3.

«Credo» disse Jamie quel pomeriggio, con il cuore che batteva forte all’orecchio di Amina «che tu mi abbia appena violentato».

Erano sul pavimento tra l’ingresso e il soggiorno. Sul soffitto, le pale del ventilatore descrivevano cerchi pigri.

Amina gli scese di dosso, finì sulle piastrelle e con la caviglia sfiorò le proprie mutandine. «Davvero? Mi sembravi piuttosto consenziente».

«Nossignora» disse Jamie mettendole una mano sul ventre. «Giuro su Dio che ho soltanto aperto la porta».

Amina scoppiò a ridere. Non aveva avuto intenzione di saltargli addosso così, con tanta urgenza e intensità. Si girò a guardarlo. Aveva il labbro superiore e la fronte imperlata di sudore. Pareva un po’ sconvolto.

«È stato… troppo?»

«Che cosa? Per niente. È solo che non ti aspettavo».

Lei si mise a sedere, trovò la camicetta e se la infilò dalla testa. «Vuoi che me ne vada? Vuoi che torni più tardi?»

Lui le prese il polpaccio e lo strinse. «Non fare la scema».

Amina sorrise per dimostrargli che non era scema. Si alzò e lo scavalcò, diretta verso la cucina.

«Vuoi qualcosa da bere?» domandò. «Hai acqua minerale e birra».

«La birra è finita. L’abbiamo bevuta tutta ieri sera».

«E l’acqua minerale?»

«Vuoi uscire a cena?»

Amina non aveva voglia di uscire, e neppure di mangiare, almeno per i prossimi mesi, ma emise le appropriate esclamazioni di entusiasmo. Da quando i suoi genitori erano tornati dall’ospedale, raggrinziti come mele vecchie e incapaci di dire nulla, a parte che i risultati non erano incoraggianti, si era sentita stranamente euforica. Non strafatta, ma intossicata, come quando respiri il gas di scarico in garage.

Jamie andò verso la sua camera da letto, togliendosi la camicia. «Ho solo bisogno di una doccia veloce».

Amina si versò un bicchiere d’acqua e sedette al tavolo di cucina, un vecchio mobile di formica della fine degli anni Sessanta, rosso, con un motivo arlecchino più chiaro. Sopra c’era un tovagliolo di carta, di cui lei ripiegò un angolo.

«Allora, come stai?» gridò Jamie dal bagno, pisciando. Lei rabbrividì. Gli uomini che parlano mentre fanno la pipì la lasciavano di stucco. Ma come ci riuscivano? A costringerti a sentire quel rumore?

«Tutto a posto. E tu?»

«Tutto okay. In realtà, bene».

Dalla cucina si vedeva il parco, le cime degli alberi, i rami verdissimi e intrecciati che sembravano trattenere il cielo che, alle loro spalle, si scuriva. Amina lacerò una striscia del tovagliolo, ascoltando lo scroscio della doccia e chiedendosi se il fatto che Jamie la facesse con la porta aperta avesse qualche significato in relazione al loro futuro. Lei era una che si faceva la doccia con la porta chiusa, che proteggeva il proprio vapore e la propria privacy, e per un attimo le sembrò che questo volesse dire qualcosa, ma poi il profumo dolce e intenso del sapone filtrò in corridoio, riempiendola di un senso di soddisfazione così completo che le diede piacere perfino distruggere il tovagliolo. Jamie chiuse il rubinetto e andò in camera sua. Qualche minuto dopo arrivò indossando gli stessi bermuda, ma più puliti, in un modo che le fece venir voglia di sporcarlo di nuovo.

«Ti stai abbronzando». Lei gli toccò il dorso del naso dove il segno lasciato dagli occhiali da sole faceva spiccare il verde dei suoi occhi.

«Sono stato in piscina tutto il giorno».

«Davvero? In che piscina vai?»

«Quella di Paige. A proposito, le piacerebbe rivederti».

«Già». Guardò il tovagliolo e ripiegò ciò che ne restava fino a formare un quadrato perfetto. Quando alzò gli occhi, vide che Jamie la stava studiando con un’espressione buffa.

«La trovi una cosa strana?»

«No, non è questo, è solo che…» Amina si rese conto che non c’era un modo felice di concludere quella frase, visto che non aveva voglia di confessare di essere a disagio, nervosa, e spaventata all’idea di rivedere Paige adulta. «Fame. Ho fame. Usciamo a cena?»

Jamie annuì lentamente, come se non avesse voglia di interrompere i propri pensieri. «Che ne dici se andiamo al Frontier?»

«Penso che tu sia un genio».

