sto facendo niente».

«Ti stai occupando di tuo padre».

«Ti sposi con Sajeev?»

«Be’, sarebbe meglio che non lo dicessi con quel tono».

«No, volevo dire… era… ehm. Cioè, tu…» Amina deglutì, per nulla sicura di ciò che stava per chiedere. «Okay, caspita».

«Sembri fuori di te».

«No! È solo che sono un po’ stupita. Avete appena cominciato a uscire insieme».

«Ci conosciamo da tutta una vita».

«Sì, ma non vi conoscete bene».

«Lo conosco abbastanza» disse Dimple, con una risata eloquente.

«Okay» disse Amina e ammutolì fino a quando non si rese conto che Dimple stava aspettando qualcosa di più, che era uno di quei momenti che non avrebbero mai recuperato. Deglutì e parlò con voce più alta di almeno un’ottava. «Congratulazioni!»

«Non fare la stronza».

«No, non è vero! Sono felice per te! Insomma, sono sorpresa, ovviamente, ma felice!» Era consapevole che utilizzare tutti quei punti esclamativi significava svalutare il suo messaggio, ma una volta iniziato non riuscì a impedirselo. «Sembra un tipo fantastico!»

«Be’, sì» disse Dimple in tono sospettoso. «E abbiamo più cose in comune di quanto tu non pensi. Sa un sacco di cose sulla fotografia».

«Lo so… quel giorno all’Hilltop. Continuava a parlarne, te lo ricordi?»

La voce di Dimple cambiò bruscamente e prese di nuovo una sfumatura di incertezza. «Davvero?»

«Sì» disse Amina, sollevata al pensiero di avere finalmente trovato il modo di proseguire la conversazione. «Te lo ricordi? Ha detto un sacco di cose su Charles White, un sacco di cose intelligenti. Conosceva il mio lavoro, quindi…»

«Quindi significa che è preparato» finì Dimple.

«Esatto». Amina sorrise. «Allora, com’è successo? Si è messo in ginocchio e tutta quella roba lì?»

«Be’, no, perché eravamo a letto».

«Per favore, dimmi che non hai raccontato ai tuoi genitori quella parte».

«Ancora non gliel’ho detto. Sto meditando di non farlo».

«Oh, dai».

«No, davvero. Stavamo pensando di scappare insieme il fine settimana dopo la mostra. Sai, sposarci a Las Vegas o in municipio o qualcosa del genere».

«Non puoi! E la famiglia?»

«Oddio, sei tornata a casa solo da due mesi e già ti hanno fatto il lavaggio del cervello».

«No! Be’, forse. Insomma, perché iniziare così? Hai una vita intera per deludere tutti. I matrimoni sono importanti».

«Dice la donna che ne immortala i momenti più compromettenti».

«Sei ingiusta. E sai benissimo che cosa voglio dire».

«Sì, lo so». Dimple tacque a lungo, e Amina si rese conto che i suoi genitori avevano smesso di urlare. Zoppicò in corridoio fino alla camera da letto di Akhil e guardò verso il vialetto. Le auto c’erano tutt’e due.

«Mi sento come se i miei genitori l’avessero avuta vinta» disse Dimple.

«Vinta?»

«Questa è la parte divertente. Insomma, in realtà che cosa hanno vinto? Finirò per sposare un suriani. E per di più Sajeev. E allora? È solo… che non voglio vedere mia madre gongolare».

«Non lo farà».

«Amina».

«Okay, va bene, ma tu non hai certo deciso di sposarti per farla gongolare. Questo sarebbe peggio».

«Pensi davvero che non lo conosca abbastanza bene?»

«No» disse Amina con attenzione, ritornando in camera sua e chiudendo la porta. «Non è questo. Sono solo sorpresa. Ma immagino che abbia senso».

