Prologo
Una deliberata follia
Seattle, giugno 1998
Fu una febbre, un furore di parole. Per tre notti consecutive Thomas Eapen restò seduto sotto il portico mentre la metà di una rabbiosa conversazione gli prorompeva dalle labbra riversandosi fuori dalla zanzariera. I vicini lo udirono; sua moglie Kamala non riuscì a dormire. Prince Philip, il loro anziano e artritico labrador, si mise a camminare avanti e indietro in corridoio, mugolando. Un giovedì sera d’estate Kamala raccontò tutto al telefono a sua figlia, la voce morbida come quella di un’annunciatrice televisiva.
«Credo che stia per andarsene» concluse, e Amina immaginò suo padre al limitare del deserto, in attesa di un autobus.
«Davvero?»
«Chi lo sa. Non sono obiettiva. Non dormo da sabato».
«Stai scherzando».
«Non scherzo affatto» sospirò Kamala. La sua capacità di dormire nonostante le attività del marito insonne (cacce al procione, falò nei fossi, piccoli incidenti con il trattore) era sempre stata motivo d’orgoglio. Amina lasciò cadere le chiavi sul bancone della cucina.
«Sei appena tornata dal lavoro?» domandò Kamala.
«Sì». Accanto alle chiavi Amina appoggiò la posta e la macchina fotografica. La segreteria telefonica lampeggiava ansiosa. Le voltò le spalle. «Da tre notti? Davvero?»
«Come va il lavoro?»
«Impegnativo. Il mese prossimo a Seattle si sposano tutti».
«Tu no».
Amina la ignorò. «Cosa intendi per parlare? Di cosa parlava?»
«Raccontava storie».
«Che tipo di storie?»
«Che tipo? Di tutto! Prima gli attacchi, poi gente che va fuori di testa e adesso quest’uomo con il suo eterno blabla da idiota!» esclamò Kamala. «Gli ho detto che gli sarebbe cascata la lingua e che gli sarebbe marcita come un pomodoro, ma lui non ha chiuso il becco».
«Glielo dici sempre».
«Non è vero».
«Mamma».
«Stavolta è diverso, koche» sospirò Kamala. I rumori della notte si infiltrarono nella linea telefonica, portando il New Mexico all’orecchio di Amina: l’applauso soffocato del vento che soffiava tra i pioppi neri, lo stridio vuoto dei grilli che echeggiava contro la mesa, il ticchettio del lucchetto del cancello dell’orto. Amina chiuse gli occhi e le parve di essere nel giardino ormai buio con le erbe selvatiche che le solleticavano il retro delle ginocchia.
«Sei fuori nell’orto?» domandò a sua madre.
«Eh, già. Tu sei sotto la pioggia?»
«No, in cucina». Amina controllò il linoleum sotto gli scarponi. I bordi ingialliti parlavano di una vita precedente, nella quale i Crown Hill Apartments erano stati concepiti come un buon punto di partenza per famiglie di reddito medio, e arredati con caminetti di marmo vero e, in cucina, pavimenti allegri. Ora erano color piscio annacquato, punteggiati di bolle d’aria che scoppiavano quando le calpestavi.
«Com’è il tempo?» domandò Kamala.
«Piove un po’».
«Nessuno ha capito perché resti lì».
«Ci si abitua».
«Non è un buon motivo per stare in un posto. Non c’è da stupirsi che quello sporcaccione si sia sparato, sempre senza sole e con quella donna diabolica che si strappava i collant».
«Kurt Cobain si drogava, mamma».
«Perché aveva bisogno di più sole!»
Amina sospirò. Se avesse saputo che lasciare una copia di Rolling Stone in bagno durante la sua ultima visita avrebbe fatto di Kamala una sedicente esperta di Seattle e dintorni («Il grunge! Gli Starbucks! Le start-up!») sarebbe stata più attenta, ma il disprezzo che sua madre nutriva per il luogo in cui Amina aveva scelto di abitare poteva anche essere utile. Innanzitutto, le impediva di andarla a trovare. («Qui non riesco mai a scaldarmi!» Durante le poche visite, Kamala si faceva un punto d’onore di ripeterlo sfregandosi le mani e guardandosi intorno con aria sospettosa. Una volta aveva detto al gentilissimo barista del caffè che Amina frequentava che aveva uno strano odore, a causa della «troppa umidità».)