Tra tutte le cose che Amina amava del ristorante Frontier (la facciata di cattivo gusto, che simulava un granaio, le pareti ricoperte di brutti paesaggi desertici, la macchina delle tortillas che sputava grassi grumi di farina come quella di un Willy Wonka messicano), la sua prediletta erano i séparé di vinile arancione sul davanti. Proprio di fronte al banco per le ordinazioni, permettevano di vedere bene la cucina e la clientela di medici, galleristi, venditori di auto, studenti e tossici che entravano tutto il giorno, tutti i giorni.

«Dove pensi che si possa incontrare la migliore varietà socioeconomica di abitanti di Albuquerque: qui o all’ufficio della motorizzazione?» domandò lei, rubando un anello di cipolla fritta dal piatto di Jamie.

«Certamente qui. Sei sicura che non vuoi qualcosa da mangiare?»

«Non ho molta fame».

«Hai mangiato metà della mia cena».

«Non è vero!»

«Un terzo. Un terzo di sicuro».

«Caspita. Sei territoriale. Hai contato quanti anelli di cipolla ti ho fregato?»

«Novantasette». Sotto il tavolo, il ginocchio di Jamie, peloso e leggermente umido, ma stranamente eccitante, toccò il suo. «Allora hai intenzione di farlo?»

«Credo di sì».

«Non hai ancora deciso?»

«No, ho deciso, è solo che mi fa uno strano effetto».

Jamie afferrò una patatina rimasta e l’annegò nel ketchup. «Quand’è l’inaugurazione? Ci sarà un’inaugurazione?»

«Settembre».

«Ah-ah».

«Già. Spero di poterci andare». Cercò di non pensare alle facce dei suoi genitori quand’erano scesi dall’auto quel pomeriggio. Non si erano arrabbiati per la presenza di Sanji, o almeno non l’avevano detto ad Amina, ma del resto non avevano parlato molto.

«Come sta tuo padre?» domandò Jamie.

Amina scosse la testa, temeva che parlarne l’avrebbe sconvolta.

«Si sa nulla della prognosi?»

Lei scosse di nuovo la testa.

«Quindi non ne vuoi parlare».

«È solo che non ho molto da dire al riguardo».

Jamie bevve un sorso. «Allora mi usi solo per il sesso».

«Non è vero» disse Amina, rendendosi conto che una risposta seria la trasformava in una domanda seria. Jamie tacque e fece tintinnare i cubetti di ghiaccio nel suo bicchiere.

Amina sospirò. «È così da tutta la vita, per me, capisci? Ero convinta che i medici sapessero cose che il resto delle persone non sanno. Come se avessero accesso a una biblioteca metafisica o qualcosa del genere».

«Biblioteca metafisica?»

«Lascia perdere».

«E i libri sono stampati con inchiostro invisibile?»

«No, scemo, con sangue di spettro».

Jamie la guardò pieno di approvazione. «Continua».

«E adesso mi sento così…» Scoppiò a ridere per coprire il fatto che gli occhi le si erano riempiti di lacrime. «Sono così delusa, cazzo! Cioè, non è possibile che nessuno sappia niente! È tutto un fare esami e ritirare risultati e fare altri esami, ma dov’è quella parte in cui ti fanno entrare in una stanza e ti dicono: “Lei ha due mesi di vita” o “Siamo sul filo del rasoio ma probabilmente ce la farà”? Dov’è la parte in cui io smetto di contrattare con l’universo come se fosse un banco dei pegni del karma, chiedendo che lui guarisca se divento una persona migliore?»

Jamie le porse un tovagliolo e lei se lo premette sulla faccia, cercando di riprendere il controllo.

«Mi dispiace» disse, cercando di darsi un tono allegro. «Non volevo fare la melodrammatica. Stiamo dando scandalo?»

«Parla per te».

Lei scoppiò a ridere e appallottolò il tovagliolo. «A proposito, avevi ragione. Nell’orto c’erano altre cose, a parte il giubbotto».

«Davvero?»

Gli raccontò tutto, ben attenta a controllare la voce ma guardandolo in viso con la coda dell’occhio, come se fosse un bollettino meteorologico d’emergenza. Le chiavi, gli spiegò, erano andate perdute poco prima che lei tornasse a casa. Riguardo al pickle di mango, non ne aveva idea. Ma gli altri oggetti erano decisamente destinati a membri della sua famiglia: la coppa per Ammachy (Thomas aveva sempre detto, scherzando, che avrebbe dovuto spedirgliela), il disco per Sunil, le scarpe per Itty e ovviamente il giubbotto per Akhil.

«Merda» disse Jamie, che pareva più colpito che preoccupato. «Così vede anche tuo fratello».

«Credo di sì. Non lo so. È triste».

«Davvero? Ehi, non guardarmi così, dico solo che potrebbe andare peggio. Almeno vede persone a cui ha voluto bene».

