1.

«Traditori! Vigliacchi! Buoni a nulla!» aveva urlato Ammachy nel 1979, concludendo la conversazione che avrebbe messo fine al rapporto con suo figlio, perché Thomas sarebbe tornato in India soltanto per seppellirla.

Che calamità! Un abominio! Separato da sua madre e dalla sua patria in un colpo solo? Chi avrebbe potuto prevederlo? Certo non Amina, che a undici anni era già abbastanza esperta di tragedie (aveva visto Il campione e Kramer contro Kramer) da comprendere che si accompagnavano sempre a musica struggente e pessimo clima.

E cosa c’era da temere nella luce del sole che punteggiava la stazione di Salem la mattina del loro arrivo, rendendo tutto quanto – il bagaglio e i coolies con le camicie rosse e perfino i mendicanti – dolce e pieno di promesse? Nulla, pensò Amina, scendendo sul binario e finendo avvolta dal fetore di ascelle altrui. Braccia grassocce infilate nelle maniche delle sari le sfioravano le guance, chai-wallah gridavano nei finestrini delle auto e un coolie allungò impaziente una mano verso le valigie che lei aveva lasciato per terra. Al di sopra di quel fracasso sentì qualcuno chiamare il nome di suo padre.

«Da questa parte, papà» disse Akhil, indicando qualcosa che Amina non riusciva a vedere, e Thomas l’afferrò per le spalle e la spinse avanti.

«Babu!» gridò calando una manata sulla schiena di un vecchio. «Che piacere vederti!»

Avvolto in un voluminoso dhobi e più magro che mai, Babu gli rivolse un sorriso senza denti: nonostante il suo aspetto da bambino denutrito, riusciva a issarsi grossi oggetti sulla testa e trasportarli attraverso la folla, come fece con tutte e quattro le valigie della famiglia. Fuori dalla stazione, Preetham, l’autista, caricò tutto sull’Ambassador appena lucidata mentre venivano circondati da mendicanti, che indicavano le scarpe da ginnastica dei bambini e poi le proprie bocche affamate, come se il loro appetito potesse essere soddisfatto da un paio di Nike.

«Ami, vieni!» gridò Kamala, aprendo lo sportello dell’auto, e una volta che tutti ebbero preso posto (Preetham e Thomas davanti, Akhil, Kamala e Amina dietro, Babu tutto orgoglioso in piedi sul paraurti posteriore) iniziarono a percorrere i quattro isolati che li separavano da casa.

A differenza del resto della famiglia, i genitori di Thomas avevano molto tempo prima abbandonato il Kerala per le pianure più aride del Tamil Nadu. Dopo essersi insediati in una grande casa al limitare della città, Ammachy e Appachen avevano aperto un ambulatorio insieme (lei era oftalmologa, lui otorinolaringoiatra) e prima che lui morisse all’improvviso per un infarto a quarantacinque anni, avevano visitato il settanta per cento degli abitanti di Salem.

«Un’epoca d’oro» decretava Ammachy con chiunque fosse in ascolto, e poi proseguiva a elencare tutto ciò che da allora l’aveva delusa. In cima alla lista c’era suo figlio maggiore, che aveva scelto di sposare “la scura” e trasferirsi in America mentre lei gli aveva organizzato un matrimonio con la cugina di Kamala, che aveva la pelle molto più chiara, e avrebbe voluto che andassero a vivere a Madras; poi il figlio minore, che aveva scelto di diventare dentista mettendo al mondo uno “scervellato” invece di laurearsi in medicina e produrre un altro dottore; infine, i numerosi cinema e ospedali che erano spuntati intorno alla casa, avvolgendola di rumori e odori.

«Cristo santo» sibilò Thomas mentre svoltavano in Tamarind Road, e Amina seguì il suo sguardo. «Ormai la casa non si vede nemmeno più!»

Era vero. Era anche vero che quello che si vedeva, o meglio, quello che non si poteva ignorare, era il Muro, la risposta di Ammachy al mondo che cambiava intorno a lei. Costruito con gesso e bottiglie rotte, a ogni visita diventava più storto, più alto e più giallognolo, finché non era arrivato ad assomigliare alla dentiera di un mostro caduta da un altro mondo e dimenticata sul ciglio polveroso della strada.