«Continuo a pensare, sai, i nostri genitori ce l’hanno fatta. E non si conoscevano. E gli americani divorziano continuamente per le ragioni più stupide. Alcuni tradiscono. Altri spendono troppi soldi. Altri ancora dicono al compagno che non è più la persona che hanno sposato, come se fosse una cosa fuori dal mondo. Quindi, se devi proprio chiudere gli occhi e buttarti…»

«Tanto vale farlo con un indiano».

«Esattamente».

Amina zoppicò fino alla scrivania, dove gli oggetti che aveva trovato nell’orto erano ormai completamente rivestiti di polvere. Accarezzò con un dito il bordo della coppa.

«Forse mi sto innamorando di Jamie Anderson» disse.

«AMINA!» La porta della sua camera si spalancò di botto.

«CRISTO!» urlò Amina.

Sulla soglia c’era Thomas, con la fronte coperta di sudore per la fatica di tenere a bada Kamala.

«Cosa c’è?» urlò Dimple. «Che cos’è successo?»

Lui entrò nella stanza, impugnando un panino e un sacchetto di ghiaccio.

Amina deglutì. «Devo andare».

«Cos’è successo? Stai bene?»

«Benissimo. C’è mio padre».

«Non hai appena detto che sei…»

«Più tardi» disse Amina mentre Thomas le guardava il piede.

«Okay, ma chiamami!»

Non era un panino, e Amina se ne accorse quando suo padre aprì le dita. Era una benda. Thomas indicò il letto. «Siediti».

Amina, zoppicando, obbedì. Suo padre avvicinò una sedia e poi le prese una gamba e se la posò sul ginocchio, perché riposasse il piede. Con le dita cercò il punto che faceva più male e premette. Amina trattenne il fiato.

«Com’è successo?» borbottò lui.

«Un incidente».

«Che genere di incidente?»

«Stavo correndo al buio».

Lui le mise una mano sul calcagno e l’altra sulle dita e ruotò il piede in avanti, troppo in avanti. Lei glielo strappò dalle mani.

«Fa male?»

«Sì».

Premette con le dita sotto il malleolo. Lei strinse i denti e annuì.

«Te la sei slogata. Adesso te la bendo, e tu dovrai tenerla sollevata e coperta di ghiaccio».

«Per quanto tempo?»

«Probabilmente una settimana o due». Cominciò a srotolarle la benda intorno al piede, e poi a stringere forte. «Perché stavi correndo al buio?»

«Avevo rapinato una banca».

L’angolo della bocca di Thomas si incurvò, anche se era ancora troppo agitato per poter fare un sorriso. Di sotto, Kamala sbatteva pentole e padelle. Thomas avvolse la benda rapidamente e in maniera regolare, creando una piacevole pressione tra Amina e il dolore. Quando ebbe finito le sollevò la gamba e l’aiutò gentilmente a posarla sul letto. Sotto ci mise due cuscini e poi ricoprì la caviglia con il ghiaccio.

«Hai preso un antinfiammatorio per il gonfiore?»

«No».

Lui annuì e uscì, e poco dopo tornò con un bicchiere d’acqua, due pastiglie e due altri cuscini presi dal letto di Akhil, che le mise dietro le spalle.

«Come va?» Fece un passo indietro e sbatté la testa contro il baldacchino.

«Molto meglio, grazie».

«Per qualche giorno dovresti andarci piano». Si avvicinò alla finestra, le mani in tasca, le spalle incurvate, troppo grande per quella stanza. «Tua madre mi ha detto che esci con un ragazzo di qui».

«Sì. Jamie Anderson». Tacque un istante in attesa che lui riconoscesse il nome, ma quando non accadde aggiunse: «Siamo stati al liceo insieme».

«La Mesa?»

Amina annuì. E dove altro, sennò? «Insegna all’università. Antropologia».

«Interessante. Be’, digli che non vedo l’ora di conoscerlo, la settimana prossima».

«Sì. Un momento, di cosa stai parlando?»

«Tua madre mi ha detto che verrà a cena».