«Ti ho detto che quest’anno i pomodori sono enormi?» domandò Kamala, con voce più animata. «Più grandi dell’ultima volta!»
«Fantastico». Amina aprì il frigorifero. Conteneva una serie di scatole di take-away rannicchiate una accanto all’altra come dei vecchietti quando fa brutto tempo. Chiuse lo sportello.
«Ieri sera ho fatto il gazpacho e ho invitato i Ramakrishna e i Kurian, e gli è piaciuto da matti! Bala ha perfino voluto la ricetta».
«Che cosa non ci hai messo?»
«Niente. Pepe di Caienna e coriandolo».
Spesso Amina pensava che l’abilità culinaria di sua madre fosse una caratteristica evolutiva, che le aveva permesso di sopravvivere mantenendo tutte le amicizie. Come il piumaggio multicolore di un uccello d’aspetto altrimenti banale, la capacità di Kamala di trasformare semplici ingredienti in piatti favolosi si conquistava quel genere d’amore che la sua personalità avrebbe potuto tenere a distanza.
«Loro che ne pensano di papà?»
«Cosa vorresti dire?»
«Del fatto che parla eccetera».
«Io non ho mica raccontato niente! Non dire stupidaggini!»
«È un segreto?» si stupì Amina. «Non vuoi dirlo alla famiglia?»
Un segreto tra i Ramakrishna, i Kurian e gli Eapen veniva fuori soltanto ogni cinque anni circa e in genere veniva scoperto nel giro di pochi mesi: chi l’aveva mantenuto assicurava a chi ne era all’oscuro che non si trattava di faccende personali, ma di banali questioni di famiglia, e chi ne era all’oscuro borbottava qualche parola rassicurante sul fatto che comunque erano gli unici parenti presenti in quel paese, anche se non avevano alcun legame di sangue.
«Nessun segreto!» esclamò Kamala con enfasi forse eccessiva. Poi abbassò la voce. «Non è mica così importante. Non andiamo a disturbare nessuno, okay?»
«Be’, qualcun altro pensa che si comporti in modo strano?»
«Non si comporta in modo strano».
«Credevo che avessi detto…»
«No, non è così. Va al lavoro, e per tutto il resto va benissimo. Le infermiere della sala operatoria lo seguono ancora come un branco di oche. Succede solo a notte fonda».
Doveva succedere molto, molto tardi. Thomas faceva del suo meglio per restare in ospedale fino al tramonto e spesso l’insonnia lo teneva sveglio da mezzanotte alle sei del mattino. Erano quelle le ore in cui si sedeva sotto il portico a trafficare con qualche oggetto misterioso: un fucile ad aria compressa, una macchina per accarezzare cani.
«Probabilmente parla soltanto con il cane, mamma. Lo fa sempre».
«No, non è vero».
«Come lo sai?»
«Te l’ho appena detto! Il cane è chiuso in casa, a mugolare! E poi l’ho sentito».
«E allora?»
«Parlava con Ammachy».
Amina si fermò di botto. Sua nonna era morta da quasi vent’anni. «Vuoi dire che pregava per lei?»
Nella cornetta sentì il rumore secco dell’erba sradicata dal terreno, accompagnato da un piccolo verso. «No. Voglio dire che le parla, le racconta delle storie».
«Storie?»
Kamala sospirò. Strappo, strappo, verso.
«Mamma!»
«Storie stupide! Quando hai vinto quel premio di fotografia alle medie! Quando nel 1982 ho chiesto a quel tizio di Hickory Farms di ordinarmi dello zenzero marinato e quel cretino mi ha ordinato dello zenzero candito!»
«Proprio davanti a te? Proprio lì davanti?»