«Non è poi così male» disse Kamala in tono poco convinto.

«È spaventoso» disse Akhil.

«Cancello nuovo!» Preetham suonò il clacson e la famiglia tacque mentre il cancello si apriva dall’interno, attirando l’auto e i suoi occupanti lungo il vialetto.

La casa non era cambiata affatto, i due piani erano intonacati di rosa e giallo e nel calore sembravano inclinati come una torta di compleanno sul punto di squagliarsi. Una piccola folla si era radunata lì davanti e Amina li osservò attraverso il finestrino: zio Sunil, scuro e panciuto; sua moglie, l’inetta zia Divya, dalla pelle chiara; il loro figlio Itty, che ondeggiava la testa come un magro Stevie Wonder; Mary-la-cuoca e le due nuove serve. Tra i melograni occhieggiavano lampadine natalizie e festoni di stagnola.

«Mikhil! Mittack!» gorgogliò Itty mentre l’auto percorreva il vialetto, agitando freneticamente il braccio in aria. Dall’ultima volta era cresciuto e ormai era alto come Sunil, e Amina rispose al saluto piena di paura. Secondo Itty lei si chiamava Mittack e secondo la famiglia l’eccitabilità era il problema che una volta l’aveva spinto a morderla. Amina si sfiorò la mezzaluna appena visibile sull’avambraccio, sprofondando un poco nel sedile.

«Ciaociaociao!» urlò Sunil mentre parcheggiavano. «Benvenuti, benvenuti!»

«Ehi, Sunil» disse Thomas aprendo lo sportello e percorrendo il prato a grandi passi per stringergli la mano. «Mi fa piacere vederti».

Naturalmente era una bugia, perché nessuno dei due fratelli era particolarmente felice di vedere l’altro, ma era l’unico modo di dare inizio a quella visita in maniera corretta.

Sunil lanciò a Kamala un sorriso smagliante. «Splendida come una rosa, mia cara!» Piantò due baci alla colonia sulla guancia della cognata e poi su quella di Amina, quindi si voltò e si portò le mani al petto. «E chi è questa tigre rubiconda? Mio Dio, Akhil? Sei tu? Ma sei diventato il re della giungla?»

«Be’, insomma» sospirò Akhil.

A un tratto due mani circondarono il collo di Amina e strinsero forte, chiudendole la laringe. Lei cercò freneticamente di staccarle, intravedendo sua madre che dava dei colpetti al braccio di Divya a mo’ di saluto, e avvertendo un fiato caldo soffiarle nell’orecchio.

«Mittack!» Itty la lasciò andare e le accarezzò la testa.

«Gesù!» boccheggiò Amina, gli occhi pieni di lacrime. «Mamma!»

«Itty» sorrise Kamala. Abbracciò il ragazzo, che grugnì e le seppellì la faccia nel collo.

«Ciao». Divya si piazzò di fronte ad Amina, esile, con la pelle butterata e l’espressione di una che si aspetta il peggio. «Com’è andata sul treno?»

«Bene». Amina adorava il treno notturno da Madras. Adorava i richiami dei chai-wallah a ogni fermata, il profumo delle cene preparate nelle città che attraversavano. «Abbiamo mangiato panini all’uovo».

Divya annuì. «Adesso ti viene da vomitare?»

«No».

«Vomitare!» Alle spalle di Divya si udì una voce irritata. «Di già? Chi è, stavolta?»

Oltre il calore e la casa e le luci lampeggianti, Ammachy sedeva sulla veranda nella sua poltrona di vimini, mentre anelli di sudore si allargavano sul corpetto verde mare che portava sotto la sari. I due anni trascorsi dall’ultima volta che l’avevano vista non ne avevano affatto ammorbidito il viso. Lunghi baffi bianchi le scendevano sul mento e la sua spina dorsale, incurvata da decenni di lamentele, faceva sì che la testa galleggiasse pochi centimetri al di sopra del grembo.

«Ciao, Amma». Thomas premette forte le dita sul collo di Amina e Akhil mentre risalivano i pochi gradini che li separavano da lei. «Che piacere vederti».

Ammachy indicò il rotolo di carne che gonfiava l’orlo della polo di Akhil. «Thuddya. Ma non stai mettendo su dei fianchi da ragazza?»

«Ciao, Ammachy». Akhil si chinò per baciarla sulla guancia.