«Cosa? No! Cristo! Non gliel’ho ancora nemmeno chiesto. Non ho ancora nemmeno deciso di chiederglielo. Non che non voglia farlo. È solo che, insomma. Non importa. Va bene così».

Thomas la guardò con un’espressione stupita.

«Va benissimo» ripeté Amina, imbarazzata dalla propria agitazione. «Probabilmente dovrei essere contenta che abbia accantonato l’idea di Anyan George».

«Io non sarei così ottimista. Conosci tua madre».

Amina scosse la testa. Era davvero incredibile, ma conoscere bene Kamala non aiutava affatto.

«Invitalo a cena» suggerì suo padre. «La costringerai ad arrendersi».

Era una bugia, di quelle che Thomas le aveva raccontato spesso quando lei era adolescente, quando dirle: «Tua madre non s’arrenderà mai» sarebbe stato più sgradevole ma vero. E Amina annuì, non perché gli credesse, ma perché apprezzava il sentimento che c’era dietro quella bugia, cioè la semplice volontà di suo padre di aiutarla. Gli prese la mano e la strinse.

«Come stai?» gli domandò.

«Sono nervoso» disse lui, e poi parve sorpreso nell’accorgersi di averlo detto a voce alta. Si allontanò di qualche passo dal letto, fermandosi davanti agli oggetti sulla scrivania. «Dico sempre ai miei pazienti che non è saggio credere di rappresentare un’anomalia. Forse possono far parte di una piccola percentuale per cui certe cure funzionano, ma un’anomalia? Improbabile».

«Sì, ma tu non stai solo pensando di stare meglio. Il dottor George ha detto…»

«Gli esami possono sbagliare» ribatté lui, e a un tratto lei capì che l’espressione di Anyan George di quella mattina era stata di paura mascherata da impazienza, proprio come quella di Thomas in quel momento. «Va bene, ora devo andare. Monica mi aspetta».

«Adesso?»

«Sì».

«Così in fretta…» disse Amina, con una fitta di simpatia per sua madre.

«Ci vorrà un poco per rimettere in carreggiata il lavoro».

«Ah-ah».

«In questa casa i soldi non spuntano sugli alberi!»

«Io non ho detto niente. Ho forse detto qualcosa?»

Thomas aprì la bocca come se volesse parlare ma poi si trattenne. «Torno tra un’ora».

«Okay».

Lui annuì per congedarsi, e si diresse verso la porta.

«Ieri sera ho creduto di vedere Akhil».

Amina non sapeva che gliel’avrebbe detto fino a quando non glielo disse. Thomas si fermò, volgendole le spalle squadrate per parecchi e lunghissimi secondi. Poi si girò e la guardò, le guance impallidite.

«Che cosa?»

Lei si schiarì la voce. «Cioè, in realtà non l’ho visto. È solo che, sai… volevo soltanto dirti che ti capisco. Che capisco perché è stato difficile per te».

«L’hai visto qui?»

«No. Cioè, ho creduto di sì ma…»

«Nel nostro giardino?»

«No. Alla Mesa».

«Quale mesa?»

«No, papà, la mia vecchia scuola. La Mesa Preparatory».

Suo padre annuì, aveva i lineamenti tesi e Amina capì di aver fatto male a pensare che avessero qualcosa in comune, e che provassero le stesse cose. Thomas non sembrava un uomo capace di trovare un accordo con le sue allucinazioni. Pareva una persona che sente il telefono squillare nella stanza accanto e si sforza di restare immobile.

«Ha detto qualcosa?» le domandò.

Amina lo fissò. «Non era vero, papà».

Lui annuì e distolse lo sguardo.

«Oddio, mi dispiace, non avrei dovuto raccontartelo. Non è la stessa cosa. Ho pensato solo che…»

Ma lui le stava già stringendo la spalla per poi dirigersi verso la porta.

«Non ti preoccupare» disse, e uscì.