«L’ascoltavo dalla lavanderia».
Vivere in casa Eapen significava riconoscere come invalicabili confini invisibili, frontiere che dal 1983 la dividevano come due nazioni diverse. Erano anni che Amina non vedeva sua madre sconfinare nella luce gialla del portico di suo padre, e a quanto ne sapeva, Thomas non aveva mai valicato il cancello che portava nell’orto di Kamala.
«E sei sicura che si trattava di Ammachy?»
Kamala esitò un istante. «La vedeva».
Amina raddrizzò le spalle. «Ma di cosa stai parlando?»
«Le ha detto di andarsi a sedere da un’altra parte».
«Che cosa?»
«Sì. E poi credo che abbia visto…» La voce di Kamala si affievolì fino a zittirsi, il mondo di dolore che viveva invisibile tra gli Eapen si rivelò come un viso in attesa dietro le tende.
«Chi?» La voce di Amina le si bloccò in gola. «Chi altro vedeva?»
«Non lo so». Sua madre sembrava molto lontana.
Silenzio.
«Mamma» disse Amina, ora preoccupata, «è depresso?»
«Non fare la scema!» sbuffò Kamala. Dall’altro capo del filo arrivò un trambusto, sembrava il rumore di qualcosa di pesante che viene trascinato. «Nessuno è depresso. Ti ho solo raccontato che cosa fa. Sono sicura che hai ragione, va tutto bene. Non è niente».
«Ma se pensa di vedere…»
«Okay! Ci sentiamo».
«No! Aspetta!»
«Cosa?»
«C’è papà? Posso parlargli?»
«È all’ospedale. Un grosso caso. Due giorni fa una giovane madre ha battuto la testa sul fondo di una piscina e non si è ancora svegliata». Gli Eapen non avevano mai risparmiato alla figlia i dettagli del lavoro del padre, così già a cinque anni Amina sentiva storie tipo: Ha un paletto da sci conficcato nel midollo o La moglie gli ha sparato in faccia, ma si salverà.
«Sei sicura che sia in grado di lavorare?» Una volta, alle elementari, Amina aveva accompagnato il padre in chirurgia. Ricordava l’odore acuto e amaro della sala operatoria, il luccichio degli occhi di lui sopra la mascherina, il modo in cui si era vista correre incontro il pavimento quando il suo bisturi aveva tracciato una linea rossa sulla nuca del primo paziente. Aveva trascorso il resto della giornata a sgranocchiare caramelle nella stanza delle infermiere.
«Sta benissimo» disse Kamala. «Non c’è niente che non va. Non mi ascolti».
«Ti ascolto, invece! Mi hai appena detto che ha delle allucinazioni e ti stavo chiedendo…»
«NON HO DETTO CHE HA DELLE ALLUCINAZIONI. HO DETTO CHE PARLAVA CON SUA MADRE!»
«Che è morta» replicò Amina in tono gentile.
«Ovviamente».
«E queste non sarebbero allucinazioni?»
«Sono scelte, Amina! Scelte deliberate che facciamo in quanto esseri umani sul pianeta Terra. Se qualcuno decide di lasciar entrare il diavolo, naturalmente vede demoni ovunque. Non si tratta di allucinazioni. Si tratta di debolezza».
«Non puoi pensarlo sul serio». Era più un desiderio che una dichiarazione, perché Amina sapeva bene che Kamala, con il suo Gesù, le sue trasmissioni radiofoniche religiose e la sua capacità di citare a sproposito la Bibbia, poteva credere in qualsiasi cosa volesse, e lo faceva.
«Ti sto soltanto riportando i fatti» disse sua madre.
«Va bene. Okay. Ascolta, devo andare».
«Ma sei appena rientrata! Dove vai?»
«Fuori».
«Adesso? Con chi?»
«Dimple».