Lei si girò verso Amina con una smorfia. «Ach. Non vi ho mandato la crema Fair & Lovely? Non l’avete usata?»

«Va benissimo così, Amma» disse Thomas, ma quando Amina si piegò per baciarla, Ammachy le afferrò il viso incorniciandolo tra le dita ricurve.

«Dovrai essere molto intelligente se non sarai mai carina. Sei molto intelligente?»

Amina guardò la nonna, senza sapere bene cosa rispondere. Non si era mai considerata particolarmente intelligente. Non si era mai trovata nemmeno particolarmente brutta, anche se ora la vaga repulsione che increspava i peli sul labbro superiore di Ammachy diceva il contrario.

«Amina ha vinto la gara di spelling cittadina» annunciò Kamala, spingendo avanti la testa di Amina in modo che le sue labbra aderissero alla guancia di Ammachy. Il tempo sufficiente a sorprendersi di quel sapore di mentolo e rose e fu sospinta nella casa troppo buia e giù per il corridoio, oltre le camere di Sunil, Divya, Itty e Ammachy, verso la sala da pranzo dov’era stato preparato il tè.

«Quindi il treno era affollato? Niente da mangiare? È così felice di vedervi». Divya fece cenno a Kamala e ai ragazzi di sedersi e offrì un piatto di dolcetti all’arancia. «È un mese che non parla d’altro».

«Itty!» esclamò Sunil, trascinandosi dietro una valigia sformata. «Tuo zio insiste perché guardiamo i regali che ci ha portato. Diamo un’occhiata?»

«Hullo?» Itty annuì vigorosamente. «Occhiata? Occhiata?»

«Non è niente di che». Thomas si sedette accanto ad Amina.

«Dei pensierini» aggiunse Kamala.

Ammachy entrò zoppicando, immusonita. «Cos’è questa confusione?»

Erano: due paia di Levi’s, una bottiglia di Johnny Walker Red, tre sacchetti di frutta secca (mandorle, anacardi, pistacchi), un paio di Reebok con la chiusura di velcro, un paio di scarponi da montagna più grandi, due flaconi di profumo (Anaïs Anaïs, Chloé), quattro cassette (i Beatles, i Rolling Stones, Kenny Rogers, gli Exile), due vasetti di crema per il viso profumata Avon (alle fragranze Topaze e Unspoken), parecchie paia di calzini bianchi, del borotalco e un tubo a forma di bastone ricurvo pieno di balsami per labbra al gusto marshmallow, cola e menta piperita.

«È troppo». Sunil cercò di restituire le cassette. «Davvero, non ne abbiamo bisogno».

«Che c’entra il bisogno?» Thomas sorrise, guardando Divya affondare le dita nel vasetto di crema Avon. «Sono cose che è bello avere. Che ne pensi, Itty? Ti piace il velcro?»

Accovacciato sul pavimento in una posa da Uomo Ragno, Itty dondolava lentamente a destra e a sinistra, ipnotizzato dallo spettacolo dei suoi piedi bianchi e arrotondati.

«Lo vizierai». Sunil prese la bottiglia di whisky, la alzò verso la luce e studiò l’etichetta. «Ne assaggiamo un po’?»

«Dopo cena» disse Thomas, e Sunil se ne versò due dita nella tazza da tè, annusandolo.

«Ora negli Stati Uniti il velcro è molto di moda» spiegò Kamala a tutti con aria da esperta. «È facilissimo, non serve più allacciarsi le scarpe».

Ammachy sbuffò. «A parte questo scervellato, chi non sa allacciarsi le scarpe?»

«Vel-clo!» urlò Itty con pessimo tempismo, allacciandosi e slacciandosi le Reebok finché Ammachy non gli mollò uno schiaffo con il palmo incipriato. Annusò le tre diverse profumazioni dei balsami per labbra e ne leccò uno prima di spingerlo nel mucchio di Divya.

«Allora, il viaggio in aereo è andato bene?» domandò.

Thomas annuì. «Abbastanza».

«Che rotta avete fatto?»

«San Francisco-Honolulu-Taiwan-Singapore».

Ammachy borbottò: «Singapore Airlines?»

«Sì».

«Le ragazze sono carine, no?» Riempì la tazza di Kamala aggiungendo: «Hanno una bella pelle».