Amina lo guardò. Lo guardò attentamente, i solchi leggeri delle rughe agli angoli degli occhi, quel pezzetto di pelle accanto alle basette dove aveva dimenticato di radersi e la maniera snervante in cui la guardava socchiudendo gli occhi come se fosse lei quella che non aveva colto la verità fondamentale di ciò che stava davvero accadendo. «Jamie Anderson, proprio tu sei diventato una specie di Pollyanna?»

Lui prese un anello di cipolla e se lo ficcò intero in bocca. «Dev’essere stato il divorzio».

La famiglia arrivò il giorno seguente. Per primo Raj, che salì le scale di corsa con gli occhi sottolineati da borse azzurro pallido e una scatola di cartone che mandava profumini deliziosi, e poi Sanji, ansimante sotto un frigo portatile rosso vivo.

«Ciao, tesoro» disse, porgendo la guancia perché Amina gliela baciasse.

Poi arrivò Bala, nervosa e leggermente acida in una sari giallo verdastro acceso. Offrì ad Amina un pacchetto di biscotti comprati al supermercato mentre Chacko parcheggiava l’auto.

«Al cervello? Ma sei sicura?» Lo disse come se fosse una decisione sbagliata che Amina stava per prendere: Sei sicura che vuoi lasciare l’università? Sei sicura che vuoi che tuo padre abbia un tumore al cervello? «Perché Sanji mi ha detto che ieri li ha visti e lui sembrava stare bene, ma poi mi ha anche detto che vede delle cose, quindi probabilmente ha recitato per non preoccuparla, giusto?»

«È in cucina» disse Amina indicandole la porta. «Vai a vedere per conto tuo».

Chacko si mise a osservare attentamente il giardino dal vialetto, e prese nota dell’orto trascurato come se fosse un’infrazione del codice della strada. Salì le scale a passo di marcia e prima di entrare le strinse una spalla.

In cucina, Kamala e Thomas tirarono fuori dalla scatola di Raj un sacco di cibo, togliendo e risistemando coperchi.

«Chapati, manzo, appam e stufato?» disse Kamala accigliata. «Troppa roba. Non ne abbiamo bisogno».

«Parla per te, donna». Thomas prese una chapati direttamente dal piatto. «Con tutti i suoi tartufi e le sue zuppe inglesi, non faccio un pasto normale da settimane».

«Le radiazioni ti fanno venire la nausea?» domandò Bala.

«Stranamente, molto poco» disse Thomas.

«Ti prendo del manzo». Raj con un cenno chiese ad Amina un cucchiaio. «Certo, puoi anche prendere lo stufato, ho solo pensato che il manzo era meglio perché è più ricco di ferro. Ho preparato anche un’insalata di pomodori e carote, per la vitamina C. Aiuta ad assorbirlo, no?»

Thomas aprì un altro contenitore. «Oddio! Anche le samosa? Devi aver cucinato tutta la notte, Raj».

«No, no, ho solo preparato un paio di cose. Ho anche portato un po’ di yogurt fatto in casa, nell’eventualità di un’indigestione. Sanji mi ha detto che stai per iniziare la chemioterapia».

«La settimana prossima. Magari un paio di cucchiai di insalata, eh?»

«Ma certo, ottimo. Sanji, prendi il kichadi nel frigo portatile?»

«Caspita!» Thomas sembrava sinceramente entusiasta, come Amina non lo vedeva da settimane. «Sì, grazie, siete fantastici!»

«Dovrebbe mangiare soltanto cibi insipidi» annunciò Chacko all’altro capo del bancone della cucina, dove s’era piazzato. «I cibi insipidi sono meglio in caso di nausea. Riso e yogurt, magari un po’ di dahl».

«Kichadi!» esclamò Sanji levando in alto un tupperware.

«In realtà, però, quello che si può mangiare cambia da persona a persona» disse Bala che si era fermata, a disagio, sulla soglia della lavanderia. «Mia sorella ha avuto un cancro al seno e mi ha detto che tutti ti dicono le cose più disparate su quello che puoi mangiare, su quello che puoi fare e su come ti sentirai, ma in realtà è una questione molto più individuale».

«Avete degli altri piatti?» domandò Raj proprio mentre Amina li stava cercando. «Ah, bene. E magari dammi anche un paio di insalatiere, per il payasam».

«Payasam!» esclamò Thomas, e perfino Kamala dovette sorridere.

Mezz’ora dopo, sedevano in soggiorno con piatti che erano stati riempiti e svuotati due volte, le signore e Chacko appollaiati sui divani mentre Amina, Thomas e Raj si erano accoccolati contro dei grossi cuscini. Povero Raj. L’effetto energizzante di cucinare tredici pietanze diverse era svanito e sembrava particolarmente stanco, la pelle raggrinzita sotto gli occhi si era gonfiata. Sanji gli strinse una spalla e si accomodò di nuovo contro lo schienale del divano.