«Dimple» ripeté sua madre, come se fosse una maledizione. Secondo Kamala, Dimple Kurian soffriva di scarsa moralità dal giorno in cui i suoi genitori le avevano dato quel nome ridicolo, perfetto per una divetta gujarati che non fa altro che ridacchiare. Secondo Dimple, Kamala al posto del cuore aveva una fissazione per Gesù. «Spalanca sempre le sue relazioni?»
«Si chiamano relazioni aperte… lasciamo perdere. Sì».
«Quindi si mette con un ragazzo e poi con un altro, il tutto nella stessa settimana».
«Ci esce».
«Chi! Che sporcacciona. Non c’è da stupirsi che l’abbiano mandata al riformatorio! Esce con chiunque e poi quando lui pensa che sia una puttana lei si lamenta: “Oh no, quello crede che sia una puttana, quello crede che sia una puttana”».
«Quando mai hai sentito Dimple lamentarsi di qualcosa?»
«L’ho visto in un film. Henry ti presento Sally».
«Harry ti presento Sally?»
«Sì! Quella stupida ragazza ha troppi uomini e si lamenta che “nessuno la ama” e poi si mette con quel poveretto e s’aspetta che lui la ami!»
«E secondo te è di questo che parla Harry ti presento Sally?»
«Del resto cosa potrebbe fare? Impegnarsi con lei?»
«Si impegna con lei, mamma. È così che finisce il film».
«Non dopo! Dopo la lascia». La convinzione di sua madre che i film continuassero in un mondo privato, fuori dallo schermo, era sempre stata sconcertante quanto irrefutabile. Intere sceneggiature erano cadute vittima della sua immaginazione, che aveva stravolto ogni lieto fine e corretto qualsiasi tragedia. «E comunque, qualcuno dovrebbe dire a Dimple di chiamare a casa. Come fanno i suoi genitori a sapere che sta bene se non li chiama?»
«Perché io la vedo tutti i giorni e se non stesse bene glielo direi».
«Che sconsiderata. Bala è preoccupatissima per lei».
«Di’ a zia Bala che sta benissimo. Domani chiamo papà».
All’altro capo del filo calò un silenzio profondo. Aveva riattaccato?
«Mamma?»
«Non chiamare».
«Che cosa?»
«Non è una cosa che si può dire al telefono».
Amina incredula guardò gli armadietti della cucina sbattendo le palpebre. «Cos’è, devo aspettare di tornare a casa per poterne parlare?»
«Oh» disse Kamala, la voce carica di finta sorpresa. «Certo, se pensi che sia meglio così».
«Cosa?»
«Quando puoi tornare?»
«Vorresti… dovrei… aspetta, davvero?» Amina fu colta dal panico e contemplò la parete della cucina dove una coloratissima lista di cose da fare per il matrimonio Beale pendeva come un’accusa. «Siamo in giugno».
«C’è qualcosa d’importante? Allora non venire».
«È il momento peggiore. È il momento in cui lavoro di più».
«Sì, capisco. È solo che si tratta di tuo padre».
«Oh, smettila. Insomma, se davvero hai bisogno che venga, vengo, ma…» Amina si premette le dita sulle palpebre. Lasciare il lavoro d’estate? Follia.
Sua madre fece un respiro profondo. «Sì. Sarebbe molto carino, se tu riuscissi a venire».
Amina allontanò la cornetta dall’orecchio e la fissò. Dalla bocca di sua madre non aveva mai sentito uscire una frase simile, ma era proprio così: il suo tentativo di trovare una soluzione suonava stonato come il messaggio segreto in un disco suonato al contrario. Qualcosa non va. Qualcosa non va, per niente.
«La settimana prossima compro il biglietto» si sentì dire. Poi tacque sperando in un “Non importa, lascia perdere”. Invece udì un lungo, faticoso verso e un coro appagante di radici strappate alla terra. Dal filo le arrivò il rumore soffocato di mani che battevano contro i pantaloni e Amina immaginò sua madre in quel momento: in piedi nell’orto, minuscoli batuffoli di infiorescenze di pioppo che le galleggiavano come fatine intorno ai capelli scuri.
«Okay, va bene» disse Kamala. «Torna a casa».