«Prova gli scarponi, Sunil». Thomas li indicò con un cenno del mento. «Nel tacco c’è un ammortizzatore!»

«Più tardi. Devo finire un lavoro».

«Ah sì, quello del suo ambulatorio popolare». Ammachy alzò gli occhi al cielo. «Si comporta come se salvasse delle vite, invece che dei denti».

«I denti sono vite, Amma» rispose Sunil con sguardo torvo. «La gente ha bisogno di mangiare per vivere».

«Allora, chi volete vedere?» domandò lei a Thomas.

«Non lo so. Non ci ho ancora pensato».

«Sì, be’, l’altro giorno il tuo vecchio compagno di scuola Yohan Varghese mi ha chiesto di te. Ti avevo detto che è morta sua moglie, no? Non che gli servisse a molto, quella stupida, ma due figli da tirar su da solo! Ah. E poi dovremo vedere Saramma Kochamma, naturalmente, giusto per una cena. E il dottor Abraham vuole parlarti. Ha messo su un centro di riabilitazione, te l’ho già detto? Potrebbe essere interessante da visitare». Quest’ultima notizia fu comunicata con un’indifferenza talmente consumata che perfino Amina provò imbarazzo.

Thomas allungò una mano verso un jalebi. Offrì il piatto ad Amina, che scosse la testa.

«Comunque, ha bisogno di qualcuno per le ferite alla testa, così gli ho detto che l’avresti chiamato». Ammachy si versò un po’ di latte nel tè e mescolò. «Forse domani?»

«Non è che sia proprio il mio campo». Thomas addentò il dolce. «Avranno bisogno soltanto di qualche intervento chirurgico occasionale».

«Be’, nessuno ti ha chiesto di diventare neurochirurgo» ribatté Ammachy.

«No» disse Thomas continuando a masticare con cura. «Infatti».

Akhil cercò di prendere un jalebi ma Ammachy gli scostò bruscamente la mano.

«È solo una possibilità». Ammachy grattò via qualcosa dalla tovaglia di tela cerata. «Ma immagino che a Kamala piaccia stare laggiù. Tutte quelle femministe che bruciano reggiseni».

«Cosa?» Kamala raddrizzò leggermente la schiena.

«Sono sicura che è per questo che era così entusiasta all’idea di andarci, all’inizio. Ha sempre voluto maggiori libertà, non è vero?»

«Chi brucia i reggiseni?» domandò Kamala in tono indignato.

«E io come faccio a saperlo?» Ammachy le lanciò un’occhiataccia. «Siete voi quelli che hanno scelto di vivere laggiù. In quel posto imperscrutato da Dio».

«Parli con me?»

«E con chi altro? Se avessi voluto tornare a casa, Thomas ti avrebbe seguito. Gli uomini vanno soltanto dove vuole la moglie».

«Davvero?» Kamala si protese verso di lei. «Be’, molto interessante, vero, Thomas?»

«Amma, per favore. Siamo appena arrivati».

«Cosa vuol dire iperscrotato?» domandò Amina. Tutti la guardarono.

«Un posto iperscrotato da Dio?» ripeté Amina e Akhil, sotto il tavolo, le sferrò un calcio nello stinco. «Ahi!»

«Cosa sta dicendo quella bambina?» Il viso di Ammachy si era irrigidito.

«È l’ora del riposino!» Kamala indicò le scale. «Forza. Siete stanchissimi».

«Ma siamo in pieno giorno!» protestò Akhil. «Siamo appena arrivati».

«Jet lag! Se non vi riposate un po’ domattina sarete di pessimo umore. Forza!» Kamala si alzò e li accompagnò ai piedi della scala, tallonata da Itty. «Itty, tu resti con noi, okay? I tuoi cugini hanno bisogno di dormire».

«Hullo? Cricket?» domandò Itty, e Kamala scosse la testa.

«Adesso no. Hanno bisogno di dormire. Tu resti con me».

«Ottimo lavoro» borbottò Akhil mentre si trascinavano di sopra. «Adesso ci toccherà starcene lassù al caldo per sempre».

«Ma cosa caspita…» domandò Amina.

«Imperscrutato, cretina. Significa trascurato».