«Allora, immagino che dovremmo fare a turno in ospedale, per la radioterapia» disse.

«Eh?» Bala stava giocherellando con i suoi braccialetti.

«Pensavo soltanto che dovrebbe sempre avere vicino uno di noi».

«Ci penso io» disse Kamala.

«Ma certo, certo» disse Sanji. «Dicevo soltanto che uno di noi dovrebbe stare vicino anche a te».

«A me? Io non ho niente!»

«Per aiutarti» disse Amina, rivolgendo un cenno a Sanji. «Io trovo che sia una buona idea, mamma. E poi io e te dovremmo fare a turno, per l’ospedale».

«E ti piace questo Anyan George?» domandò Chacko a Thomas.

«Sì. È un ragazzo sveglio».

«Questo non ha importanza, ma può gestire la situazione? Sono un po’ stupito che tu sia andato da lui e non da Rotter o Dugal».

La mascella di Thomas si contrasse un poco. «Ho mostrato gli esami anche a Rotter e dice di essere d’accordo con tutto quello che Anyan ha fatto finora».

«E qui?» domandò Sanji. «A casa? Riuscite a farcela?»

Calò un lungo silenzio mentre gli Eapen si sforzavano di non scambiarsi un’occhiata.

«Volevamo soltanto dire che se possiamo fare qualcosa…» esordì Raj.

«Stiamo benissimo» disse Kamala.

«E quelle allucinazioni?» domandò Chacko. «Ti capitano regolarmente?»

Thomas esitò, poi annuì.

«E sono prevalentemente auditive o visive?»

Amina vide suo padre dimenarsi un poco sul pavimento, come gli si fosse conficcato qualcosa nella schiena. «Tutte e due».

La bocca di Chacko si contrasse come se avesse assaggiato qualcosa di inacidito.

«Perché lo chiedi?» domandò Amina.

«Non capita spesso» rispose Chacko. «Il tumore si trova nel lobo occipitale. In questo caso, le allucinazioni visive sono più comuni, ma sentire delle cose è molto inusuale, a meno che non si sia diffuso al…»

«Stiamo studiando la cosa» intervenne rapido Thomas.

«Potrebbero essere anche degli spiriti cattivi» disse Kamala. «Cosa? Succede. Oh, non guardarmi così, Sanji Ramakrishna, è un fatto vero e documentato. Credete che quei monaci del sedicesimo secolo abbiano mentito? A volte un corpo che soffre può essere una porta da cui entrano forze non gradite».

Amina sospirò. «È un tumore, mamma. L’hai vista anche tu l’ecografia».

«Nessuno sta dicendo che il tumore non c’è! Dico soltanto che è possibile che Thomas sia stato conquistato da forze oscure che fingono di essere membri della nostra famiglia. Altrimenti perché verrebbero a trovarlo? Nella vita reale non si vedevano poi così spesso».

Thomas si alzò e uscì dalla stanza. «Qualcuno vuole da bere?»

«Forse non mi sono espresso bene» disse Chacko, preoccupato. «Non volevo affatto suggerire che le allucinazioni sono una cosa inusuale, Kamala, volevo semplicemente dire che vedere e sentire delle cose allo stesso tempo capita di rado, ma se il cervello…»

«Mia sorella aveva delle allucinazioni!» disse Bala, annuendo con energia. «Ogni sera, sognava una vecchia ayah che avevamo da ragazze, quella cattiva con le dita contorte che ci pizzicava sempre».

«Quello è un sogno, non un’allucinazione». Kamala era furiosa.

«Possiamo tornare alla questione di partenza?» Sanji rimbalzò un poco sul divano. «Credo che dovremmo stendere una specie di programma».

Gli altri non sentirono il clic della serratura della porta d’ingresso e non notarono, come Amina, che di colpo il pavimento della sala da pranzo era stato illuminato da una lama di sole. Si alzò e borbottò: «Vado in bagno», come se qualcuno la stesse ascoltando, e uscì in corridoio.

La porta d’ingresso era spalancata e, più oltre, vide suo padre in piedi nel vialetto, che guardava la galleria d’alberi. Pareva piccolo, teneva le braccia rilassate lungo i fianchi. Non si girò mentre Amina si avvicinava e per un attimo lei credette che li stesse vedendo di nuovo, Itty o Sunil o Akhil o chiunque altro potesse manifestarsi un sabato pomeriggio tardi, in attesa di poter fare il giro della casa. Gli prese la mano, sorpresa dalla forza con cui rispose alla stretta, e dalla sua sicurezza. Lui l’attirò a sé e intrecciò le dita alle sue fino a farle male.