«Oh». A ogni gradino l’aria si faceva più calda. Amina sentiva le gambe stranamente pesanti, come se si fossero già addormentate. «L’America è trascurata da Dio?»

«Probabilmente». Akhil aprì la porta della stanza che condividevano e mise il ventilatore al massimo, disperdendo una nuvoletta di zanzare. «O almeno secondo Ammachy».

«La pensa così anche papà?»

«No, stupida. A papà piace. Ecco perché litigavano».

«Litigavano?»

«Ma cosa credi che stessero facendo? Cosa credi che succeda tutte le volte che veniamo qui? Ammachy vuole che papà torni. Papà non ne vuole sapere. Ammachy si arrabbia con mamma. La classica sindrome dell’emigrante».

«Sì, lo so» disse Amina, irritata perché non lo sapeva affatto. Quando si trattava dell’India Akhil faceva sempre il saputello, si considerava un grosso esperto perché aveva tre anni più della sorella ed era nato lì e non negli Stati Uniti come lei. Sollevò la zanzariera sul lato di uno dei due lettini e si infilò sotto. «Ma anche mamma vuole tornare».

«E allora?» Akhil si lasciò cadere sul letto accanto al suo.

«Perché Ammachy si arrabbia con lei?»

Akhil ci rifletté un minuto e poi si strinse nelle spalle. «Perché non vuole arrabbiarsi con papà».

«Oh». La testa di Amina affondò nel cuscino. «E tu vorresti tornare?»

«No! L’India fa schifo».

Amina ne fu sollevata. Questo lo sapeva anche lei. Chiuse gli occhi, sorpresa per la rapidità con cui le tenebre del sonno si levarono a raccoglierla, rapide e persuasive come l’innocenza.

«Sai, lei è mezza nonna e mezzo lupo» sussurrò Akhil qualche secondo dopo e, già immersa nel sonno, Amina la prese per una di quelle verità insondabili. Aveva notato un luccichio ferino negli occhi di sua nonna, le mani artritiche ricurve come artigli. Nei giorni seguenti, ogni volta che Ammachy la guardava si portava istintivamente la mano alla gola.

Dov’erano tutti? Quando Amina aprì gli occhi l’azzurro profondo della sera ombreggiava il letto vuoto di Akhil. Si alzò, lasciando che la pressione del cranio si allentasse prima di infilare i piedi nelle chappal e imboccò il corridoio diretta alla camera dei suoi.

«Mamma?»

Dentro, Kamala infilava dei vestiti in un armadio scuro. Quando Amina entrò, alzò lo sguardo. «Oh, bene. Stavo per venire a svegliarti, così andrai a letto all’orario giusto».

«Dove sono tutti?»

«Papà, Sunil e gli altri sono andati in visita ai vicini».

«E Akhil?»

«In cucina».

Amina sbatté le palpebre per colpa dell’aria secca e provò un vago senso di nausea. «Mi fa male la testa».

Kamala in un attimo le fu accanto e le mise una mano sulla fronte. «Hai bevuto un po’ d’acqua?»

«No». A Salem l’acqua sapeva di monetine calde. Amina cercava di usarla soltanto quando si lavava i denti.

«Scendi di sotto e bevine un po’».

Amina brontolò.

«No! Non voglio che finisca come l’ultima volta, che hai avuto bisogno di un clistere».

«Mamma!»

«Ne vuoi un altro? Quattro giorni senza fare la cacca?»

«Va bene! Va bene! Vado!»

Il sole si era già coricato dietro il Muro quando Amina attraversò svogliata il cortile in ombra diretta verso la cucina. La serva più grande spaccò una noce di cocco contro il cemento e la fissò. Amina la salutò con la mano e finse di non averlo fatto quando la ragazza non rispose.

«Togli le dita dal ghee o te le taglio!» stava urlando Mary-la-cuoca quando Amina entrò in cucina. «Quante volte devo dirtelo? Ah! La piccolina si è svegliata! Cosa vuoi, koche? Un po’ di pane e zucchero?»

«Mamma dice che devo bere un po’ d’acqua».

«Bene, bene». Nera come un copertone e costantemente affannata dal peso dei seni grossi come cuscini, Mary-la-cuoca aveva la stessa età di Ammachy, dato reso incredibile dal modo in cui il tempo aveva espanso il suo corpo esattamente nei punti in cui aveva compresso quello di Ammachy. Il risultato era un viso privo di rughe e un corpo che si muoveva come un polpettone traballante. «Acqua e acqua e acqua. È tutta la settimana che preparo l’acqua per voi! Ti ricordi l’ultima volta, no? Quattro giorni e non sei riuscita a…»

«Lo so, lo so». Amina prese la tazza che Mary-la-cuoca le porgeva. «Cosa c’è per cena?»

«Biryani». La cuoca indicò con aria trionfante la carcassa insanguinata di un pollo posata sul bancone. «E forse un pochino di quello scemo, se continua a dire sciocchezze».

«Non sono sciocchezze» ribatté Akhil. «E poi tu che ne sai? Non hai preso il tè con noi».

«Il tè? Il tè? Lavoro in questa casa da quando il padre di questo ragazzo aveva soltanto sei anni e lui crede che io debba bere il tè con voi per sapere quello che succede».

«Sto soltanto dicendo che Ammachy si è incazzata ancora con lui. Non riesce nemmeno a guardarlo in faccia».

«Incassata?»

«Arrabbiata, significa arrabbiata».

«Nessuno è arrabbiato! È solo che c’è troppo amore! Per tutti questi anni Ammachy ha lavorato e lavorato per mandare Thomas a scuola e poi lui sposa quella scura di vostra madre e studia in America e poi? Niente!» Per ragioni incomprensibili a tutti, Mary-la-cuoca era sempre stata l’alleata più fedele di Ammachy e continuava a parlare del fatto che Ammachy le aveva insegnato l’inglese come prova di una gentilezza che nessun altro aveva mai constatato. «Come tutti gli altri tizi da qui a Bombay, il ragazzo scappa via e lavora e lavora e non torna più a casa! E lei cosa avrebbe dovuto fare?»

«Trasferirsi negli Stati Uniti» disse Akhil.

«Non dire idiozie! Trasferirsi? È troppo vecchia». Mary si accigliò. «E poi è dovere dei figli, lo sanno tutti. E lei sta diventando vecchia! E se succede qualcosa?»

«Ha lo zio Sunil».

Mary-la-cuoca sbuffò. «Ma quello è un miserabile buono a nulla. È un miracolo che lei lo lasci vivere qui! Urla dietro a tutti, cammina nel sonno e se ne va in giro come un elefantino, sempre infelice!»

«Aspetta, cosa?» Akhil spalancò gli occhi.

«Lo zio Sunil sonnambulo?» Amina non aveva mai visto un sonnambulo, tranne Scooby-Doo. Non sapeva che accadesse anche alle persone.

Mary-la-cuoca si accigliò. «Non è importante. Akhil, passami una cipolla».

«E dove va?» Amina immaginò lo zio Sunil in cucina, che si preparava un panino lungo tre metri.

«Akhil! Cipolla!»

Akhil infilò una mano nel cesto alle sue spalle. «Davvero? Sempre? Cioè, tutte le notti?»

«Non importa» disse Mary-la-cuoca. «Dico solo che Thomas dovrebbe tornare a casa. Se aspetta ancora sarà troppo tardi».

«Hai cercato di svegliarlo?» domandò Akhil. «Perché è pericoloso, lo sai? Potrebbe aggredirti».

«Svegliarlo? Quale idiota cercherebbe di svegliarlo? Siamo troppo impegnati a cercare di metterci in salvo».

«Ti ha fatto male?»

«Non a me, alle cose. Fa male soltanto alle cose».

«Quali cose?»

«Cose che ha comprato lui! Il servizio per il sessantesimo compleanno di Amma. Il televisore, te lo ricordi? Distrutto come un giocattolo da quattro soldi. La poltrona da dentista a tre posizioni e la lampada snodabile».

Akhil socchiuse gli occhi. «Come lo sai che è sonnambulo?»

«Quale stupido romperebbe delle cose che lui stesso ha comprato con i suoi sudati risparmi? Non è Thomas, non può rompere e comprare cose nuove continuamente. E dovreste vedere quanto piange il giorno dopo!»

«Caspita». Akhil sembrava impressionato. «Fuori di testa».

«Fuori di testa» ripeté Mary-la-cuoca troncando le estremità della cipolla con un coltello arrugginito.

«Be’» disse Akhil dopo una pausa. «Papà dice sempre che lo zio Sunil non voleva vivere qui e diventare dentista, che è stata Ammachy a costringerlo quando non è riuscito a farsi ammettere alla facoltà di medicina. Forse lo fa per…»

«Mi sei stato a sentire?» domandò Mary-la-cuoca. «Non fa niente, dorme!»

«Intendo in maniera subconscia» disse Akhil alzando gli occhi al cielo.

«Subche?»

«Insomma, è come se facesse quello che vorrebbe fare da sveglio ma che non può fare».

«Di cosa state parlando?» Dalla soglia buia arrivò la voce penetrante di Ammachy, tagliente come una lama. Lei si materializzò un istante dopo, curva come un gamberetto, gli occhi infuriati fissi su Mary-la-cuoca.

«Oh, ciao Ammachy» rispose Akhil con un sorriso coraggioso. «Stavamo soltanto…»

«Pensavo di avervi detto di stare alla larga dalla cucina». In quella luce fioca i suoi denti scintillavano.

«Siamo venuti soltanto a bere un po’ d’acqua. Ahi!» gridò Akhil mentre sua nonna gli pizzicava un po’ di ciccia.

«Se vi becco ancora qui dentro, vi picchio con il bastone. Capito?»

Avevano capito benissimo. Amina sfrecciò verso la porta, con Akhil alle calcagna. Lui la spinse ed entrambi corsero attraverso il cortile buio, schivando un mucchio di noci di cocco e passando sotto i melograni per poi salire di corsa i gradini della veranda. Soltanto quando furono al sicuro là sotto osarono lanciare un’occhiata alla cucina, dove Ammachy stava urlando in tamil contro Mary-la-cuoca, che triturava la cipolla con piacere misto a vergogna.

«Gesù!» esclamò Akhil incupito. «Ma ci stava… spiando? Adesso ci spia?»

«Ci ha spiato anche l’ultima volta, te lo ricordi?» gli rammentò Amina. «Spia tutti, sempre. E poi tu non avresti dovuto dire quelle cose sullo zio Sunil».

«Perché no? Tutti sanno che è infelice da anni. Perfino papà dice che avrebbe dovuto andarsene da Salem molto tempo fa, quando ne aveva la possibilità». Akhil si strofinò il fianco, dov’era stato pizzicato. «La verità fa male, eh! Vaffanculo!»

«Vaffanculo!» sbottò Itty alle loro spalle e Amina lanciò un urlo. Le scarpe da ginnastica bianche brillavano nel buio mentre il cugino sbucava da dietro la poltrona di Ammachy. Poi li guardò con aria speranzosa. «Cricket?»

«C’è troppo buio» disse Akhil, e Itty sembrò deluso. Amina ebbe l’impressione che nei due anni trascorsi dalla loro ultima visita il cugino avesse aspettato e sbirciato ansioso dal cancello con la palla in mano.

«Giochiamo domani» gli promise, e Itty annuì con aria triste.

«Hullo? Tetto?» propose, la sua seconda attività preferita.

«No» tagliò corto Akhil.

«Vengo io» disse Amina.

Qualche minuto dopo scesero dalla veranda del piano di sopra sul minuscolo davanzale e salirono la scala che portava al tetto. Lassù, con le ultime fiamme del tramonto all’orizzonte e il fumo delle cucine che si addensava, Amina riuscì finalmente a vedere oltre il Muro. La strada principale era come al solito intasata dalle stagnanti consuete attività, macchine e autobus lentissimi in colonna che suonavano il clacson e avanzavano piano mentre risciò e biciclette sfrecciavano loro intorno come scarafaggi. I piccoli mendicanti di quel mattino si erano dispersi lungo la strada e si avvicinavano a ogni veicolo che rallentava abbastanza da permettere loro di infilare una mano nel finestrino. Amina inspirò profondamente l’odore di benzina, di soffritto di cipolla, di letame di vacca, di fognature e sudore, e Itty si mise a canticchiare tra sé. Amina lo osservò osservare Salem finché non fu troppo tardi per vedere qualcosa e poi prese la mano che lui le offriva per ritornare nel porto sicuro della sua camera da letto.

Quella sera la cena fu difficile e stravagante. La portata principale – bruciata da Mary-la-cuoca, che fu coperta di rimproveri – venne consumata senza gioia mentre gli adulti discutevano dello stato di emergenza proclamato da Indira Gandhi («Un errore colossale» secondo Thomas) e di qualcosa che si chiamava Janata Party, che ad Amina sembrava un incrocio tra un pigiama e un dolce.

«Fate bene attenzione» disse Ammachy, togliendosi un minuscolo osso di pollo dai denti e posandolo sul bordo del piatto. «Quella gente è la stessa in ogni partito. Parlano e parlano di cambiamento e poi fanno del loro meglio per costringere il paese in ginocchio».

«Sciocchezze» ribatté Thomas prendendo dell’altro riso. «Siamo sopravvissuti agli inglesi, pensi veramente che non possiamo gestirci da soli?»

Sunil sbuffò dal fondo del tavolo, dove si era accomodato con gli occhi arrossati e una certa difficoltà a esprimersi.

«Non è la stessa cosa, Thomas» disse Ammachy. «Un nemico esterno è più facile da gestire del caos interno. E adesso stanno spuntando tantissime fazioni! Antimusulmani, anticristiani, antitutto!»

«Ah, no!» esclamò Kamala.

«T.C. Roy ha detto che a Madras la folla si è scatenata!» Divya cercò di infilare una manciata di riso nella bocca sempre in movimento di Itty. «Non è nemmeno riuscito a scendere dalla macchina per paura che lo ammazzassero!»

«Davvero?» Akhil sembrava preoccupato.

«Bah… Roy è un isterico». Thomas agitò la mano per minimizzare. «Vedrete, le cose si sistemeranno. È come un pendolo. Le cose oscillano da una parte e dall’altra, ma l’India prospera sempre».

«Be’, è molto facile dirlo quando si è lontani, no?» Sunil appallottolò del riso tra le dita.

Thomas sbuffò un poco. «Allora non mi è concesso avere un’opinione?»

«Dico solo che è facile guardarsi indietro e vedere tutto rosa quando si vive all’altro capo del mondo, non trovi? Ma noi che viviamo qui dobbiamo affrontare queste realtà. Per noi è piuttosto diverso».

«Ovviamente. Non stavo dicendo che l’India è un posto facile in cui vivere, è solo che…»

«Be’, non è un posto difficile in cui vivere» lo interruppe Sunil indignato. «Ora abbiamo tutte le comodità moderne che avete voi. Il frigorifero. Il televisore. Il cinema e tutto il resto. Guardati intorno, fratello. Le cose sono cambiate».

«Chi ha bisogno d’acqua?» domandò Kamala.

«Ho solo espresso il mio punto di vista, Sunil». Thomas spostava il cibo sul piatto facendone dei mucchietti. «Stavo solo dicendo che l’India è sopravvissuta a tremila anni di cambiamento e riuscirà a sopportarne altri».

«Vivrà!» gridò Sunil alzando i pugni in aria. «Avete sentito? Il buon dottore dice che vivremo! Lode al Signore!»

E adesso cosa accadrà? Nel denso silenzio che seguì, Amina vide le vene sulla fronte di Thomas pulsare e gonfiarsi, mentre Sunil si sporgeva verso di lui.

«Sei un ubriacone» disse Thomas.

«Sei un coglione» ribatté Sunil.

«Basta!» Ammachy calò la mano sul tavolo. «Mio Dio, due uomini fatti che si comportano come ragazzini! Non potete lasciar passare questa prima notte senza rovinarla?»

La nube che piombò su di loro fu abbastanza potente da far capire perfino ad Amina che era stata già rovinata. Guardò prima sua nonna e poi Divya, Kamala e Akhil, uno più a disagio dell’altro, con l’eccezione di Itty, che sbirciava allegro da sotto la tovaglia le scarpe che si era appena ricordato di avere ai piedi.

«Non agitarti tanto, Amma» disse infine Thomas, staccando lo sguardo dagli occhi di Sunil. «Stavamo soltanto parlando, giusto, fratello?»

All’altro capo del tavolo, Sunil chiuse gli occhi, il dito sollevato in aria come a controllare la temperatura. Poi lo puntò verso Thomas e premette un grilletto invisibile prima di riaprire gli occhi. Infine sollevò il bicchiere e buttò giù le ultime due dita di liquido dorato.

«Giusto» disse.